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Studenti in classe

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Nella recente conferenza stampa del Presidente del Consiglio, Mario Draghi ha sottolineato, ancora una volta, l’importanza della scuola per aiutare l’Italia a ritrovare quel tasso di crescita che ha perso da decenni. E Draghi non potrebbe che essere d’accordo con quel che scrisse Pietro Calamandrei: “Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere”.

Un miracolo che è tanto più importante per un Paese come l’Italia: vista nella tela dei secoli, lunghe e alterne dominazioni straniere – specie al Sud – hanno forgiato nella Penisola una diffidenza profonda fra cittadini e Stato. Diffidenza e rassegnazione di cui è emblema lo scanzonato “Franza o Spagna purché se magna”. Allora, è alla scuola italiana che è affidato il compito di trasformare i sudditi in cittadini. Un compito che ha una dimensione nazionale e una territoriale. Sì, perché, come ampiamento documentato in un articolo del 27 dicembre 2020 su queste colonne, la scuola nel Mezzogiorno soffre di una desolante mancanza di risorse, in rapporto a quelle di cui godono i cittadini del Centro-Nord.

I risultati si vedono – argomentammo allora – nei tassi di scolarizzazione. Specialmente nell’educazione terziaria – essenziale adesso che l’economia è soprattutto ‘economia della conoscenza’ – il divario – da sempre esistente – si aggrava. E per la variabile cruciale della spesa in conto capitale per l’istruzione, i dati più recenti dicono che, in termini di euro pro-capite costanti, sono stati spesi 74 euro nel Centro-Nord e 46 euro nel Mezzogiorno (medie dei dati regionali ponderate con il numero di abitanti).

Anche le statistiche sulla percentuale di giovani che abbandonano prematuramente gli studi sono sconfortanti. I dati per il Mezzogiorno sono ben al di là di quelli del Centro-Nord, e sistematicamente ben superiori a quelli del ‘Target Europa 2020’. Come scrisse Don Lorenzo Milani: “Se si perdono i ragazzi più difficili, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Come era da attendersi, questi divari quantitativi si portano appresso anche divari qualitativi. Nelle indagini PISA (Program for International Student Assessment) l’Italia si colloca sistematicamente al di sotto della media dei Paesi avanzati e intorno al ventesimo posto nell’Unione europea. Un dato particolarmente preoccupante è che quasi un quarto dei giovani italiani non raggiunge la soglia di competenze (il livello 2 di PISA) internazionalmente ritenuta come quella minima per entrare a far parte della società a pieno titolo: nelle regioni meridionali questa percentuale è nettamente più alta, intorno a un terzo. Il divario qualitativo nel confronto Italia/Europa (dualismo esterno) riproduce, insomma, il dualismo territoriale interno al nostro Paese.

In conclusione, la scuola non è uguale per tutti. Il riscatto del Mezzogiorno deve partire dal sistema di istruzione, un ‘cantiere’ civico ed educativo che è il più importante volano per superare storici e umilianti divari. Il Centro-Nord ha, per la scuola, più trasporti, mense e progetti educativi rispetto al Sud.

Un recentissimo (12 gennaio) contributo dell’Istat aggiunge un altro tassello a queste minorità scolastiche del Mezzogiorno, a riprova del fatto che il problema parte dall’insufficienza delle risorse destinate all’istruzione. Si tratta qui degli studenti disabili e di quel che la scuola può fare per questa categoria. L’anno scolastico preso in esame è quello più recente (2020-2021). La Tavola 4, per esempio, mostra il rapporto fra alunni e assistenti per l’autonomia e la comunicazione. Questi sono operatori specializzati la cui presenza può migliorare la qualità dell’azione formativa facilitando la comunicazione dello studente con disabilità e stimolando lo sviluppo delle sue abilità nelle diverse dimensioni d’autonomia. Inoltre – scrive il Rapporto dell’Istat – con l’avvio della didattica a distanza, il loro coinvolgimento è risultato determinante nel supportare l’alunno e coadiuvare le famiglie in un impegno a volte molto gravoso.

Ebbene, come si vede, questo rapporto vede il Mezzogiorno sfavorito: cresce a 5,4 (verso 4,2 per il Centro-Nord), con punte massime in Molise e in Campania dove supera, rispettivamente, la soglia di 9 e 15 alunni con disabilità per ogni assistente.

La Tavola 6 descrive, per le scuole con alunni disabili, la percentuale dotata di postazioni informatiche dedicate all’integrazione scolastica. Anche qui, come si vede, il Mezzogiorno è carente. Il fatto è ribadito dalla Tavola 8, che mostra come sia più alta la percentuale di scuole al Sud che lamenta l’insufficienza delle dotazioni informatiche.

Infine, la Tavola 12 riporta le risposte a una domanda articolata. Quante scuole hanno fatto lavori per migliorare l’accessibilità? Qui il Mezzogiorno fa bella figura: la percentuale è più elevata. Ma dalle altre domande si capisce perché: la quota di edifici accessibili è la più bassa, e più alta è la quota di coloro che rispondono: no, non abbiamo fatto lavori ma ce ne sarebbe bisogno.

I bassi tassi di scolarizzazione al Sud e le altre minorità sopra elencate «incidono irreversibilmente – scrisse un Rapporto Svimez – sui processi di accumulazione di capitale umano e, nel lungo periodo, sui processi di crescita economica del Paese». Non bisogna stancarsi di ripetere che il ‘gioco’ del contrasto al dualismo territoriale italiano non è un gioco a somma zero. Non consiste nel dare al Sud una fetta più consistente delle risorse, lasciando invariata la ‘torta’. Il gioco è a somma positiva: le risorse in più al Mezzogiorno fanno lievitare la crescita per tutto il Paese e la correzione di questo dualismo riduce il divario (dualismo esterno) fra la crescita italiana e quella del resto d’Europa.


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