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Xi-Jinping e Putin

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NEGLI ultimi venti anni abbiamo assistito al proliferare di alleanze multilaterali tra Stati caratterizzate da un duplice obiettivo: uno dichiarabile, che fa riferimento alla definizione di forme di coordinamento strutturate; l’altro, implicito e meno comunicabile, che riguarda la volontà di esercitare una qualche forma influenza verso il resto del mondo grazie ai vantaggi conseguenti alla massa critica raggiunta. Ve ne è per tutti i gusti e culture. Il risultato, anche senza considerare la drammatica guerra in Ucraina, non mi pare confortante: anziché favorire una convergenza verso un ordine mondiale, questi consessi hanno contribuito a creare entropia: perché sono tanti, troppi e perché sono divisi al loro interno.

Noi occidentali siamo abituati al G7 e al G20. Il primo si è riunito recentemente in Germania, vanta una indubbia storicità (è nato nel 1975), è rappresentativo di oltre il 60% della ricchezza mondiale ma ha due problemi: da un lato è l’espressione, di equilibri economici e politici da guerra fredda visto che non include alcuna potenza economica emergente (Cina e India, in primis); dall’altro, presenta visioni diverse circa l’atteggiamento da tenere nei confronti della super potenza ormai emersa: è quasi superfluo rilevare che l’atteggiamento della Germania rispetto Pechino è molto diverso da quello della Casa Bianca. Il G20, consesso che rappresenta circa il 63% della popolazione mondiale e l’87% dell’output globale, ha il vantaggio di includere tutte le potenze economiche e politiche dei vari continenti e, in questo senso, è sicuramente un formato in grado di rendere possibile una governance globale dell’economia ma ha due svantaggi evidenti, figli della natura stessa del tavolo negoziale: l’eterogeneità culturale, di valori e di interessi politici dei Paesi coinvolti nonché la focalizzazione eminentemente economica, che è un collante piuttosto debole per garantire continuità e forza al formato.

Al di fuori del mondo occidentale, sono invece attivi BRICS – che si è riunito di recente – e Shanghai Cooperation Organization – organismo intergovernativo che include Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan -. Il primo formato include quelli che erano una volta (inizio del secolo) i paesi ad alto tasso di crescita, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Si tratta di un costrutto artificiale tra Paesi che hanno ben poco da condividere e il cui unico interesse comune è probabilmente quello di impedire che gli USA guadagnino troppo terreno nello scacchiere internazionale. Come se non bastasse, ci sono ulteriori paesi come la Turchia che cercano di giocare le proprie carte su più tavoli, magari per creare uno nuovo di stampo medio-orientale che ricalchi i fasti dell’impero ottomano. Ci sono insomma tutti gli elementi per affermare che viviamo in una situazione caratterizzata da un equilibrio profondamente instabile.

Che cosa fare? È necessario rendersi conto che il vecchio adagio di Bill Clinton – it’s the economy, stupid, a rappresentare la centralità della variabile economica nelle dinamiche e obiettivi dei Paesi – ha perso di validità; gli ultimi anni hanno evidenziato una prospettiva molto diversa, che potremmo sintetizzare “It’s politics, stupid”: con l’obiettivo di qualificare il ruolo chiave – sia come fattore di coordinamento che come determinante disgregativa – di variabili come il sistema di valori prevalente in un Paese, gli obiettivi della sua classe politica e la conseguente prospettiva di gestione dei sistemi sociali. La crisi avviata dalla pandemia e accelerata in misura straordinaria dalla guerra in Ucraina rappresenta paradossalmente un’opportunità per “rimettere ordine” nel sistema globale in modo da garantire una stabilità di medio-lungo periodo: l’ormai aspro confronto tra superpotenze rappresenta infatti l’occasione per capire la forza relativa di ciascun Paese, così come i suoi interessi e individuare conseguentemente le condizioni per un nuovo equilibrio.

Questo nuovo equilibrio può essere raggiunto solo ad una condizione: che si crei un G2 tra USA e Cina. Faccio riferimento ad un dialogo strategico permanente tra due superpotenze, due sistemi di valori, due sistemi politici e visioni del mondo quasi opposti ma che in nome di un interesse superiore – il disordine irreversibile dettato da una guerra – trovano la disponibilità a definire una politica comune su alcuni temi chiave come la gestione de: la proliferazione del nucleare, lo sviluppo sostenibile del pianeta e i fenomeni pandemici.

Attenzione: questo non significa in alcun modo il varo di una alleanza, ma la presa di coscienza che attraverso questo meccanismo di coordinamento si minimizza la probabilità di un conflitto diretto. Del resto, la storia ci insegna che l’ordine internazionale si crea partendo dagli egemoni (culturali, economici e militari) e che l’ordine bilaterale è quello più stabile (basti pensare alla guerra fredda). Per questo serve visione di lungo periodo e disponibilità da ambo le parti ad andare oltre la deterrenza della controparte. Lo dobbiamo sperare altrimenti il quadro globale potrebbe davvero complicarsi; non vorremmo mai trovarci a dover ritenere la già drammatica guerra in Ucraina una piccola cosa.


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