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Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

Tempo di lettura 10 Minuti

Come le cosche approfitteranno dell’emergenza Covid-19 per radicarsi nel territorio italiano

È bastata l’opinione di un editorialista tedesco per scatenare una polemica furibonda sull’eventualità che i finanziamenti dell’Unione Europea potessero finire nelle mani delle mafie.

Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha subito replicato chiedendo al governo tedesco di prendere le distanze da quelle affermazioni «vergognose e inaccettabili».

Il rischio che le mafie possano mettere le mani sui sussidi nazionali e comunitari è un’ipotesi concreta. Il problema è quello di puntare l’attenzione soltanto sull’Italia, come se le mafie fossero un problema nostro e solo nostro, e non anche dell’Europa. Prima di scrivere, l’editorialista tedesco avrebbe dovuto consultare l’ultimo rapporto di Europol, che di fatto ammette l’incapacità europea nell’aggressione dei patrimoni mafiosi, quelli che ogni giorno finiscono nell’economia legale dei 27 Paesi membri. Non si spiega altrimenti la notizia diffusa dalla stessa Europol secondo cui in Europa è possibile confiscare soltanto l’1,1 per cento di beni e imprese riconducibili alla criminalità organizzata. In pratica, è come svuotare l’oceano con un cucchiaio.

L’Italia rischia di diventare in ottica europea una sorta di cartina di tornasole. D’altronde, tutti sanno, ma molti fanno finta di non capire. L’economia sommersa (droga, prostituzione, contrabbando) è una componente imprescindibi- le della ricchezza di molti Paesi. Viene addirittura calcolata per determinarne il Prodotto interno lordo. La virtuosità economica, quindi, passa anche dalla capacità di vendere droga, sfruttare giovani donne spesso costrette a prostituirsi o commerciare prodotti con marchi contraffatti. È perfettamente normale. Il giornalista tedesco ne avrebbe dovuto prendere atto, visto che il suo Paese è tra quelli che, assieme all’Italia, computa nel Pil le ricchezze generate dall’economia sommersa e/o illegale. Lo stesso giornalista avrebbe dovuto anche scrivere che la Germania è il Paese dove c’è il maggior numero di «locali» di ’ndrangheta, dove la mafia italiana più ricca e potente ha investito molte delle proprie risorse. Avrebbe dovuto aggiungere che oggi in Europa non ci sono confini neanche per quanto riguarda le espansioni mafiose, visto che nell’ultimo rapporto di Europol si fa riferimento alla presenza di oltre 5000 organizzazioni criminali finite nel mirino degli investigatori nel 2018.

I flussi di denaro, nazionali e comunitari, destinati a sostenere l’economia e a rilanciare la fase di ricostruzione postemergenziale non risultano appetibili solo alle mafie italiane – che, tra l’altro, investono prevalentemente in Europa –, ma a tante altre organizzazioni criminali che operano nel Vecchio Continente e che sfruttano ogni opportunità per consolidare la loro potenza economica.

L’Italia è un Paese in controtendenza, dove i patrimoni mafiosi vengono continuamente aggrediti, nonostante la lotta alle mafie non sia mai stata una priorità nell’agenda politica dei nostri governi. È un discorso complicato. In Italia, la mafia esiste perché ci sono forze di polizia e magistrati che si ostinano a combatterla. In altri Paesi dove a cercarla sono in pochi, si fa fatica a vederla, o a stanarla.

È facile, pertanto, pensare che le mafie siano un problema esclusivamente italiano. Così come è facile pensare che possano essere le uniche a mettere le mani sui fondi europei.

