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Un momento del Forum tra il direttore Napoletano, il magistrato Gratteri, lo studioso Nicaso e il giurista Spiezia

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Non era un discorso metagiuridico quello del gip del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini che, nel valutare le esigenze cautelari a carico dei rampolli dello storico clan siciliano dei Fontana che si erano trasferiti in Lombardia e gestivano il business della vendita del caffè attraverso una rete di insospettabili, teneva conto dei “peculiari riflessi delle misure di contenimento del Covid-19 sul pericolo di reiterazione di reati”.

Era sì un allarme sociale ma anche una valutazione prognostica della probabilità di reiterazione del reato da parte dei 91 destinatari della mega ordinanza di custodia cautelare scattata, nel maggio scorso, tra Milano e Palermo, nonché un calcolo delle chances di ulteriore espansione delle attività criminali di Cosa Nostra, e in particolare del clan dell’Acquasanta. I fatti contestati, del resto, risalgono a un periodo compreso tra il 2018 e i giorni nostri. Il riferimento è alle ricadute economico-sociali del lockdown che ha determinato la sospensione di buona parte della attività delle imprese e degli esercizi commerciali e al pericolo che le mafie, nella fattispecie Cosa Nostra, si approprino delle aziende in crisi.

Non poteva mancare la citazione del recente provvedimento del gip di Palermo nel nuovo libro del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, e del professor Antonio Nicaso, tra i massimi esperti di mafie, e di ‘ndrangheta in particolare, “Ossigeno illegale. Come le mafie approfitteranno dell’emergenza Covid-19 per radicarsi nel territorio italiano”, edito da Mondadori. Perché quell’ordinanza di custodia cautelare per la prima volta mette nero su bianco un concetto che da tempo è patrimonio cognitivo di questo giornale. Se lo Stato non riesce né a far arrivare liquidità a chi ha perso il lavoro e ha fame, né contributi a fondo perduto compensativi alle aziende che perdono fatturato per la chiusura delle attività, c’è il rischio che le imprese si rivolgano alla “banca” della criminalità organizzata. E’ il monito di Gratteri e Nicaso fin dal prologo: “Oggi, chi deve intervenire non può perdere tempo in discussioni inutili. I disagi sociali e le difficoltà economiche vanno affrontati con tempestività. La storia insegna che i ritardi diventano cruciali non solo per chi fa fatica a riprendersi, ma anche per chi sulle sofferenze altrui ha sempre speculato e, purtroppo, continua a farlo”. Corsi e ricorsi storici, rievocati dagli Autori con maestria e rigorosa documentazione, dimostrano che è così in ogni pandemia. Chi di dovere starà a sentirli?

Era, del resto, uno dei temi del forum del Quotidiano (SCOPRI), condotto dal direttore Roberto Napoletano, con Gratteri, Nicaso e il numero due di Eurojust, Filippo Spiezia; un dibattito citato non a caso nel capitolo sull’Europa, che documenta che le mafie, negli anni, sono state considerate più come opportunità che come minaccia, specie quando hanno ridotto l’uso della violenza. Soprattutto all’estero, infatti, si è orientati ad associare le mafie alla violenza, e quando i clan si muovono sotto traccia vengono sottovalutati. Ma così alla fine si è sottovalutato l’impatto delle mafie sul Pil.

L’ immensa quantità di denaro proveniente dalla droga ha consentito alle mafie italiane e straniere di mettere le mani su tanti settori legali, meno rischiosi rispetto alle attività delinquenziali tradizionali – come le estorsioni – ma addirittura più redditizi. L’infiltrazione della criminalità̀ mafiosa si è dunque concentrata in aree che sono state scelte dalle organizzazioni criminali sulla base delle caratteristiche dei mercati, per soddisfare una crescente domanda di servizi illegali. L’investimento nell’economia legale è stato poi dettato dalla necessità di occultare le attività criminali in operazioni di riciclaggio. Ma in Europa non esiste una normativa antiriciclaggio all’altezza di quella italiana.

“A un problema sempre più globale bisogna rispondere con una lotta altrettanto globale – avvertono Gratteri e Nicaso – E per farlo è necessaria una nuova consapevolezza, quella di smettere di considerare le mafie un fenomeno italiano e cominciare a valutarle per quello che realmente sono: una minaccia globale, capace di investire dove trovano minore resistenza. La legislazione europea oggi è «butirrosa». E nel burro, il coltello delle mafie continuerà facilmente ad affondare”.
Oggi, più che in passato, la vera forza della mafia consiste nel saper raggiungere i suoi obiettivi sfruttando le moderne occasioni di business, attraverso l’offerta di servizi sempre nuovi, in un’ottica di costante evoluzione. Uno scenario che potrebbe essere superato se non resterà un fatto simbolico il fatto che, sia pure a 20 anni dalla Convenzione di Palermo, la Conferenza delle Parti sulla Convenzione Onu sulla criminalità transnazionale ha approvato all’unanimità la risoluzione italiana.

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