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Al Sud è stata bloccata l’ondata del virus e si vive di più. Al Nord il Covid ha assunto i contorni della tragedia e si vive mediamente di meno. A fotografare la longevità degli italiani è l’Istat alla luce della pandemia, i cui effetti sono ancora in corso. Lo “scatto” è impietoso per chi ha già sofferto molto la cattiva gestione sanitaria del coronavirus. È infatti calata di 2 anni, da 84 a 82, l’aspettativa di vita nelle province del Nord Italia, in particolar modo in quelle colpite dal Covid-19, soprattutto nel Nord-ovest e lungo la dorsale appenninica. Si può vivere fino a 82 anni in media nel Meridione, ma in alcune province della Sicilia il post-Covid ha fatto persino salire la media e si “campa” di più.

I DATI

Sono i dati emersi dal Report dell’Istat focalizzato sugli “scenari di mortalità da Covid-19”, secondo cui invece «l’intensità nel cambiamento della speranza di vita alla nascita appare decisamente minore, e nella maggior parte dei casi trascurabile, in corrispondenza di buona parte delle province del Centro e del Sud. Per alcune di esse – ha registrato l’Istituto di statistica – si ha persino modo di registrare un miglioramento, ad esempio per talune province della Sicilia».
I problemi più preoccupanti riguardano gli anziani, già deboli di loro, vittime preferite dal virus. Le stime sulla speranza di vita degli over 65enni si sono abbassate molto. In particolare, in tutte le province del Nord e parte di quelle del Centro un individuo al 65° compleanno poteva aspettarsi di vivere, in epoca pre-Covid, per altri 21 anni (mediamente), mentre con gli effetti di mortalità dovuti alla pandemia, tale durata – facendo riferimento allo scenario intermedio “moderato” – scenderebbe a circa 19.

E il Mezzogiorno? Le Province meridionali «non sembrano tuttavia registrare variazioni di rilievo», il che significa che la situazione è rimasta di fatto invariata o leggermente migliorata. Stare chiusi in casa è servito a salvare la pelle, oggi e domani insomma.

LA CLASSIFICA

Bergamo e Cremona segnano una  riduzione della speranza di vita alla nascita che risulta superiore ai 5 anni; riduzione che a Bergamo arriva a raggiungere i sei anni allorché la si misura al 65° compleanno.

Per cogliere meglio il significato delle variazioni osservate, «può essere utile collocare i livelli della speranza di vita localmente ipotizzati attraverso gli scenari disegnati per il 2020 nel quadro delle dinamiche rilevate, nel corso degli anni, per quegli stessi indicatori»

Per alcuni territori si torna indietro di circa 20 anni, mentre al Sud la longevità è la stessa di prima. «La marcata incidenza della mortalità in corrispondenza della popolazione in età più avanzata porta con sé, là dove è presente, anche un significativo allentamento di quel fenomeno, noto come invecchiamento demografico, che identifica la crescita della componente anziana e che tradizionalmente era stato visto – almeno sino ad ora e stante le dinamiche demografiche da tempo in atto – come qualcosa di ineluttabile. Non a caso – si legge nel Report dell’Istat – la simulazione per il 2020 in assenza di Covid-19, mette chiaramente in luce come la quota di ultra 65enni sul totale dei residenti fosse destinata ad aumentare di altri 0,3 punti percentuali a livello nazionale, segnalando un incremento in pressoché tutte le Province».

PATRIMONIO DEMOGRAFICO

Il “patrimonio demografico” di ogni Provincia, inteso come il totale di anni-vita che competono ai suoi residenti in base alle aspettative di vita (e di riflesso alle condizioni di mortalità) di un dato periodo.

In questo senso, «se si tiene conto dei cambiamenti nella speranza di vita alle diverse età prospettati dai diversi scenari si ha modo di cogliere come, ad esempio nello scenario moderato, alle condizioni di mortalità (di speranza di vita) ipotizzate vi siano alcune Province in cui si registra una riduzione del patrimonio demografico anche nell’ordine del 5-10%.

Ciò è quanto accade per le Province di Bergamo, Cremona, Lodi, Piacenza, Brescia, Lecco, Parma e Pavia, mentre nel Centro e nel Sud, ad eccezione della Puglia, Calabria e Sardegna, si registrano variazioni del patrimonio demografico sostanzialmente nulle o in molti casi positive.

In generale, va ricordato che la popolazione italiana di età tra 15 e 64 anni si ridurrà di oltre 3 milioni nei prossimi quindici anni. Lo ha detto Bankitalia nella sua ultima relazione annuale. «Le nostre proiezioni demografiche non sono favorevoli, anche tenendo conto del contributo dell’immigrazione, stimato da Eurostat in circa 200.000 persone in media all’anno», annunciò il governatore Ignazio Visco.

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