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La Conferenza Stato-Regioni dello scorso 17 novembre

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Derubricata a bozza e poi ad appunto, la proposta di Roberto Calderoli sembra naufragare al primo confronto nella Conferenza Stato-Regioni, malgrado nella Terza Camera il centrodestra abbia la maggioranza.

Roberto Calderoli, con la sua irruenza, si sta muovendo come un elefante in una cristalleria, e l’effetto non può essere che quello che si sta registrando, e cioè che un po’ di vetrine cadano in frantumi. È riuscito a ottenere qualcosa che normalmente è difficilissima: cioè a mettere insieme le posizioni di presidenti di Regioni di diversa appartenenza, ma anche intellettuali, quotidiani del Sud, e alcuni anche del Nord, oltreché partiti che convergono su una posizione unica rispetto all’argomento.

REGIONI SULLE BARRICATE

La punta di ariete di questa aggregazione, che alza le barricate rispetto a una riforma che statuirebbe l’esistenza di un Paese di serie A e uno di serie B, in realtà esistente già nei fatti: è il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che nel suo appuntamento periodico, che prevede un intervento sui social, ha dichiarato la sua opposizione netta a questa bozza di riforma, che prevede che tutto venga approvato con tempi strettissimi attraverso un confronto tra presidente del Consiglio e Regione interessata, quasi fosse un argomento riservato ai due interlocutori, e non invece, come è, un assetto istituzionale diverso che fa diventare le singole Regioni Stati pressoché autonomi, che trattengono la maggior parte delle risorse prodotte, mettendo in discussione il principio che non sono i territori a essere i soggetti del prelievo fiscale, per cui hanno diritto a tenersi quello che producono, quanto piuttosto i singoli cittadini che pagano in funzione del reddito prodotto con una fiscalità progressiva.

Risorse che, nella maggior parte dei casi, vengono utilizzate dallo Stato e distribuite nelle varie realtà, purtroppo oggi in base a una spesa storica, che avvantaggia le Regioni che sono state gestite meglio e che quindi hanno una serie di servizi che spesso quelle meridionali non posseggono.

Il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano, si è associato alla posizione di De Luca. Per ricordarlo a me stesso, dobbiamo sottolineare che le due Regioni citate rappresentano già il 50% della popolazione del Mezzogiorno.

Ma la cosa strana è che adesso si sono aggiunte anche alcune Regioni del centro destra, come la Calabria e gli Abruzzi, che sostengono posizioni analoghe a quelle del centro sinistra, e cioè che senza l’attuazione dei Lep (Livelli essenziali di prestazioni), non è possibile concedere forme ulteriori di autonomia, soprattutto in settori fondamentali come la sanità, l’istruzione e l’infrastrutturazione.

L’EGOISMO CHE SPACCA

Ovviamente nessuno fa riferimento ai Lup (Livelli uniformi di prestazioni), che evidentemente avrebbero un costo probabilmente proibitivo. Calderoli voleva superare i Lep perché si rende conto che attuarli, a parità di crescite decimali del Pil simili a quelle che si sono avute negli anni passati, è assolutamente complicato, se non impossibile.

D’altra parte le Regioni del Nord sanno bene che se si equipara la spesa pro capite in tutte le Regioni d’Italia i servizi che hanno attualmente non potranno più essere finanziati. E allora l’attuazione delle autonomie differenziate diventa un passaggio indispensabile, senza prendere coscienza che diventa un’alternativa alla crescita del Sud, ma che porta alla spaccatura del Paese, come peraltro accadrebbe nel caso di approvazione di un decreto legge così come il ministro per gli Affari regionali lo ha pensato.

Senza voler dire che si è costituito un partito unico del Sud, non vi è dubbio però che le posizioni dei rappresentanti meridionali, sia di destra che di sinistra, si sono molto avvicinate rispetto a questa proposta di legge, come è accaduto in parte anche per il Ponte sullo stretto.

Perfino Francesco Boccia e Mariastella Gelmini, che in realtà erano stati i ministri degli Affari regionali dei governi precedenti, ci tengono a sottolineare come la loro bozza prevedesse in ogni caso l’attuazione dei Lep.

Anche se non bisogna dimenticare che la loro apertura a ulteriori forme di autonomia è stata una via di fuga nella quale, come è successo, si sono inserite le realtà settentrionali, che tendono a tenere più risorse possibili per le loro Regioni.

È una brutta gatta pelare quella che si ritrova il presidente del Consiglio, considerato che l’autonomia fa parte del programma di coalizione con cui la Destra-Centro ha vinto le elezioni, ma che in realtà non è nelle corde di un partito come Fratelli d’Italia, che al concetto di nazione, di patria, una e indivisibile, dà un’importanza estrema. Il fatto di aver legato tale riforma al presidenzialismo è soltanto una finzione, perché mentre l’una potrebbe essere approvata molto velocemente, sul presidenzialismo c’è molto da discutere e da concordare.

Non bisogna dimenticare, peraltro, che le realtà a sviluppo ritardato potrebbero aver bisogno di maggiore centralismo, come è dimostrato dal fallimento dell’Autonomia regionale della Regione Siciliana.

Forse sarebbe bene concentrarsi sull’unico modo perché ognuno, ogni Regione, possa tenersi le risorse che produce ed è quello che ogni realtà venga messa in condizione di svilupparsi in modo da essere autosufficiente e non dover chiedere risorse alle altre Regioni.

RIMETTERE IN MOTO LA SECONDA LOCOMOTIVA

Per questo bisogna tornare alla centralità del Mezzogiorno, all’esigenza che le politiche per recuperare il suo sviluppo siano in capo alla Presidenza, come primo problema/opportunità del Paese. Perché è l’unico modo perché l’Italia rimanga unita.

Infatti è chiaro che i cittadini del Centro Nord, e in particolare del Nord, si stuferanno, come già è avvenuto, di dover destinare risorse da loro prodotte a un’altra parte del Paese che non riesce a superare l’handicap del sottosviluppo, cronico dal 1860.

Capire lo stretto legame esistente tra le risorse che avranno a disposizione nei prossimi anni e la capacità del Sud di produrne autonomamente potrebbe essere la via maestra per rendere tutti consapevoli dell’importanza di un tale obiettivo.

E forse si eviteranno episodi tipo Intel, che dimostrano una bulimia esasperata che poi si ritorce contro le Regioni cosiddette virtuose. E allora perequare l’infrastrutturazione con la costruzione del Ponte sullo stretto e dell’alta velocità nel Sud diventerebbe prioritario per tutti. Così come far funzionare le otto Zes esistenti, evitando quel meccanismo che porta a estendere i vantaggi, come il cuneo fiscale differenziato, a tutto il Paese, rendendolo ininfluente rispetto allo scopo di attrarre investimenti in quella parte del Paese.

Così come si eviterebbe di sostituire la spesa ordinaria con le risorse, che dovrebbero essere aggiuntive, provenienti dall’Unione europea. E si potrebbero evitare i giochetti tendenti a spostare le risorse del Pnrr, che l’Unione, in grande quantità, ha destinato all’Italia proprio per diminuire i divari, verso destinazioni del Nord, approfittando della maggiore capacità nel fare progetti.

Come si vede, tutto si tiene e, rispetto all’alternativa di tagliare lo stivale per farlo affondare illudendosi di correre più veloci, ve ne è un’altra più complessa, ma anche più avvertita e opportuna, che è quella di rimettere in moto la seconda locomotiva.


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