Per spazzare qualche dubbio, bisognerebbe partire da una riflessione, ovvero: che cosa è diventata l’Europa oggi per le mafie? Secondo l’ex ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maizière, che ha provato a rispondere a questa domanda, l’infiltrazione dell’economia legale rimane una delle principali minacce nella lotta alla criminalità organizzata. È possibile che sia uno dei pochi ad aver compreso l’incombente minaccia delle mafie, al di là di quelli che si sono strappati le vesti dopo la strage di Duisburg? È possibile che solo pochi altri si siano accorti degli ingenti investimenti effettuati dalle mafie nell’ex Germania dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino? È possibile che solo pochi altri si siano accorti delle alleanze che la ’ndrangheta è riuscita a stringere con le mafie dell’Est europeo nelle regioni della Turingia e della Sassonia, sfruttando le opportunità offerte dal mercato finanziario e immobiliare? «Le infiltrazioni mafiose in Germania» scrivono Sabrina Pignedoli e Ambra Montanari nel libro Le mafie sulle macerie del muro di Berlino «mostrano in modo evidente quanto sia labile il confine economico tra capitalismo “sano” e capitalismo “criminale”, e quanto siano facilmente influenzabili le democrazie e penetrabili i sistemi sociali, istituzionali e politici ritenuti un modello come quelli del Nord Europa.»

opo la caduta del Muro di Berlino, le mafie sono diventate a tutti gli effetti delle multinazionali perfettamente integrate nell’economia globalizzata e nei flussi internazionali delle merci, del denaro e degli scambi. Ovviamente, non tutti avvertono il pericolo. Le percezioni sono diverse. C’è, per esempio, chi ritiene che una volta entrati in circolazione, i soldi smettano di puzzare e, in qualche modo, contribuiscano al miglioramento dell’economia. C’è invece chi rammenta che, dove circolino soldi sporchi, bazzicano anche imprenditori e faccendieri poco puliti. È tutta una questione di prospettiva. O di percezione.

Alcuni anni fa, un magistrato italiano chiamato ad affrontare le poco collimanti norme procedurali in seno all’Unione Europea ricordava l’esperienza vissuta nel corso di un’indagine condotta in collaborazione con le autorità olandesi.

Faceva riferimento a una società controllata dalla ’ndrangheta che stava cercando di monopolizzare il mercato vivaistico, sbaragliando la competizione con condotte prevaricatrici.

Quella condotta in Italia sarebbe stata punita ai sensi dell’articolo 416bis mentre in Olanda, invece, è stata considerata alla stregua di una truffa, un comportamento fraudolento nell’esercizio di un’attività commerciale.

Un altro magistrato che ha coordinato diverse indagini sul traffico di droga in Olanda ricorda spesso la risposta ottenuta da un suo collega, che gli rappresentava l’impossibilità di «ritardare» l’arresto di un trafficante trovato in possesso di una piccola quantità di cocaina, mentre era in attesa di sdoganare un carico molto più grosso, in arrivo a Rotterdam con un container proveniente dal Sud America.

Se a questo si aggiungono le difficoltà che ancora oggi esistono nell’ottenere le autorizzazioni per procedere con le intercettazioni ambientali e telefoniche, è possibile comprendere quanto sia difficile dare la caccia ai mafiosi e ai loro capitali.

Purtroppo, questi non sono gli unici problemi. Un altro importante aspetto delle difficoltà investigative in ambito europeo è stato sollevato recentemente dal vicepresidente di Eurojust (l’Agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione giudiziaria penale), Filippo Spiezia, durante un forum organizzato dal «Quotidiano del Sud» e dal suo direttore, Roberto Napoletano: A livello teorico le normative antiriciclaggio sono ben congegnate, peraltro in adeguamento a direttive europee.
La materia è regolata dal diritto sovranazionale. Il problema, però, come sempre, è l’attuazione. In un caso di presunto riciclaggio in un Paese dell’Est europeo di un soggetto condannato per traffico di droga a 16 anni, che ha costituito una miriade di società direttamente o indirettamente ricon- ducibili a una famiglia mafiosa, ho impiegato sei mesi per convincere un mio collega ad accettare una richiesta di accertamento.

