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Palazzo Chigi

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Sono giornate intense, piene di problemi che rendono difficile la prosecuzione della vita del governo. Poi, visto che di alternative non ce ne sono, si va avanti, ma sembra sempre più che sia per inerzia se non proprio per disperazione. L’unica cosa che cresce è il sospetto reciproco fra tutti gli attori di questa vicenda: ciascuno teme lo sgambetto dell’altro, per non dire di peggio.

IL TEMA CENTRALE

Il tema centrale rimane quello dei finanziamenti europei. È su questi che si appuntano le scommesse sulla tenuta del governo Conte malgrado tutto, ma al tempo stesso è sul timore che il governo non sia in grado di gestirli che fanno leva quelli che, scopertamente o meno, lavorano per un suo superamento. Proviamo a mettere un po’ d’ordine per quel tanto che è possibile farlo. Su tutto domina a dire il vero l’incertezza circa la portata dei finanziamenti Ue nonché sulla loro tempistica. Come si è visto ieri, la partita a livello di Consiglio europeo non è affatto decisa. Chi pensa che tutto si sbloccherà con la presidenza tedesca ormai in procinto di partire (dal 1° luglio) non tiene conto che la partita si gioca fra capi di Stato che sono fortemente condizionati dalle rispettive opinioni pubbliche. Sfortunatamente per noi, l’immagine dell’Italia presso le opinioni pubbliche di molti Paesi europei (non solo quelli “frugali”) non è ottima. Lo si capisce quando un ministro austriaco dice che bisogna stare attenti a regalare soldi a un Paese che li spende per reddito di cittadinanza e bonus vacanze: poi si faccia caso che non cita bici e monopattini, perché quella è roba “verde” e lui ha i verdi nella sua maggioranza. Emblematico su come si ragiona in ogni Paese.

A COSA PUNTA IL PD

Però di questo contesto va tenuto conto e il premier deve puntare i piedi e spiegare con chiarezza alla sua maggioranza che non è più tempo di agitare bandierine. Eppure i Cinque Stelle sono ancora lì a baloccarsi con un no al Mes che poi si pronuncia strizzando l’occhio per far capire che “poi” si farà diversamente, dopo ci aggiungono un boicottaggio alla riforma dei decreti sicurezza, mentre la loro irragionevolezza sulla questione autostrade ci ha portato ad avere la questione sotto la lente della Commissione europea, il che in questo momento proprio non ci voleva. Il fatto è che neppure il Pd ci fa capire chiaramente a cosa punti. Risulta evidente che non è soddisfatto di come stanno andando le cose e si capisce bene il perché. Però non sa proporre una visione di come può evolversi la situazione, il che dà l’impressione di un partito che naviga molto a vista. Che poi questo incoraggi tutte le speculazioni su cosa si stia preparando dietro le quinte sembra non preoccuparlo, ma sbaglia. Non si diventa punto di riferimento di un Paese in crisi se tutto viene letto in un’ottica politicante, quella di manovre per un nuovo premier (Franceschini?), di navigazioni in equilibrio per poter avere un ruolo chiave nel decidere la successione a Mattarella.

IMPASSE SUICIDA

Con la situazione economico-sociale che si profila, alla gente importerà poco di queste tattiche parlamentari. Si dice: ma tanto a votare non si va e dunque, per recuperare il consenso della gente ci sarà tempo. Temiamo che non sia esattamente così. Tornano ad affiorare discorsi sulla praticabilità di una “finestra elettorale” la prossima primavera. Non facile da sfruttare per una serie di condizionamenti (a partire dalla revisione dei collegi e della probabile nuova legge elettorale dopo lo svolgimento del referendum), ma possibile. E forse stanno crescendo quelli che ci fanno conto, non solo nelle opposizioni. Naturalmente andrebbe valutato cosa può significare questo in rapporto ai finanziamenti che dovrebbero arrivare dall’Europa. Banalmente, si tratterebbe di avere i nostri programmi sotto esame a Bruxelles nel momento in cui si apre una battaglia elettorale dagli esiti più che incerti e che potrebbero essere anche poco accettabili dai nostri partner nel caso di successo dei partiti anti europeisti. Insomma, l’impasse non aiuta ed è preoccupante che non ci si renda conto del problema. Quando il sistema di governo (autonomo) della giustizia viene redarguito giustamente dal presidente della Repubblica che ricorda il dovere di servire la Costituzione e non le correnti delle varie parti non è che offriamo all’estero l’immagine di un Paese in ottima salute. Peggio se chi osserva si ferma a considerare che, nonostante questo, il governo non è ancora in grado di imporre tempi rapidi a una riforma di questa importanza.

LA RESPONSABILITÀ

Di fronte a questi problemi l’incidente di giovedì al Senato può essere derubricato a una svista che può succedere in tutti i sistemi parlamentari. In quel caso ciò che è grave non è un errore di calcolo e una risposta pasticciata a un peraltro legittimo artificio dell’opposizione, ma il vedere l’opposizione che compatta abbandona l’aula mentre si vota su un tema delicatissimo e trasversale come una regola elettorale. Anche questi sono segnali che in genere mettono in luce quantomeno il degrado di un sistema politico. Parafrasando il capo dello Stato va chiesta anche a tutta la classe politica di essere al servizio della Costituzione e non dei rispettivi interesse di “corrente”. Non si corra a cercare il lavacro populista delle elezioni. Si cominci a gestire con responsabilità il difficile passaggio attuale. Tutti, nessuno escluso, perché davvero in questa crisi è difficile individuare degli attori senza responsabilità quanto al punto a cui siamo arrivati.


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