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Operazioni di voto in un seggio

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TRE sindaci del partito democratico eletti al primo colpo a Milano, Napoli e Bologna. Ballottaggio a Roma e Torino e vittoria netta del centrodestra in Calabria. Non è un voto che possa prestarsi ad interpretazioni quello uscito dalle urne ieri, prima tornata delle amministrative per eleggere i sindaci e i consigli di 1.192 comuni in 16 diverse regioni. Si votava anche per le suppletive per la Camera dei deputati nei collegi uninominali di Siena e Primavalle, quartiere periferico di Roma. Votazioni concluse con con una larga affermazione del segretario pd Enrico Letta, 49%, dieci punti più del suo sfidante di centrodestra, Tommaso Marrocchesi Marzi, e con il dem Andrea Casu in vantaggio nella Capitale su Pasquale Calzetta. Entrambi hanno staccato di molto Luca Palamara, l’ex magistrato che si era presentato con una lista civica e non è andato oltre il 6%.

AFFLUENZA AI MINIMI STORICI

Fin qui i numeri, con l’aggiunta non da poco del dato relativo all’affluenza: il nuovo record negativo: 54,64. Nel 2016, con i seggi rimasti aperti solo per un giorno, era stata del 61,52%. Un elettore su due non ha votato. Minimo storico a Milano (47, 6%), dove il centrosinistra dal 1993, anno in cui per la prima volta si votò con l’ elezione diretta dei sindaci, il centrosinistra non aveva mai vinto al primo turno. Diciamo subito che ha vinto il Pd, forza trainante del governo in carica, e ha perso il centrodestra. E che dunque, Matteo Salvini e con lui, in un abbraccio stavolta non solo fotografico, Giorgia Meloni non hanno argomenti. La sconfitta è netta e non basteranno i ballottaggi ancora aperti a rovesciare il verdetto. Ha vinto la stabilità.

L’effetto-Draghi che s’è riversato sulle urne e ha perso la litigiosità Salvini-Meloni, la scelta di candidati “neutri” ma deboli per non scontentare nessuno. Chi fino a ieri l’altro leggeva i sondaggi e coltivava strani desideri, tipo votare prima della scadenza della legislatura, prima possibile cioè, ora ci penserà bene. Il voto di Milano con Beppe Sala al 57%, di Napoli, con Gaetano Manfredi al 60,20%, e di Bologna, Matteo Lepore 62%, è uno schiaffo. Una doccia gelata per i due leader del centrodestra che fino all’ultimo istante si sono tirati per la giacchetta per favorire questo o quel candidato arrivando nelle scelte fuori tempo massimo.

Né l’affermazione netta di Roberto Occhiuto (54,20%) in Calabria, risultato ottenuto anche in nome e per conto della compianta Jole Santelli, basta a mitigare la delusione (staccatissimi Bruni e De Magistris). Tanto più che il nuovo governatore calabrese è un’esponente di Forza Italia, da ieri prima forza politica nella regione. E al partito di Berlusconi si ispira anche quel Paolo Damilano che a Torino ha sfiorato il 40% dei consensi, quel Damilano sostenuto e voluto fortemente da Giancarlo Giorgetti. Profilo molto diverso dagli altri candidati del centrodestra: 5 figli, cresciuto “nei valori della Resistenza”. È staccato nelle proiezioni di solo un paio di punti dal democrat Stefano Lo Russo. Sfida apertissima, dunque, quella che si terrà tra due settimane all’ombra della Mole. Sfida tra moderati, però.

CALENDA DICE NO: NESSUN APPARENTAMENTO

Non altrettanto si può dire della partita che si giocherà tra due settimane a Roma. Dove il testa a testa Michetti-Gualtieri è poco più di un effetto ottico. Perché, a prescindere dagli apparentamenti, i tanti voti presi da Carlo Calenda – anche nel I Municipio, il salotto buono della Capitale, solitamente legato alla sinistra chic – dovrebbero al secondo turno riversarsi su Gualtieri, ex ministro dell’Economia che ha ottenuto un risultato piuttosto modesto, tenendo conto dell’andamento generale, come dimostrerebbero in base ai primi dati anche i voti andati alla coalizione e alla lista.

