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Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato

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«Vladimir Putin voleva il “modello Finlandia” per l’Europa e invece ottiene il “modello Nato”». Le sarcastiche parole del presidente Usa, Joe Biden, a proposito dell’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza Atlantica, rappresentano probabilmente la sintesi migliore del vertice di Madrid. Un vertice storico che, con le nuove adesioni, sancisce il rilancio di un’organizzazione che fino a pochi mesi fa sembrava ormai morta e sepolta.

Il nemico esterno – che era la ragione della sua stessa esistenza – mancava ormai dai tempi della caduta del Muro di Berlino con la fine dell’Unione sovietica. Gli stessi Stati Uniti, mossi dall’isolazionismo dell’amministrazione Trump, avevano cominciato a picconare un’organizzazione che consideravano inutile e costosa. Il presidente francese Emmanuel Macron, in un rigurgito di gollismo, la riteneva un organismo «in stato di morte cerebrale».

L’AUTOGOL DI PUTIN

Ecco perché l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin rappresenta un capolavoro di strategia. Ma alla rovescia. L’esempio di ciò che un capo di governo non dovrebbe mai fare per evitare di esporsi a una sconfitta diplomatica e strategica senza precedenti. Oggi la Russia cerca di annettersi il sudest dell’Ucraina. Ma non sa ancora se sarà raggiunto l’obiettivo, comunque di gran lunga minore rispetto a quello programmato: ridurre il governo di Kiev a satellite di Mosca in tre giorni, senza sparare un colpo.

Nel frattempo, una guerra giustificata con la ragione, tra le altre, di fermare l’espansione della Nato verso oriente ottiene il suo esatto contrario. L’ingresso di Svezia e Finlandia, formalizzato dopo la caduta del veto della Turchia (in attesa della ratifica dei Parlamenti dei Paesi membri) e il sostegno politico e pratico a Bosnia-Erzegovina, Georgia e Repubblica di Moldova ridanno vigore all’Alleanza e ne fanno la protagonista strategica di questo decennio.

Per questo risultato Putin ha parecchio da rimproverarsi, visto che la cosiddetta “espansione” della Nato – che altro non era se non la libera adesione dei Paesi dell’Europa orientale, finalmente liberi dal giogo dell’impero sovietico – era ferma dal 2004 e che non c’era alcun casting aperto in vista di nuovi ingressi. Col senno di poi, piuttosto, occorre riconoscere che proprio il rifiuto dei Paesi membri di accogliere l’Ucraina nell’organizzazione ha lasciato il governo di Kiev privo di quelle coperture strategiche e militari che hanno lasciato campo libero all’invasione barbarica di Mosca.

L’iniziativa di Putin, pertanto, non ha solo alimentato la resistenza nazionale dell’Ucraina, un Paese storicamente fratello, ma ha anche risvegliato l’incubo dell’insicurezza e della guerra in Paesi tradizionalmente pacifici e neutrali come la Finlandia e la Svezia, con il risultato di allungare la cortina di ferro stesa tra i Paesi membri della Nato e la Federazione russa e di ricacciare Mosca nel ruolo di nemico pubblico numero uno dell’Occidente.

L’IMPEGNO SUI CURDI

«La Federazione Russa è la minaccia più significativa e diretta alla sicurezza degli Alleati e alla pace e alla stabilità nell’area euro-atlantica. Cerca di stabilire sfere di influenza e controllo diretto attraverso la coercizione, la sovversione, l’aggressione e l’annessione. Utilizza mezzi convenzionali, informatici e ibridi contro di noi e i nostri partner»: questo è il paragrafo principale dello Strategic Concept 2022 diffuso ieri dalla Nato al vertice di Madrid.

Purtroppo, a fare le spese della rovinosa escalation avviata da Putin non saranno soltanto gli ucraini, ma anche i curdi. Il veto della Turchia all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato è caduto solo poche ora prima del vertice di Madrid. E il memorandum siglato tra le parti, su impulso degli alleati, contiene l’impegno dei Paesi candidati a collaborare con Ankara per fronteggiare la resistenza curda, che Erdogan considera una minaccia terroristica sul fronte interno.

Come si legge nel memorandum, Finlandia e Svezia non possono più «fornire supporto» a una serie di organizzazioni curde che la Turchia considera ostili, «condannano senza ambiguità tutte le organizzazioni terroristiche che perpetrano attacchi contro la Turchia», «confermano che il Pkk è un’organizzazione terroristica vietata» e «si impegnano a prevenire le attività del Pkk e di tutte le altre organizzazioni terroristiche».

L’impegno più importante dei governi di Stoccolma e di Helsinki riguarderà «le richieste in sospeso di espulsione o estradizione di sospetti terroristi da parte della Turchia». Proprio ieri, il ministro della Giustizia turco Bekir Bozdag ha annunciato delle richieste di estradizione per 33 membri del partito curdo armato Pkk e per altri affiliati alla rete Feto, ritenuta responsabile del tentato golpe del 2016.

Una parte importante dell’opinione pubblica dei due Paesi scandinavi protesta per i contenuti dell’accordo che espone il popolo curdo all’arroganza autoritaria di Erdogan. E lo stesso succede in altri Paesi europei. Viceversa, i fautori del realismo politico considerano gli impegni del memorandum sufficientemente generici proprio per renderli accettabili. E in ogni caso riconoscono la necessità di assecondare almeno formalmente il governo di turco pur di ottenere la copertura militare indispensabile contro la minaccia alla sicurezza che proviene dalla Russia.

A questo scopo, si legge nella dichiarazione finale del vertice di Madrid, «gli alleati si sono impegnati a schierare ulteriori robuste forze sul posto pronte al combattimento sul nostro fianco orientale». Tra i Paesi impegnati c’è anche l’Italia.

L’IMPEGNO ITALIANO

«Noi abbiamo assunto il comando Nato in Bulgaria e aiutiamo anche la Romania. E ci sono pattugliamenti aerei dei Baltici da vari mesi. Le forze in Bulgaria e Romania sono 2 mila, ce ne sono 8 mila di stanza in Italia pronte se necessario», ha detto a margine del vertice il premier Mario Draghi, che ricorda anche l’invio in Italia di altri 70 soldati e di un sistema di difesa antiaereo da parte degli Usa.

Ma l’osservazione più politica e prospettica del capo di governo italiano è questa: «La presenza dell’Europa è cresciuta nell’alleanza, e adesso si sta arrivando quasi a una corrispondenza tra Unione e Nato. In questo modo molte divergenze tra la difesa comune europea, che noi vogliamo, e l’alleanza, vengono superate». Una frase politicamente risolutiva che rinnova la proiezione degasperiana ed euro-atlantica di Mario Draghi. E ricorda alla Russia il tragico autogol di Vladimir Putin.


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