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La ministra della Giustizia Marta Cartabia

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Avanti, ma con calma, molta calma. Dopo le intemerate dei giorni scorsi Conte ha avuto l’incontro programmato con Draghi ed ha smesso subito i panni del barricadero. I Cinque Stelle vogliono farsi sentire, ma senza alzare la voce e soprattutto senza pretendere, almeno per ora, l’impossibile, cioè una resa del duo Draghi-Cartabia alle pretese di Bonafede e dei suoi pretoriani.

Non ci voleva molto a capire che per una impostazione del genere non era aria: non solo perché Draghi non può perdere la faccia davanti alla UE per le ubbie di un grillino in ritardo sulla storia, non solo perché se si consente ad una componente della maggioranza di piantare le sue bandierine è difficile poi non consentire lo stesso agli altri, ma soprattutto perché Marta Cartabia non è un ministro qualunque. Avere scelto come Guardasigilli un ex presidente della Corte Costituzionale e averlo fatto in un momento molto delicato per la situazione dell’amministrazione della giustizia sottolinea la posizione chiave di quella carica su cui hanno puntato tanto Mattarella quanto Draghi. Non la si può delegittimare solo perché il grillismo e i suoi ispiratori non hanno capito che i tempi delle impennate pseudo-ideologiche sono tramontati.

Poi tutti sono persone di mondo e se si può fingere di concedere qualcosina senza compromettere la sostanza lo si farà. In quel caso anche gli altri partner della coalizione comprenderanno che se si può andare avanti con questo governo evitando il rischio di veder messo in discussione il PNRR, meglio per tutti. È quel che crediamo abbia pensato Enrico Letta quando si è lasciato andare alla solenne affermazione dell’ovvio, e cioè che in parlamento è sempre possibile migliorare le leggi. Il problema su cui ha glissato e che in quel caso si trattava di peggiorare la riforma Cartabia e con essa le nostre chance di presentarci in Europa come un paese capace di voltare pagina (ovviamente Letta ha detto che si sarebbero potuti fare solo miglioramenti, dimenticando che sul DDL Zan ha sostenuto che quando si fa così si insabbia tutto …).

Poi si capisce che il segretario del PD è nella condizione di dover evitare a tutti i costi una rottura coi Cinque Stelle: troppi confronti elettorali, a cominciare da quel nel suo collegio a Siena, sono legati a piccole quote di voti, sicché il partito del Nazareno dubita di poter fare da solo. Da questo punto di vista qualcosa potrebbe cambiare dopo la prova delle urne d’autunno quando si potrà valutare se in concreto M5S è così determinante. Risultati come quelli che potrebbero ottenere Calenda a Roma, Sala a Milano, o il candidato di Torino incideranno sul quadro di riferimento del PD in un senso o nell’altro.

Certo al momento Salvini sta di nuovo dando una grossa mano al centrosinistra riducendo fortemente i margini di spostamento del centro verso destra. Il suo ritorno alla politica demagogica in materia di lotta alla pandemia, ma non solo, fa sì che per quelle componenti che hanno perplessità verso la strategia di Letta diventi molto difficile per non dire impossibile scindersi dal blocco tradizionale della sinistra e considerare una vittoria elettorale della destra una specie di male minore sopportabile. Immaginare il Salvini di queste ultime settimane a capo del governo che dovrebbe gestire la seconda fase del PNRR in confronto con la UE è un discreto incubo per gran parte delle classi dirigenti (in senso lato) di questo paese.

Basterà questo per tenere in piedi una alleanza PD-M5S e cespuglietti vari? Questa è una incognita perché suppone che Conte riesca davvero a normalizzare le sue truppe e che egli si accontenti di un ruolo che non lo vede ritornare a Palazzo Chigi almeno per un bel po’ di tempo. Non si può impostare un ragionamento solo su quanto già conosciamo (per di più in maniera confusa). Sarà necessario attendere l’evoluzione della pandemia, che non sembra al momento in via di soluzione e che preoccupa il mondo economico come si sta vedendo dall’andamento delle borse (e aggiungiamoci magari qualche pensiero ad un contesto internazionale non propri tranquillo).

Il timone rimane più che mai nelle mani di Draghi e della sua squadra, che lavorano senza intemerate e sceneggiate, ma che sono come tutti sottoposti all’alea di eventi che non è detto possano controllare. È dall’evolvere della situazione che vedremo se si aprono spazi, anche solo ipotetici, perché le forze interessate ad andare “oltre Draghi” possano provare a rientrare in partita, anche sfruttando la situazione confusa e poco lucida di molti dirigenti politici e le fibrillazioni di gruppi parlamentari incerti sul loro futuro.

Per adesso c’è il “vincolo esterno” dei finanziamenti europei che ci tiene in carreggiata: di assumersi la responsabilità di mettere a rischio quei denari in fondo non se la sente nessuno. Però si possono fare leggerezze e/o sciocchezze anche semplicemente senza rendersene conto, perché si sottovalutano contingenze e conseguenze. È l’incognita che ci pende continuamente sul capo in una situazione in cui tutti i partiti sono intrappolati dalla ricerca di dar prova di quale potere abbia ciascuno e di quanto poco ne abbiano i propri avversari. Ciò rende la situazione molto pericolosa e ci farà vivere una estate senza la consueta vacanza della politica.


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