Ben lontani siamo dalla mia idea originaria di costituire una squadra investigativa comune. … Ancora più discutibile è l’obiezione dei partner europei quando chiediamo loro di investigare sul riciclaggio. Sono sempre alla ricerca della prova del reato presupposto. Il salto di qualità che fa l’investigatore italiano è la capacità di un approccio globale rispetto al patrimonio mafioso attraverso una verifica di proporzione tra l’entità dei redditi e le ricchezze lecite e illecite e il suo trascorso criminale. Questo meccanismo è sconosciuto alle esperienze dei nostri partner europei e si traduce in una difficoltà ad aggredire all’estero i patrimoni illeciti. La Commissione europea per il nuovo Regolamento per l’adozione di misure di sequestro e confisca ha stimato che il 98,9 per cento dei patrimoni illeciti o comunque riconducibili alla criminalità sfugge ancora ad atti di sequestro e confisca. Il che significa che siamo assolutamente perdenti sotto il profilo del contrasto patrimoniale.
Dichiarazioni, come tante altre, destinate a cadere nel vuoto. È un refrain, simile a quello dei dischi rotti. Quando la puntina comincia a gracchiare, diventa anche fastidiosa.

Nel 2018 un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha dimostrato come alcuni esponenti del clan Farao-Marincola avessero imposto in Germania a commercianti locali l’acquisto di prodotti controllati dallo stesso clan. Un chiaro esempio della delocalizzazione delle basi operative e della labilità dei confini tra capitalismo «sano» e capitalismo «criminale». Molti ne hanno attribuito la causa a questioni di marketing territoriale. Meglio non parlarne, c’è sempre il rischio di scoraggiare gli investitori stranieri.

Il quadro è poco incoraggiante, se si vuole continuare a vedere il bicchiere mezzo pieno. Dopo la Brexit, la City of London rischia di diventare ancora di più uno dei centri ne- vralgici del riciclaggio di denaro. Che sia da tempo sulla buona strada lo dimostra uno studio del 2016, condotto dall’organizzazione non governativa Transparency International in collaborazione con Thomson Reuters, multinazionale canadese che opera nel settore dei media. L’analisi ha rilevato come 44.022 titoli immobiliari fossero riconducibili a società di comodo costituite all’estero, in giurisdizioni dove vige il segreto bancario. Per anni, i correntisti che hanno scelto le banche virtuali delle isole nel canale della Manica sono stati tutelati da un atteggiamento impertinente e ostile a ogni forma di collaborazione. Nel mare che divide la Gran Bretagna dalla Francia ci sono isolotti dove non è possibile applicare la legislazione antiriciclaggio, essendo considerati quei territori possedimenti privati della Corona.

Stesso discorso vale per Cipro, che è ormai diventata un buco nero in ambito europeo, lo specchio in miniatura della finanziarizzazione globale, il luogo preferito dalle cosiddette «società opache». Non è un caso che grandi bancarottieri riescano a occultare proprio a Cipro enormi fortune, sotto gli occhi dell’Unione Europea.

Il risiko si allarga. L’Austria, per esempio, rappresenta uno snodo cruciale nell’ambito della cosiddetta «rotta balcanica », considerata dai gruppi criminali dell’ex blocco sovietico via privilegiata di transito degli stupefacenti verso l’Europa occidentale, in particolare dell’eroina proveniente dalla Turchia, e delle armi, ma anche di altre merci illecite.

L’operazione «Martingala», condotta dalla Dia in collaborazione con la guardia di finanza, ha accertato come le operazioni di ripulitura del denaro riconducibile ai clan calabresi Nirta e Barbaro avvenissero attraverso la costituzione di società «cartiere», con sede in Croazia, Slovenia, Romania e appunto Austria, un Paese dove non ci sono limiti nell’utilizzo di denaro contante.

In Romania, invece, opera da tempo il clan Grande Aracri che, assieme ad altre cosche cutresi, è riuscito a stringere rapporti di collaborazione con ex esponenti del regime comunista, conosciuti come «colletti bianchi romeni», coinvolti in varie attività criminali, tra cui frodi in materia di appalti pubblici.

