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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla prima edizione di “L'Italia delle Regioni – Festival delle Regioni e delle Province autonome”

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Il Capo dello Stato torna a mettere i puntini sulle “i Non ci sarà autonomia differenziata «senza che prima vengano garantiti su tutto il territorio nazionale i diritti civili e sociali». E non ci sarà nessun federalismo regionale che possa prescindere dalle «esigenze perequative, e non accentui le differenze tra Nord e Sud». È l’esatto contrario di quello che vorrebbero il ministro leghista Roberto Calderoli e i due governatori Attilio Fontana e Luca Zaia. Ampliare poteri e competenze, trattenere sui loro territori l’extra-gettito Irpef e Iva. Gli stessi concetti Sergio Mattarella li aveva esplicitati qualche giorno fa a Bergamo, alla assemblea dell’Anci. Li ha ripetuti ieri al Festival dell’Italia delle regioni, a Monza. Repetita juvant.

Lo sviluppo dell’autonomia differenziata deve avvenire entro i limiti del dettato costituzionale, ha ripetuto Mattarella. Vuol dire che questo Paese, con buona pace del ministro Calderoli, dovrà continuare a sentirsi una comunità solidale, e che bisognerà prima definire i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Ma questo il presidente della Repubblica non lo ha detto e, dato il suo ruolo, non poteva dirlo. Se qualcuno pensa dunque di differenziare la scuola pubblica, crearne una di serie A e un’altra di serie B, stesso dicasi per i trasporti e per la sanità, di trasformare lo Stato in un bancomat, è bene che ci ripensi. Pensieri, quelli scesi dal Colle, che ricalcano del resto le parole della premier Giorgia Meloni, la quale dinanzi alla stessa platea formata da amministratori, il giorno prima aveva vivamente sconsigliato “fughe in avanti”.

Dal Colle sono arrivate altre sollecitazioni. L’invito a rinsaldare l’alleanza istituzionale tra governo nazionale e territori e a svolgere un ruolo concreto nella realizzazione del Pnrr, ovvero lì dove si misura la reale capacità gestionale degli enti locali.

LA CONFERENZA DELLE REGIONI

È stata raggiunta un’intesa perché la Conferenza Stato-Regioni non sia più una entità “sconosciuta” alla nostra Carta bensì venga “costituzionalizzata”. Vuol dire che da oggetto non meglio identificato qual è rimasto per anni, la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome – questo il suo nome completo – dovrà diventare un organismo costituzionale a tutti gli effetti. Istituita da un decreto del presidente del Consiglio 39 anni fa è rimasta per la Carta solo un riferimento. Neanche il processo di devoluzione e la modifica del Titolo V sono bastati a introdurla ufficialmente nell’ordinamento della Repubblica.

L’attuale presidente della Conferenza, Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli-Venezia Giulia rappresenta in un certo senso un’anomalia, considerando che la sua è una regione a statuto speciale e dunque gode di condizioni particolari. Un modello che piacerebbe realizzare ai governatori della Lombardia, Attilio Fontana e del Veneto, Luca Zaia. Quest’ultimo, dopo il dietrofront precipitoso del ministro agli Affari regionali Roberto Calderoli, costretto a rimangiarsi il suo sconclusionato disegno di legge, lo ha ormai “commissariato”. Ha scritto un manifesto fissando 10 punti da sottoscrivere. Fa il ministro in sua vece, in pratica. Ieri ha incontrato il presidente del Molise, Donato Toma. E oggi gli incontri proseguiranno.

La credibilità di Calderoli insomma dopo quel Ddl-Porcellum è precipitata. Oggi incontrerà il governatore campano De Luca senza alcuna speranza di ricomporre le distanze siderali che intercorrono tra i due. Il “Doge” ha preso lui l’iniziativa bypassando anche Massimiliano Fedriga che in teoria sarebbe a tutti gli effetti il titolare della pratica. «Lasciate fare a me – ha detto ai suoi – e vedrete che questa benedetta autonomia la porto a casa».

I DISASTRI DELLA SANITÀ VENETA E LOMBARDA

L’autonomia sta diventando in Veneto quel che si dice un'”arma di distrazione”. Il governatore, che gode di un alto indice di gradimento, è stato preso di mira in questi giorni dal servizio pubblico. Un’inchiesta di Report (RaiTre) ha documentato per filo e per segno il mondo in cui la sanità pubblica è stata presa a picconate e demolita pezzo a pezzo nell’arco di 2 decenni. Migliaia di pazienti senza medico di base, ospedali chiusi, pronto-soccorso soppressi. Uno scenario – simile anche in Lombardia – che questo giornale aveva già raccontato in passato in più puntate ma che la forza delle immagini ha documentato. Per chi chiede più autonomia in settori così nevralgici lo stato in cui è stato ridotto in Veneto il Ssn a totale beneficio dei privati è un pessimo biglietto da visita

Nella migliore delle ipotesi Zaia porterà a casa una scatola vuota. Un modo come un altro per dare agli elettori padani nel corso di questa legislatura un contentino. Anche nel partito democratico s’è fatta strada l’idea che battersi per l’autonomia differenziata, o almeno per quel modello a cui si ispirano ministri e governatori di stretta osservanza leghista, sia una causa persa. Che rincorrere il Carroccio su quel terreno dissestato non ne valga la pena. L’Italia rispetto al 2006, l’anno delle Riforma del titolo V, è cambiata. E ora c’è l’inflazione, il caro-bollette, la guerra. Fa eccezione il presidente dem della Toscana, Eugenio Giani. Insiste sull’autonomia differenziata facendosi strumento dei leghisti. E rischia così di mettere in difficoltà il suo amico Stefano Bonaccini che proprio dal Mezzogiorno inizierà nei prossimi giorni il suo tour per presentare la sua candidatura agli iscritti pd. Giani vorrebbe gestire in proprio le fonti termali della Toscana. Il governatore emiliano sostituire Letta alla guida del Nazareno, e se questo vuol dire fare un passo indietro sull’autonomia, pazienza.  Chi non ha cambiato idea è Michele Emiliano. «Oggi abbiamo presentato al Presidente della Repubblica il progetto dell’evoluzione del regionalismo in Italia- è partito da lontano o il governatore pugliese – Il presidente ne ha preso atto ed ha auspicato che il Parlamento prenda coscienza dell’importanza delle regioni e che quindi legiferi”.

Emiliano, vicepresidente della Conferenza delle Regioni, non è contrario all’autonomia purché resti nel perimetro della Costituzione, «noi siamo disposti a parlarne ma vogliamo due cose diverse» che vuol dire coniugare i verbi al condizionale: «se il momento consentirà un processo del genere»; «se ci sarà l’idea della perequazione»; «se si potrà andare con parità di diritti in tutto il territorio nazionale». E non è questa l’autonomia che vorrebbero Calderoli, Zaia e Fontana.


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