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Recep Tayyip Erdogan

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La Turchia ha approfittato del conflitto in Ucraina per assumere un ruolo più rilevante nella politica regionale. Recep Tayyip Erdogan ha sempre attribuito agli aspetti politici delle relazioni internazionali maggiore importanza di quelli economici. Il risultato per l’economia turca è stato molto pesante, con la perdita di valore della moneta e un’inflazione che ha raggiunto il 70%. Erdogan ne dovrebbe tener conto più di quanto continui a fare, come dimostra la teatrale opposizione all’adesione alla Nato della Finlandia e della Svezia. L’Occidente gliela farà pagare.

IL RICATTO DI TAYYIP

L’impatto sociale della crisi economica incomincia già a farsi sentire. Potrebbe influire grandemente sugli esiti delle elezioni del marzo 2023, essenziali per il presidente per mantenere gli immensi poteri che esercita, comparabili solo a quelli del fondatore della Turchia attuale, Kemal Ataturk. Tali elezioni hanno anche un importante significato simbolico, dato che sono tenute nel centenario della creazione della Turchia moderna.

Come avvenuto in passato, l’opposizione di Erdogan è un semplice ricatto, strumentale a ottenere benefici in altri settori: verosimilmente qualche contropartita finanziaria da parte dell’Occidente. In ogni caso, si tratta di una mossa azzardata. Gli Usa non perdonano e la Turchia non può reggere a sanzioni finanziarie dirette o indirette. È troppo vulnerabile. Non avendo aderito al regime sanzionatorio nei confronti della Russia, può essere soggetta a sanzioni secondarie americane, senza avere alcuna possibilità di reagire.

D’altronde, l’impatto geopolitico dell’adesione alla Nato dei due Paesi scandinavi è stato sdrammatizzato dallo stesso Putin. Il presidente russo ha affermato che essa non pregiudica la sicurezza russa, qualora missili terra-terra e armi nucleari e relative infrastrutture, non siano schierate sui territori dei due Paesi (riprendendo in pratica quanto previsto dall’“Accordo Solana-Primakov” del 1997 e, prima ancora, in quello Eltsin-Clinton del 1993). Il presidente russo ha dato prova di realismo politico. Non può fare nulla per bloccare l’adesione di Stoccolma e Helsinki all’Alleanza, quindi ha affermato che la cosa gli è quasi indifferente. Si è comportato come “la volpe e l’uva” nella favola di La Fontaine.

Ma deve aver sorriso sotto i baffi – che non ha – quando ha saputo che la Turchia si opponeva all’adesione dei due paesi all’Alleanza e, soprattutto, che l’ha fatto perché sostengono il Pkk, il quale è notoriamente una creatura di Mosca, sostenuta dall’Urss per indebolire la Turchia, pilastro meridionale della Nato.

I VANTAGGI PER LA TURCHIA

L’offerta di Erdogan di fare da mediatore fra Mosca e Kiev è stata accettata dalle due capitali per gli eccellenti rapporti di entrambe con la Turchia. A parte il prestigio internazionale derivante da un possibile successo della mediazione, la conservazione della sovranità dell’Ucraina sul Mar Nero, accresce il ruolo in esso esercitato da Ankara. Esso sarebbe invece ridimensionato dall’esclusione dell’Ucraina dalla costa di tale mare.

L’assunzione del ruolo di paciere rafforzerebbe poi la logica centrale ispiratrice della politica estera di Erdogan. Essa è oggi tornata a essere quella che all’inizio del secolo aveva indicato Ahmed Davutoglu, già ministro degli Esteri e primo ministro della Turchia, dimissionato da Erdogan quando dalla politica di “nessun nemico alle frontiere” il premier turco aveva deciso di seguire una politica più aggressiva, per l’espansione dell’influenza neo-ottomana in Medio Oriente, nel Caucaso, nei Balcani e in Africa Settentrionale.

