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Un asilo

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Aumentano i posti negli asili nido italiani, ma non al Sud, area del Paese che resta sul fondo della classifica, sempre più distanziato dal Nord. Mentre il Centro-Nord prosegue nel lento avvicinamento all’obiettivo posto dalla Ue di 33 posti ogni 100 bambini con meno di tre anni, nel Mezzogiorno la situazione resta praticamente statica.

È quanto emerge dal nuovo rapporto della fondazione Openpolis pubblicata ieri ed elaborato in base ai dati rilasciati dall’Istituto nazionale di statistica relativi al 2019: l’Italia, nel complesso, offre 26,9 posti nei servizi per la prima infanzia ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni.

SUD ABBANDONATO

Però i posti aumentano, soprattutto al Nord. Sono infatti sei le regioni che superano la quota del 33% fissata in sede Ue: Valle d’Aosta (43,9), Umbria (43), Emilia-Romagna (40,1), Toscana (37,3), Lazio (34,3) e Friuli-Venezia Giulia (33,7).

Del Sud non c’è traccia, visto che le regioni del Mezzogiorno occupano tutte le ultime posizioni, lontane ormai anni luce: ultima la Campania con 10,4 posti ogni 100 bimbi, seguono la Calabria con 10,9 posti, Sicilia (12,4), Puglia (18,9), Basilicata (20,5), Molise (22,7), Abruzzo (23,9). La media italiana è 26,9. Sopra la media nazionale tutto il Centro-Nord, ad eccezione della Sardegna.
«Restano quasi invariati – si legge nel report – i divari interni che caratterizzano il nostro Paese, già visibili a livello regionale. Le regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione della Sardegna, si collocano ancora tutte al di sotto della media nazionale. Non solo: le maggiori regioni meridionali si trovano tutte in fondo alla classifica. Campania e Calabria si attestano poco sopra i 10 posti ogni 100 bimbi, in Sicilia sono poco più di 12. La Puglia presenta dati più elevati (18,9) ma è comunque quart’ultima nella classifica regionale».

Permangono, inoltre, differenze molto ampie tra Comune e Comune. «Storicamente – evidenzia Openpolis – l’offerta di servizi prima infanzia a livello territoriale mostra due fratture. La prima, e più evidente, è quella tra Comuni dell’Italia centrale e settentrionale e quelli del Mezzogiorno. La seconda è quella tra i maggiori centri urbani, dove il servizio è più diffuso (anche se soggetto a una pressione maggiore, data la maggiore ampiezza dell’utenza potenziale) e i Comuni delle aree interne, dove la domanda debole e dispersa ha storicamente limitato lo sviluppo di una rete di servizi».

LE GRANDI CITTÀ

Così, andando ad analizzare la situazione nelle 10 città con più residenti il risultato è che nei primi sei posti ci sono cinque Comuni del Nord, più Roma; mentre negli ultimi quattro posti sono relegate città del Sud. La prima in assoluto è Firenze con 49,4 posti ogni 100 bambini da 0 a 2 anni, seconda Bologna (47,6), terza la Capitale (47,1), poi ci sono Torino 40,7, Genova 37,9 e Milano con 37,8 posti.

La prima del Mezzogiorno è Bari, ma il divario è emblematico: appena 16,3 posti negli asili nido ogni 100 bimbi. Situazione più difficile a Napoli (12,8), Palermo (11,8) e Catania (appena 6,8).

«Si tratta, purtroppo, di un dato non nuovo – osserva Openpolis – come abbiamo avuto modo di constatare nel corso degli approfondimenti sul tema in questi anni, il livello di offerta del servizio risulta fortemente sperequato tra le aree del Paese. Un tema su cui le politiche pubbliche degli ultimi anni hanno concentrato l’attenzione, a partire dalle previsioni dello stesso decreto legislativo 65/2017 (Istituzione del sistema integrato di educazione 0-6 anni)».

LA SPERANZA PNRR

Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: adesso si spera nelle risorse del Pnrr che, come sottolinea anche Openpolis, «devono essere l’occasione per colmare il divario nell’offerta dei servizi nei prossimi anni».

La capacità di ridurre la disomogeneità dell’offerta di asili nido sarà uno degli aspetti principali – insieme all’estensione del numero di posti complessivo – su cui valutare l’efficacia dell’azione pubblica su questo fronte.

L’argomentazione portata avanti per molto tempo, per cui alcuni territori avrebbero strutturalmente meno bisogno di asili nido, per ragioni sociali o culturali, oggi non tiene più. Poiché è nei primi mesi di vita che i bambini gettano le basi di ogni apprendimento successivo, bisogna che i servizi prima infanzia siano disponibili su tutto il territorio nazionale, senza eccezioni.
Non è un caso, infatti, che nelle zone d’Italia dove scarseggiano i posti negli asili nido e i servizi per la prima infanzia sia più alta la disoccupazione femminile.

MADRI PENALIZZATE

Non potendo contare su strutture in grado di accogliere i bambini più piccoli, molte donne sono costrette a rinunciare alle offerte di lavoro o a non cercarla proprio un’occupazione, e questo accade al Sud in particolare. Ad esempio, in Valle d’Aosta dove ci sono più posti nei nidi l’occupazione femminile tra 25 e 34 anni è del 70,4%; in Emilia Romagna il tasso di occupazione è del 67,5%; in Toscana l’occupazione “rosa” è del 64,2%.

La media italiana di occupazione femminile è del 54,1%: sotto queste soglie ci sono tutte le Regioni del Mezzogiorno e non può essere una casualità: ultima è la Campania con il 30% di occupazione femminile; segue la Sicilia con il 29,5% di occupazione; poi troviamo la Calabria (31,1% di occupazione); Puglia (37,1% di occupazione femminile tra i 25 e i 34 anni) e il Molise (43,2% di occupazione).

«A corollario delle argomentazioni che sminuiscono l’importanza di estendere gli asili nido – si legge in un altro report di Openpolis – la più discriminatoria è che in alcuni territori non servirebbero perché sarebbe già la rete familiare a supplire a questo tipo di necessità. Peccato che rete familiare significhi, nella stragrande maggioranza dei casi, che sono le donne a doversi fare carico di compiti di cura che le escludono completamente dal mondo del lavoro. Il problema, quindi, non è di domanda, ma di offerta. E la carenza di asili nido non può essere trattata come un aspetto su cui non è utile, o rilevante, intervenire. È prioritario estendere l’offerta di servizi, pena accettare l’esclusione di ampi settori della nostra società. Delle donne, escluse dal mercato del lavoro. E dei bambini, esclusi da un’offerta educativa che inizia dalla prima infanzia».

IL FALSO MITO

L’offerta di asili nido e servizi prima infanzia non è omogenea nel Paese e a pagare dazio sono soprattutto donne e bambini, ma più in generale le famiglie del Mezzogiorno, quasi sempre costrette a vivere con un solo reddito e alla soglia della povertà. Un dato che nessuno può mettere in discussione ma «la cui portata – è scritto nello studio – viene troppo spesso ridimensionata, nel dibattito pubblico, con considerazioni di varia natura. L’argomentazione più frequente è che l’offerta di servizi prima infanzia manca perché a mancare è soprattutto la domanda che ne è (o ne dovrebbe essere) alla base».

Un “falso mito”. È ancora forte la disparità tra Nord e Sud in materia di asili nido, una sperequazione figlia di una iniqua ripartizione delle risorse statali tra i Comuni italiani.


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