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L’approvazione definitiva da parte del Governo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), dopo la valutazione positiva espressa dai due rami del Parlamento, ne ha consentito la presentazione all’Unione Europea entro il 30 aprile. Sarebbe stato tollerato uno scostamento da questa scadenza, ma anche il rigoroso rispetto dei tempi prescritti manifesta la serietà dell’impegno che il Governo, e anzitutto il Presidente del Consiglio Draghi, assumono di darne attuazione dopo le necessarie verifiche e valutazioni comunitarie.

Due riforme qualificate dal Piano come “orizzontali”, vale a dire della Pubblica Amministrazione e della Giustizia, ne costituiscono un asse portante, essendo destinate a supportare l’esercizio di tutte le funzioni pubbliche ed a condizionarne l’efficienza.  Dal funzionamento di questi due apparati istituzionali dipende in larga misura la effettiva possibilità di perseguire efficacemente gli obiettivi del Piano e di raggiungerli nei tempi previsti.

Questi due elementi condizionano il finanziamento europeo dei singoli programmi e progetti, i quali dopo essere stati approvati saranno sottoposti a verifica anche nel corso della loro esecuzione. Ne deriva un indiretto “vincolo esterno”, o meglio una condizione per ottenere risorse da utilizzare fruttuosamente, che impone ora di realizzare le riforme amministrative e giudiziarie sempre indicate, anche nel nostro Paese, come obiettivo da perseguire. Basti ricordare che alla riforma della pubblica amministrazione dal 1950 si sono succeduti 47 ministri, considerando anche le titolarità ripetute in questa funzione, alcuni di eccezionale rilievo e competenza, quale ad esempio Massimo Severo Giannini.

Il Piano si propone di intervenire su quattro linee: l’accesso, la buona amministrazione, le competenze, la digitalizzazione. Sembrerebbe una elencazione in ordine alfabetico, mentre se seguissimo l’ordine orientato dalla costituzione, il principio essenziale che assorbe, riassume ed orienta tutte le linee di azione è il buon andamento che l’organizzazione degli uffici pubblici deve assicurare in relazione alla funzione che sono chiamati ad assolvere. In passato l’impegno riformatore si è in prevalenza orientato alla disciplina del personale, allo sviluppo delle carriere, alla stabilizzazione dei precari e al loro inserimento nei ruoli.

Minore attenzione sembra dedicata alla organizzazione dell’esercizio delle funzioni ed alla loro delimitazione. Il Piano rappresenta una occasione straordinaria per una inversione di tendenza. Va evitato il rischio che la linea prevista per gli accessi offra, al di là delle preannunciate intenzioni, l’occasione per perpetuare l’ingresso nelle amministrazioni con competenze generiche e stabilizzazioni, senza la serietà dei concorsi che la costituzione vuole aperti a tutti. La linea degli accessi dovrebbe essere preceduta e condizionata dall’analisi e dalla determinazione delle competenze richieste, prevalentemente tecniche, oggi carenti.

Le innovazioni tecnologiche nelle comunicazioni e la digitalizzazione impongono di progettare nuovamente l’organizzazione e le procedure amministrative, evitando il rischio di replicare in percorsi digitali assetti e procedure esistenti.

La riorganizzazione delle funzioni ha almeno due aspetti. Il primo riguarda il sovrapporsi di competenze, o l’intersecarsi di procedimenti, delle amministrazioni statali, regionali e degli enti locali. Ne risulta una complessità che accresce incertezze, rischi e costi di qualsiasi iniziativa e attività, sia pubblica che privata. L’altro aspetto riguarda non solamente la pur necessaria semplificazione dei procedimenti amministrativi, ne sono stati già analizzati oltre 600, ma liberi iniziative e attività, spesso di minor rilievo, da autorizzazioni preventive e condizionanti, riservando all’amministrazione controlli successivi solo se funzionali all’interesse pubblico da perseguire.

La Pubblica Amministrazione è il maggiore committente nell’acquisto di beni e servizi e a sua volta il maggiore erogatore di servizi. Questo ne manifesta il ruolo strategico anche nel settore tecnologico e per lo sviluppo economico. Inoltre la efficienza dell’amministrazione condiziona le scelte di investimento e le iniziative economiche, contribuendo per altro verso alla crescita o sviluppo o al rallentamento dell’economia.   

Una incidenza economica non meno rilevante ha la Giustizia. La ragionevole durata dei processi non è solamente richiesta dalla costituzione e da vincoli internazionali.  È finalmente diffusa la considerazione che i tempi della giustizia condizionano l’economia, valutando in oltre un punto percentuale il contributo che il suo buon andamento potrebbe all’incremento del prodotto interno lordo. La eccessiva durata dei processi civili è condizionata dal numero eccessivo di cause pendenti rispetto a quante ne possono essere esaurite in un anno.

Il ritardo non è dovuto alle regole del processo, ma all’arretrato che può essere marginalmente ridotto da una maggior efficienza, quale pure si è riscontrata negli ultimi cinque anni.

Il sistema è in grado di esaurire in un anno un numero di processi pari o di poco superiore a quelli che sopravvengono, ma non è in grado di smaltire l’arretrato che è pari a circa un anno di lavoro senza che vengano introdotte nuovi processi. Un intervento straordinario che consenta di eliminare in quattro o cinque anni l’arretrato nei Tribunali e nelle Corti d’appello, ricorrendo anche all’innesto temporaneo di giudici aggregati provenienti da altre professioni legali, è condizione necessaria per ridurre del quaranta per cento la durata dei processi civili. I benefici di un simile intervento sarebbero superiori al loro costo.


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