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L'assessore Giulio Gallera e il governatore lombardo Attilio Fontana

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Non c’è soltanto l’inchiesta sul giro di gare truccate che tocca le Asl di tutto il Piemonte per un valore complessivo delle gare d’appalto oggetto di turbativa ammontante a circa 3,5 milioni di euro. I 15 arrestati su richiesta della Procura di Torino – dipendenti di Asl e ospedali, commissari di gara e agenti e rappresentanti di alcune imprese – sono soltanto l’ultimo esempio di ruberie nella sanità che contribuisce a sfatare il mito di un’eccellenza costruito su un’Italia spaccata tra Nord e Sud. Ma l’allarme che viene messo nero su bianco in un’inchiesta recente della Dda di Palermo è che è iniziato l’assedio delle mafie alla sanità del Nord. Ma andiamo con ordine, limitandoci soltanto ad un rapido excursus delle principali inchieste degli ultimi venti anni al Nord.

Come non ricordare, innanzitutto, lo scandalo delle Molinette di Torino dell’autunno 2002, quello delle cosiddette valvole killer, scoppiato dopo la confessione di un imprenditore, che consentì di scoprire che erano state impiantate in 134 pazienti valvole cardiache difettose. Sette i morti. Sullo sfondo, l’ipotesi che alcuni cardiochirurghi avessero intascato tangenti per assegnare l’appalto per la fornitura di valvole e ossigenatori provenienti dal Brasile a due aziende. L’accusa di omicidio colposo e lesioni cadde a processo, e le condanne furono per le tangenti. Nel 2003 l’inchiesta si spostò a Padova, dove venne indagato l’ex primario di cardiochirurgia dell’ospedale  Gallucci, ma la condanna in Cassazione non regge. Nel 2007, a Milano, l’inchiesta sulla Clinica Santa Rita  portò alla luce che decine di interventi chirurgici erano stati eseguiti senza necessità, soltanto  per  ottenere i rimborsi dalla Regione. Sempre in Lombardia, nel 2011, la bancarotta della Fondazione San Raffaele, era l’ipotesi della Procura, avrebbe sottratto milioni di euro all’ospedale attraverso fatture gonfiate. Nel 2012 finì sotto inchiesta l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni per benefit messi a disposizione (yacht, cene, vacanze) e per il presunto passaggio di denaro da un’azienda sanitaria privata in vista della campagna elettorale delle regionali del 2010.

Sempre a Milano, nel 2015, scoppiò il caso Mantovani: un ex assessore alla Sanità della giunta di Roberto Maroni venne arrestato con l’accusa di corruzione per appalti nel settore sanitario. Nel 2016 toccò al medico e politico varesotto Fabio Rizzi, ex braccio destro di Maroni, arrestato con l’accusa di essere il regista di una riforma della sanità che lo stesso governatore dovette controriformare di corsa, dopo l’ennesimo scandalo. Il governatore creò addirittura un’autorità lombarda anti-corruzione, ma se fu costretto a correre ai ripari è perché non si trattava di tangenti isolate ma di un sistema che caratterizza la Lombardia e investe il modello pubblico-privato. Un sistema che non può curare troppi poveri, altrimenti fallisce; meglio tagliare le cure, gonfiare le liste d’attesa pubbliche e dirottare i pazienti nel privato a pagamento. Un film visto anche in Piemonte, in questi giorni, e che si ripete, come dimostra l’accusa sui rimborsi gonfiati: i medici eseguono un impianto chirurgico, se ne fanno rimborsare due, e quando arriva il controllo, i funzionari pubblici aiutano i privati a falsificare le carte. L’ipotesi di una tangentopoli lombarda, peraltro in odor di ‘ndrangheta, spunta dalla più recente inchiesta “Mensa dei poveri”, con al centro l’ex ras di Forza Italia nel Varesotto, quel Nino Caianiello detto “il Mullah” o mister “Decima” per la percentuale che dovevano versare politici e amministratori che piazzava nelle società partecipate. Un personaggio che per gli inquirenti era al vertice di un sistema “parafeudale”. ‘inchiesta lambisce anche l’attuale governatore lombardo Attilio Fontana.

Ma che l’affare della sanità sia stato fiutato dalle mafie è scritto nella recente ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Palermo Piergiorgio Morosini contro un centinaio di rampolli di uno storico clan di Cosa Nostra, quello dei Fontana. «In passato i settori tradizionalmente colpiti al centro-nord dal “contagio mafioso” sono stati il ciclo dell’edilizia e del cemento, nonché lo smaltimento dei rifiuti e la filiera del turismo. Tuttavia, la crisi determinata dal coronavirus, potrebbe portare certi gruppi criminali particolarmente duttili ad esplorare anche comparti meno battuti che possono ora diventare molto redditizi, quali ad esempio la sanità, peraltro già interessata in Lombardia da indagini giudiziarie. «È prevedibile – scriveva il gip soltanto a maggio 2020 – che, nelle prossime settimane, certi “avamposti criminali” apriranno la caccia alle tante aziende in stato di necessità anche nel nord dell’Italia, dal momento che non è previsto un ritorno alla normalità in tempi brevi». La mafia che guarda agli appalti pubblici che stanno per piovere sulla sanità, dunque, magari anche al mercato dei dispositivi, essendo sempre pronta a cogliere i momenti di emergenza per lucrare. Lo schema è quello ricavabile dalle sentenze sugli insediamenti delle cosche calabresi, siciliane e campane al Nord: anche il clan palermitano dell’Acquasanta sta de-localizzando le attività attività, «grazie ad una rete di complici su quei territori e ai patrimoni accumulati».

Tutto ciò grazie a «una contaminazione silente ma non meno insidiosa per il tessuto connettivo dell’economia nazionale, in termini di alterazione della libera concorrenza, indebolimento delle tutele per i lavoratori ed esposizione delle istituzioni alla corruzione». Tra i fiancheggiatori del clan è indicato anche il commercialista milanese Paolo Cotini Attilio Remo, del resto. Un fenomeno autonomo che chiama in causa tratti peculiari delle società del Nord Italia.

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