Tale politica, lo aveva spesso portato in rotta di collisione con la Nato e con la Ue per gli ambigui rapporti che aveva attivato con la Russia. Tale cambiamento di politica era stato accelerato dal fallito colpo di Stato del 2016, in cui Erdogan aveva ottenuto un ambiguo sostegno da parte dell’Occidente e uno entusiastico da parte della Russia. Il ritorno alla politica del no enemy and no problem, comporta un difficile equilibrio: in primo luogo con l’Arabia Saudita, l’Egitto e gli Emirati, in secondo luogo con la Russia. Esso è indispensabile alla Turchia per giocare il ruolo di “ponte” fra l’Europa e l’Asia, fra la Nato e la Russia, fra l’Europa e l’Islam e, all’interno di quest’ultimo, fra i “fratelli musulmani” (e, entro certi limiti, gli sciiti) e i “salafiti”.

Il difficile ruolo di mediatore fra la Russia e l’Ucraina ha poi approfittato da un lato del trasferimento all’Ucraina dei drones TP2 – che si sono rivelati essenziali nella sconfitta del raid corazzato russo verso Kiev – e dall’altro lato della cooperazione che Ankara e Mosca hanno sviluppato per il Nagorno-Karabakh, in Libia e in Asia centrale, nonché nei campi energetici con il Blue Stream e con il Turkish Stream, dell’elettronucleare e militare (acquisto da parte turca dei sistemi antimissili S-400 russi).

NEUTRALITÀ DIFFICILE

La cooperazione con la Russia è stata resa più evidente dagli embarghi occidentali adottati nei confronti della Turchia nel settore di tecnologie militari particolarmente critiche, soprattutto con l’espulsione dal programma degli F-35. La Turchia, come peraltro anche Israele, non ha applicato le sanzioni occidentali verso Mosca, mantenendo una certa equidistanza fra le due parti in conflitto, per poter svolgere il ruolo di mediatore formalmente indipendente.

Mantenere una posizione indipendente fra due parti in conflitto fra loro, ma con cui si hanno buoni rapporti è tutt’altro che facile. È come camminare su una sottile corda, evitando ogni mossa o dichiarazione che possa mettere in dubbio la propria neutralità. È quanto finora la diplomazia turca, guidata dall’abile ministro degli esteri Mevlut Cavusoglu è riuscita a fare, malgrado le difficoltà derivanti anche dall’incertezza dei combattimenti in Ucraina.

LE INUTILI INVETTIVE CONTRO LA GUERRA

La Turchia è riuscita a convincere le due delegazioni, russa e ucraina, a non cessare le trattative, ma a congelarle, in attesa che l’evolversi della situazione militare in Ucraina consenta di sbloccare i negoziati fra le parti. I tentativi fatti da Cavusoglu per sbloccare le trattative non potevano essere risolutivi. Solo gli irrealisti possono pensare che basti riunirsi a un tavolo e chiamarlo “di pace” per far cessare le armi. Dovrebbero studiare la storia militare e i teorici della strategia, prima di dare sentenze “a schiovere”.

Nella realtà della guerra, le cannonate sono simili ai messaggi diplomatici, anche se indubbiamente meno carini dei secondi. Ogni cannonata è in sé anche un messaggio. Contiene sempre due significati. Innanzitutto, è un invito ad accettare la pace che si intende imporre. In secondo luogo, è la minaccia di una nuova cannonata, qualora l’invito non venga accettato. Il negoziato diventa serio, cioè può portare a una tregua o a una pace, solo se entrambi i due contendenti sono persuasi di poter guadagnare più da un tavolo negoziale che sul campo di battaglia.

Attualmente, sia Putin che Zelensky pensano di poter avere maggiori vantaggi continuando a combattere, che iniziando a trattare. Per negoziare occorre essere in due e i due sono i contendenti. Nessuno può sostituirli. Le invettive contro la guerra sono vecchie come la guerra, ma non ne hanno mai risolta una. Quando le sento – e in Italia ne risuonano molte – c’è da incrociare le dita. Sono pronunciate da persone che non sanno di che stanno parlando, oppure a cui non importa nulla della guerra, dei suoi morti e delle sue distruzioni.


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