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Attilio Fontana e Luca Zaia

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Qui non c’è un Donbass che chiede l’indipendenza da Kiev. E per fortuna neanche un Cremlino pronto a invadere una regione separatista. Qui è solo una questione di soldi, di trovare il modo di trattenere sui territori fiscalmente più ricchi le risorse extragettito. Questione, dunque, che con il dettato costituzionale, la possibilità di richiedere ai sensi dell’art.116 comma 3, ulteriori forme di autonomia, ha ben poco a che vedere.

Ammainata da tempo la bandiera del secessionismo, la Lega ha infatti spostato la sua battaglia sul terreno delle risorse finanziarie, argomento che fa sempre presa. Ma ecco che i due protagonisti principali di questa vicenda, il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il suo omologo veneto Luca Zaia, si dividono. E sì, perché non la vedono allo stesso modo. Il primo vorrebbe l’autonomia differenziata subito, senza se e senza ma e senza passare per una legge quadro, senza coinvolgere più di tanto il Parlamento, ovvero con una pre-intesa governo-Regioni. Il secondo lancia un appello lasciando intravedere scenari epocali all’Assemblea di Montecitorio, “potete scrivere la storia”, ingolosisce i parlamentari.

Non dice, Zaia, però, che i suoi tecnici vorrebbero eliminare il vincolo dei Lep, ovvero la conditio sine qua non in base alla quale senza una definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni non ci potrà mai essere regionalismo differenziato. Vi sembra poco?

Ai due “reduci” di questa battaglia infinita, una battaglia forse già persa in partenza, occorre aggiungere il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, il quale non appartiene alla parrocchia del Carroccio ma è salito a cassetta. Esponente di punta del Partito democratico, ex presidente della Conferenza delle Regioni, il governatore dem si accodò alle richieste leghiste per spirito di emulazione al tempo in cui l’onda lunga di Salvini rischiava di travolgerlo. E da allora è rimasto lì, sulle sue posizioni, sia pure più moderate. Insomma i “veri” autonomisti si contano sulle dita di una mano. Anzi meno. Sono 3 e non la pensano allo stesso modo.

La precedente legge-quadro impostata dall’ex ministro agli Affari regionali Francesco Boccia prevedeva una preventiva definizione dei Lep e poi l’attribuzione delle singole materie alle Regioni. E dentro questa cornice poneva come condizione preliminare che venisse rispettato il principio posto dall’articolo 119 della Costituzione: l’equilibrio dei bilancio. La bozza in questi giorni all’esame di Mariastella Gelmini, la ministra che ha preso il posto di Boccia, propone qualcosa di molto diverso. È un dossier scritto dai tecnici di Fontana e Zaia in cui si prevede che le risorse extragettito restino nei territori. Bontà loro, se crescerà il Pil, alle regioni del Sud verrà fatto dono di un “fondo per il lavoro e per i giovani”, una forma di compartecipazione o se preferisce di perequazione orizzontale.

Va da sé che una proposta del genere in Parlamento verrebbe rispedita seduta stante al mittente. E questo Zaia lo ha capito e anziché andare al muro contro muro preferisce cercare altre strade e proseguire in tandem con Bonaccini. Una strana coppia in nome di una presunta trasversalità. L’obiettivo del governatore lombardo Fontana – uscito proprio ieri illeso dall’inchiesta sui camici del cognato – vorrebbe invece riesumare gli accordi scritti tra il Pirellone, guidato allora da Roberto Maroni e il sottosegretario dem Gian Claudio Bressa. Una pre-intesa sulle materie da trasferire che sfumò dalla sera alla mattina, visto che 48 ore dopo l’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni salì al Colle per rassegnare le dimissioni.

IL CONTENTINO AI GOVERNATORI

Per definire quale sarebbe stato il percorso più facile, la Gelmini ha costituito dunque una commissione di esperti presieduta dal compianto avvocato Beniamino Caravita di Toritto e da Anna Maria Poggi, Giulio Salerno, Federica Fabrizzi e Massimo Rubecchi. La relazione finale – che abbiamo avuto modo di leggere – redatta da docenti esperti al massimo livello non è piaciuta a Fontana ma soprattutto non è piaciuta a Zaia. Il quale è andato su tutte le furie per le conclusioni a cui il dotto gruppo di lavoro è giunto, sia per quanto riguardo la fase attuativa, sia nel merito delle varie opzioni suggerite.

Alcune delle 23 materie richieste dalle Regioni nella relazione vengono definite “strutturalmente non devolvibili per intero”. Trasferire l’Istruzione , un vecchio cavallo di battaglia leghista, alle Regioni porrebbe tali e tanti problemi che la metà basta, altrettanto dicasi per quelle funzioni “non ricadenti in materie legislativamente trasferibili”.

“Vi sono poi – citiamo testuale – materie, come l’istruzione, che pure in teoria devolvibili per intero, porrebbe gravi problemi dal punto di vista di coerenza del sistema costituzionale che richiede, già in ipotesi, il rispetto dell’art.33 Cost e di tutte le previsioni di unitarietà in esso contenute”. Riferimento al ruolo dell’istruzione come primo strumento di giustizia sociale. Se a questo aggiungiamo la difficoltà nella determinazione delle risorse finanziarie e le conseguenze sul piano amministrativo dell’eventuale attribuzione di materie legislative alle Regioni, avremo il quadro dei paletti da saltare per arrivare al traguardo sognato dal trio Bonaccini-Fontana-Zaia.

Da qui alla fine del 2022 per il solo Pnrr il governo Draghi verrà coinvolto nell’approvazione di 14 leggi di riforma. Digitalizzazione, tutela del territorio, assistenza sanitaria, transizione energetica, politiche per il lavoro, innovazione e ricerca, intermodalità, etc, etc. Qualcuno pensa davvero che sia ancora il tempo dei negoziati obsoleti Stato-Regioni, dei “contentini” ai governatori del Nord?


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