Malta è un altro buco nero, uno di quei Paesi che, anche grazie agli investimenti della ’ndrangheta, ha registrato un aumento del Pil, con un incremento medio nel decennio 2007- 2017 del 4,2 per cento. Il giro d’affari legato al gioco online e alle scommesse ammonta al 12 per cento della ricchezza complessiva del Paese. Ormai le principali società coinvolte, come hanno dimostrato le operazioni «Gambling», «Jonny» e «Jamm Jamm», hanno sede proprio alla Valletta.

Anche il Belgio, da tempo, costituisce uno dei principali poli di interesse della ’ndrangheta e in particolare di esponenti delle famiglie ionico-reggine che vivono stabilmente nelle zone di Mons e Charleroi, al confine con la Francia, ma pure a Liegi-Limburg, al confine con l’Olanda. Anche qui molto attiva è la cosca Grande Aracri, come ha messo in evidenza l’operazione «Grimilde», che ha portato all’arresto di sedici persone ritenute responsabili, tra l’altro, di associazione mafiosa, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Secondo l’accusa, avevano reclutato manodopera a basso costo per la costruzione di 350 villette nei pressi di Bruxelles per conto di una ditta di proprietà di cittadini albanesi. L’importanza del Belgio per la criminalità organizzata, comunque, deriva soprattutto dalla presenza del porto di Anversa, uno dei principali snodi marittimi d’Europa, come conferma anche la recente operazione «Edera», condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, grazie alla quale è stata disarticolata una cellula della ’ndrangheta che importava droga dalla Colombia e dall’Ecuador, attraverso gli scali portuali di Anversa (Belgio), Rotterdam (Olanda) e Gioia Tauro (Reggio Calabria), per poi destinarla alla vendita nel Nord Europa e in Italia (Lombardia e Veneto). Anche le operazioni «Buslijnen» e «Balboa», condotte nel 2018, hanno ribadito l’importanza strategica del territorio belga all’interno delle rotte del narcotraffico. Oltre al traffico di droga, erano stati effettuati trasferimenti di capitali illeciti e compravendita di diamanti, spesso utilizzati come merce di scambio per acquistare cocaina ed eroina.

L’Olanda, di cui si è già in parte detto, costituisce un altro degli snodi del traffico e del commercio di cannabis e delle droghe sintetiche del mercato europeo, nonché una via di transito degli stupefacenti fatti arrivare al porto di Rotterdam e diretti ad altri Paesi europei, compresa l’Italia.

Anche qui, la ’ndrangheta ha assunto un ruolo di rilievo proprio con riferimento al settore degli stupefacenti, in relazione al quale organizza gran parte della logistica, ricavando importanti capitali che vengono reinvestiti e impiegati per gestire la latitanza di elementi di spicco dell’organizzazione.

I latitanti da sempre rappresentano una sorta di antenna sul territorio, capaci di monitorare e gestire opportunità e alleanze strategiche.

Un’altra significativa criticità è rappresentata dalle Antille Olandesi, un territorio in cui non è possibile esercitare il mandato di arresto europeo e dove da sempre confluiscono interessi più o meno opachi.

Lussemburgo, Svizzera, Principato di Monaco, Andorra, San Marino e Liechtenstein non sono da meno, soprattutto per quanto riguarda la costituzione di società di comodo, gli investimenti e il riciclaggio di denaro. Stesso discorso vale per Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria e Paesi scandinavi, che da alcuni anni sono entrati nell’orbita delle mafie in funzione dei loro continui investimenti in territori dove è più facile mimetizzarsi. Paesi come il Liechtenstein, in cui alcune centinaia di trust gestiscono migliaia di miliardi di euro, riescono sistematicamente a evitare «l’intermediazione professionale» che, in molti altri Paesi, ha l’obbligo di denunciare le transazioni sospette.

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