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Il presidente del Senato, Ignazio La Russa

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IL 2022 si chiude con una delle più inutili polemiche che la politica italiana potesse concepire: quella sulla celebrazione della nascita del Movimento sociale italiano. Il via lo dà il post di Isabella Rauti, sottosegretaria alla difesa del governo Meloni, che nel giorno di Santo Stefano, scrive: “Oggi voglio ricordare il 26 dicembre di 76 anni fa quando, a Roma, nasceva il Movimento Sociale Italiano (M.S.I.).Onore ai fondatori ed ai militanti missini”. Il post è accompagnato dalle immagini del simbolo, con tanto di fiamma tricolore, e del padre Pino Rauti, figura assai controversa della destra italiana. Rauti (scomparso nel 2012), che a 17 anni aderì alla Repubblica sociale di Salò, si è sempre distinto per una attività teorica e intellettuale che lo portò a sposare le dottrine razziste e antiliberali di Julius Evola e per una attività di fondatore e militante di movimenti estremisti, spesso al confine con l’illegalità anticostituzionale e il sovversivismo antidemocratico.

Al post celebrativo della Rauti, fa seguito quello di Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato. “Nel ricordo di mio padre, che fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano in Sicilia e che scelse con il MSI per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana”, recita il testo di La Russa, con tanto di manifesto di repertorio e data di nascita del Msi: 26/12/1946. Anche in questo caso ritorna il ricordo del padre. Che stavolta è Antonino La Russa (scomparso nel 2004), volontario di guerra in Africa e senatore missino per 5 legislature e venti anni consecutivi fino al 1992. Proprio l’anno in cui Ignazio La Russa esordisce in Parlamento.

Le reazioni ai post nostalgici dei due politici, specie da parte delle opposizioni di centrosinistra e della comunità ebraica, sono immediate e forti. E in effetti sorprende che Rauti e La Russa non abbiano valutato il peso della loro iniziativa in considerazione della responsabilità che deriva dalle loro cariche e che richiederebbe ben altra prudenza. Peraltro, il 27 dicembre è il 75° anniversario della promulgazione della Costituzione italiana. Dal presidente del Senato e dalla sottosegretaria alla difesa ci si aspetterebbe una ben diversa attenzione verso tali ricorrenze, proprio per evitare che la nostalgia per un movimento che si richiamava esplicitamente al fascismo possa creare un’ombra inquietante sul compleanno della nostra carta fondativa, nata, viceversa, dalla resistenza antifascista.

Siamo certi, peraltro, che la prima a soffrire di questa vicenda sia stata proprio Giorgia Meloni. In queste prime settimane di attività, la presidente del consiglio ha cercato di evitare in tutti i modi di essere associata alla storia passata della destra. Può farlo certamente in virtù della sua età che le permette di non avere rapporti di contiguità con i fondatori del Movimento sociale italiano né tantomeno con gli eredi diretti del regime fascista o della Repubblica di Salò. Può farlo anche perché è la fondatrice di un partito nuovo, Fratelli d’Italia, nato in questo secolo dalle ceneri di Alleanza nazionale (che già aveva operato una netta cesura con il passato missino, valorizzando le espressioni più moderate della destra italiana) e per il quale il Msi può essere al massimo considerato un lontano nonno politico. Può farlo, infine, perché alla generalità dell’elettorato italiano contemporaneo interessa ormai poco o nulla sia delle tragiche diatribe ideologiche del secolo scorso sia, a maggior ragione, delle miserrime liti tribali tra fascisti e comunisti che ancora oggi qualcuno vorrebbe rinverdire.

Nelle sue uscite pubbliche da presidente del Senato, Ignazio La Russa continua a chiedere una pacificazione nazionale, intendendo con questo termine la necessità di una riconciliazione tra le famiglie politiche contrapposte che hanno fatto l’Italia del ’900. Più in profondità, nelle sue parole si coglie quel complesso di inferiorità che attanaglia chi per decenni è stato escluso dal mainstream costituzionale dominante.

Il politologo Piero Ignazi definì il Msi come il “polo escluso”: lo era davvero, considerato da tutti gli altri partiti come un paria al di fuori dell’arco costituzionale. Ignazio La Russa ha introiettato fino in fondo questa condizione che è diventata perfino esistenziale. Perfino i nomi dei suoi figli (Antonino Geronimo, Lorenzo Cochis, Leonardo Apache) sono un omaggio agli Apache, la più nota popolazione nativa americana, ideale vivente della riserva e dell’accerchiamento. Più volte La Russa ha paragonato la destra agli indiani d’America, ai “pellerossa” invasi dai cowboy: capaci di rinnovare il mito di un popolo che difende una causa persa avanti fino alla morte, sacrificando tutto pur di ottenere riconoscimento e legittimazione. Forse è arrivato il momento di rassicurare La Russa sul fatto che la destra italiana non ha più bisogno di legittimazione e di riconoscimento da parte di qualcuno per il semplice fatto che gli elettori stessi l’hanno scelta per governare l’Italia. Da questo momento sarà giudicata non più sulla base dei parametri ideologici del secolo scorso, ma sulla base della sua concreta azione di governo.

Lo stesso discorso vale però per quella subcultura di sinistra – ancora succube del “fascisti carogne, tornate nelle fogne” – che si autocomprende solo nell’eterna riproduzione del conflitto tra totalitarismi e della lotta tra il bene e il male, che ancora cerca ispirazione nella rivoluzione d’ottobre, che archivia la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Urss come una propria sconfitta, che si mostra indulgente con Putin, che riduce la Costituzione italiana a feticcio e la brandisce come clava contro il nemico ideologico. A questa sinistra bisognerebbe spiegare che le istituzioni repubblicane hanno fatto la loro parte, vera e propria palestra di democrazia per tutti, missini compresi. E che, alla fin fine, il Msi ha attraversato pacificamente la Prima Repubblica, garantendo l’integrazione di una parte della popolazione italiana nell’evoluzione dello Stato democratico.

Certo, negli “anni di piombo” non sono mancate gravissime promiscuità con il mondo della sovversione antidemocratica, prontamente rintuzzate dalle istituzioni, ma lo stesso è accaduto ad altre forme organizzate della stessa sinistra. Certo, La Russa e Rauti avrebbero potuto usare maggiore cautela, pur nel rispetto del ricordo dei padri. Ma indicare lo spettro di un ritorno del fascismo e dell’antisemitismo per un paio di post avventati pare davvero lunare: il passato che divora il presente. Ai cittadini queste polemiche non importano più. E, soprattutto, non spostano un voto.


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