Che farà ora Calenda? Per ora si dice contento e anche un po’ deluso per non essere arrivato al ballottaggio. Ci sperava. Farà valere questo successo in chiave nazionale e non farà concessioni a Gualtieri. Il quale si dice fiducioso e si prepara a due settimane di campagna elettorale che si annunciano molto aspre, “convinto che Roma possa rinascere ed essere governata in modo efficiente per tornare guida nazionale e ad un ruolo di punta tra le capitale europee”.

La doppia giornata elettorale segna un flop a largo raggio. Non risparmia il M5S bocciato a Torino e Roma dove governava. Dati alla mano il Movimento di Grillo di questo passo rischia di sciogliersi dentro il partito di Enrico Letta. E a poco serve la rivendicazione della candidatura di Manfredi, ex ministro del governo Conte a Napoli, dove si è consumato sottopelle lo scontro tra il presidente della Camera Roberto Fico e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Di certo la decisione di andare da soli non ha pagato. Il finale purtroppo per Conte è scritto: al Nord il grillino è già una specie in via di estinzione. “Si vince solo se si allarga la coalizione”, può snocciolare la sua ricetta vincente Enrico Letta. E i numeri gli danno ragione.

Il resto lo hanno fatto gli avversari: le candidature improbabili di Luca Bernardo a Milano, andato poco sopra il 33% o del magistrato napoletano Catello Maresca (19%), doppiato a Napoli, o la promozione sul campo di Enrico Michetti, un perfetto sconosciuto che sciorinava ricette populiste via etere su una radio molto ascoltata dai romani. Se il centrodestra ha perso, insomma, non può tirare in ballo l’inchiesta di Fanpage. “Il dato sull’astensionismo non si può trattare in modo superficiale, siamo intorno al 50%. Non c’è una crisi della politica ma una crisi della democrazia”, cerca di buttarla in calcio d’angolo la Meloni. “La scomparsa del M5S è il primo dato che emerge da queste amministrative, non ravviso nessuna grande vittoria del centrosinistra, si votava in 6 capoluoghi di regioni di cui 5 in mano al centrosinistra. Il 5 a 1 tra due settimane potrebbe finire 3 a 3”.

La partita è ancora aperta e di queste la più importante è Roma dove il centrodestra è avanti in modo significativo”.

BOCCIATI I CANDIDATI ANTI-GREEN PASS

Volendo ci sarebbe anche un effetto Covid nella lettura di questo voto. Chi era contro il Green Pass, chi ha seminato dubbi sui benefici del vaccino, è stato sonoramente bocciato Porta a casa il centrodestra la magra consolazione di Trieste, il 43% circa di Roberto Piazza che se la vedrà al ballottaggio contro Francesco Russo, (31 % circa). Da segnalare con la matita rossa il il 5,3% raccolto da una lista espressamente no vax. E porta a casa la larghissima vittoria di Canelli a Novara (71%). La debacle salviniana apre nuovi scenari nella Lega.

La ridimensiona, la riporta nel suo alveo naturale, le regioni del nord. Sfuma il sogno del Carroccio forza nazionale e con il sogno finiscono nei bauli degli indumenti dismessi tutte le felpe indossate dal capitano. Quella con la scoppola in Sicilia, la pizza a Napoli, gli arrosticini in Abruzzo etc, etc. Per paradosso la gioiosa macchina da guerra ideata da Luca Morisi esce di scena mentre in dissolvenza sfumano le disavventure erotiche di Belfiore.

La Bestia domata non porti però ad un ritorno all’antico, al mito della Padania, al vecchio federalismo integralista. Errare è umano, perseverare sarebbe diabolico.


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