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La Jaguar nera mette le cose a posto, dal punto di vista dell’identità britannica, dopo che per tanti giorni il feretro della Regina ha attraversato la propria patria scortata dallo stellone Mercedes.

Il nero si addice alla maestà del passaggio e la cerimonia, perfetta come un orologio, contrasta con l’eterno tramonto occidentale che svapora nella volatilità della morte.

Un funerale fuori moda e dunque – per come insegna Giacomo Leopardi, dal suo dialoghetto – un funerale dove non trova spazio la morte e poiché il Re non può che essere taumaturgo, guaritore di ogni scrofola, pur in questo tempo, nessuno osa presentarsi con la mascherina Ffp2 al cospetto della bara.

Un Imperatore Cattolico se ne va al modo di Zita. L’ultima della Casa Austro-Ungarica che nella cripta bussa tre volte, quando nelle prime due elenca tutti i titoli e i predicati ma solo nell’ultimo rintocco di nocche, pronunciando il nome nella nudità francescana si ritrova accolta dai padri cappuccini.

Una regina britannica se n’è andata e la storia che doveva finire, la realizzazione di un dominium unico in tutto il mondo, nel suo funerale – col suo funerale – svela l’inciampo da cui tutto ricomincia. Una sbavatura quella di non avere permesso alla delegazione cinese di rendere onore a Elisabetta II nella camera ardente, un grave precedente quello di non avere invitato la Russia alla cerimonia – e così anche la Persia oggi iraniana – due destini imperiali il cui respiro, è storia, e che nella segreta crudele festa della guerra non smettono mai di regolarsi secondo il codice eterno della cavalleria.

Un atto che conferma l’inaudita novità di fare del nemico un imputato da processare e non un vinto da rispettare, un qualcosa che nella storia dell’uomo non c’è mai stata se si pensa – e questa fotografia lo dimostra – che perfino nella Seconda Guerra Mondiale, col conflitto in corso, i soldati della Wehrmacht non mancavano di onorare i caduti nemici. E così facevano gli inglesi, così i francesi, così i russi consegnando Shamil il Santo, il capo ceceno che li impegnò nella spietata guerra nel Caucaso, all’esilio a Medina, nella città santa.

Un funerale, dunque, che ci accompagna al mondo di domani. Quello lasciato appena ieri. E solo Franco Battiato l’ha saputo dire al meglio:

“Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo/Stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi/E poi silenzio e poi, lontano/Il tuono dei cannoni a freddo/E dalle radio dei segnali in codice/Un giorno in cielo, fuochi di Bengala/La pace ritornò/Ma il re del mondo/Ci tiene prigioniero il cuore”


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