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L’Unione continua a stupirci. Dopo che la Commissione ha proposto il Recovery Fund, che per la prima volta dovrebbe essere finanziato con risorse provenienti da una tassazione diretta, adesso dà alcuni elementi di indirizzo molto interessanti per la spesa delle risorse.

Già è epocale il fatto che i Paesi autorizzino la Commissione ad approvvigionarsi con risorse prelevate direttamente, piuttosto che con trasferimenti da parte dei singoli Paesi: si intravede la parvenza della nascita di uno Stato federale.

Infatti raccoglierà denaro con emissioni comuni di debito. Dei 750 miliardi che verranno raccolti sul mercato, 560 miliardi saranno dedicati alla ripresa economica, 310 dei quali a fondo perduto, mentre 250 miliardi verranno prestati a tassi molto contenuti.

LA SVOLTA

Il fatto che la proposta provenga da Germania e Francia, e che poi sia stata fatta propria dalla Commissione, ci fa essere ottimisti sulla approvazione da parte degli Stati membri. Malgrado la presenza dei Paesi “frugali”, che certo non rinunceranno alla loro opposizione, ma che rispetto alle direttive della Germania saranno molto cauti.

La dichiarazione di Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione, che dice «dobbiamo evitare un ulteriore allargamento delle disparità tra le Regioni e i Paesi» ci fa ben sperare per il Mezzogiorno.

Le sovvenzioni verranno attribuite prendendo a riferimento alcune variabili: popolazione, prodotto interno lordo pro capite, e tasso di disoccupazione. Scatteranno nel 2021 e dureranno fino al 2024 sulla base di piani nazionali, attesi già in ottobre o altrimenti in aprile.

FURBETTI DI PERIFERIA

La prima osservazione che va fatta è che tali risorse arriveranno all’Italia, proprio perché abbiamo nel nostro Paese un’area come il Mezzogiorno a ritardo di sviluppo. Laddove non la avessimo, tali risorse non arriverebbero. Il principio è lo stesso dei fondi strutturali, arrivati per diminuire i divari e tante volte dirottati per pagare le quote latte o altre simili amenità. Il nostro Paese si comporta come il furbetto di periferia con l’Europa. Da una parte si prende le risorse, cosiddette strutturali, dicendo che servono per diminuire le disparità, poi o le distrae per altro o le fa utilizzare per l’ordinario, non facendoli diventare aggiuntivi. Tradendo quindi il principio stesso per il quale sono stati immaginati.

Tutte risorse che, se non ci fosse il Sud, non arriverebbero, rendendo il nostro Paese ancora più contribuente netto. Tutto questo spesso viene dimenticato nella pubblicistica imperante, descrivendo il Sud un attrattore e dissipatore delle risorse del Paese.

Recentemente con la “Operazione verità” del Quotidiano del Sud, con il volume “La “Grande Balla” di Roberto Napoletano e anche con il mio “Il coccodrillo si è affogato” si è fatta giustizia di molti luoghi comuni, per cui si è stabilito che, da un decennio, 60 miliardi, ogni 365 giorni, prendono il volo dal Sud verso il Nord con l’escamotage subdolo, ben immaginato e attuato, della spesa storica, che fa capo a Giancarlo Giorgetti della Lega Nord.

Questo riguarda il passato adesso si presenta un’ulteriore occasione, per la quale il nostro Paese diventa, grazie o per colpa del ritardo di sviluppo del Sud, destinatario di risorse importanti. Sarà poi il Paese a doverle attribuire, costruendo un piano che ovviamente abbia come obiettivo la diminuzione del tasso di disoccupazione.

L’OCCASIONE

In realtà sarebbe meglio che l’Europa inserisse l’aumento del numero di occupati, che non è la stessa cosa. L’Europa sta facendo quello che da tempo si chiede al Paese: di approfittare dell’occasione virus per ridisegnare una diversa idea di sviluppo. E il Paese dovrebbe abbandonare quella della locomotiva e dei vagoni e puntare a uno sviluppo multi aree, che non preveda lo spostamento di uomini da una parte all’altra del Paese, e che punti anche su Napoli, Palermo e Bari oltre che su Milano, Bologna e Venezia.

Un cambio a U che preveda priorità diverse da quelle finora avute. Che infrastrutturi tutti allo stesso modo, arrivando con l’alta velocità ad Augusta, ponte sullo stretto incluso, e valorizzando la vocazione mediterranea dimenticata, della quale parla spesso Svimez.

CI GUADAGNA IL PAESE

Ma c’è ancora qualcosa che va cambiato a livello europeo, perché il rischio che tali nuove risorse finiscano come quelle dei fondi strutturali è altissimo. E allora bisogna cambiare il sistema e passare dal disimpegno automatico alla sostituzione dei poteri. Cioè, se una Regione non riesce a spendere nei tempi previsti le risorse -perché il tempo non è una variabile indipendente – lo Stato deve sostituirsi con forme di commissariamento. Addirittura bisognerebbe prevedere la sostituzione di autorità europee laddove anche lo Stato non fosse capace di raggiungere gli obiettivi. Tale approccio eviterebbe che le classi dominanti estrattive del Mezzogiorno, in accordo scellerato con i partiti politici nazionali, facessero di tutto per ritardare la spesa, in maniera che con il terrore di perdere le risorse si consentisse alla fine di indirizzarle verso i loro interessi piuttosto che per il bene comune.

Sarà questa l’occasione buona per cambiare strategia e non avere più sottratte risorse, per completare, che è un eufemismo, le autostrade e l’alta velocità oltre che i trasporti locali, importantissimi per utilizzare quel giacimento ancora non sfruttato del turismo nel Meridione. Una chiosa: tutto questo non serve al Sud, ai 21 milioni di meridionali, e non sarebbe poco; ma, sperando che la classe dirigente, quella vera, lo capisca, serve al Paese.

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