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Si chiama Caterina, è il vicesindaco di Santa Cristina, paesino dell’Aspromonte. Dal punto più alto si vede il mare non l’ospedale che dista 70 chilometri di strada e curve. «La Sanità? Per noi non esiste, se stai male c’è il cimitero», allarga le braccia, sconsolata. Ha 29 anni ed è già disillusa.

È venuta a Roma per dire al presidente del Consiglio Giuseppe Conte come si vive in una regione che da dieci anni ha perso il bene primario.  Come si vive senza avere diritto alla salute.  Careri, Oppido Mamertina, Plati, San Luca: l’ospedale più vicino è a Polistena, e comunque a non meno di 45 minuti, anche a clacson spiegato si fa in tempo a morire.

La rivolta dei calabresi è tutta nei toni composti di Caterina. Una rabbia che brucia dentro. Che non si trasforma (per ora) nella collera dei gilet gialli o dei forconi. Montecitorio insomma non è sotto assedio. Ma il passo tra la protesta civile, tra il galateo istituzionale, e la ribellione è più breve di quanto si possa pensare. Se la situazione degli ospedali dovesse precipitare i sindaci delle province di Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, a microfoni spenti, lo dicono. Dicono che non sarebbero in grado di arginare il malessere dei loro concittadini.  Non i fatti di Reggio, le barricate di Ciccio Franco.  Un’altra rabbia, non per questo meno furiosa.

Giuseppe Campisi, sindaco di Ardore, sfoggia orgoglioso la sua fascia tricolore con il Transatlantico alle spalle. È stato eletto in una lista civica di Centrosinistra, è un imprenditore agricolo. Dice: «Qui non esistono i partiti, la nostra è una manifestazione trasversale contro il degrado della nostra sanità.  Gino Strada? È un personaggio di alto livello, a noi però serve un manager che conosca bene i nostri problemi e il territorio».

I poliziotti che fraternizzavano, i selfie, una colletta improvvisata per ripartire le spese comuni. Sindaci arrivati in treno la sera prima o con le loro auto dividendosi le spese per la benzina.  Solo all’inizio c’è stata qualche tensione. Un cartello leghista strappato. Ironizzava sul fondatore di Emergency. «Gino Strada, n motivo in più per sbarcare in Calabria».  Poi tutti dietro il grande striscione in cui si ricordava che «l’indebitamento è di Stato» e che «la Calabria non è una colonia».

«NON SAPPIAMO PIU’GESTIRE LA RABBIA DEI CALABRESI»

«La rabbia dei nostri concittadini parte da lontano e noi non sappiamo più gestirla – ammette Giuseppe Rizzo, 54 anni, eletto per tre volte consecutive sindaco di Cerzeto, provincia di Cosenza – La nostra colpa? Non aver aperto gli occhi prima, non aver capito che ci stavano togliendo il bene più importante». C’è voluta quell’immagine disarmante dell’ex commissario dimissionario Cotticelli incapace di dare risposte sul piano anti-Covid   per stimolare la voglia di riscatto. «Siamo diventati lo zimbello d’Italia, ci siamo sentiti offesi. Abbiamo capito che il peggiore di noi sarebbe stato meglio di un commissario catapultato qui».

Il rifiuto del commissariamento li ha messi tutti d’accordo. Ma il governo non lo ha capito. O meglio, dopo l’incontro con la delegazione dei sindaci guidata da Falcomatà, Conte lo ha ammesso «una gestione commissariale straordinaria che si trascina da dieci anni rischia di essere ordinaria», ha detto. Salvo aggiungere che si cercherà nelle prossime ore di individuare «un profilo adatto».

BASTA COMMISSARI

 Non è quello che chiedevano i sindaci.  «La nostra proposta, e ho detto proposta non protesta – puntualizza Caterina Belcastro, 47 anni, primo cittadino di Caulonia (Rc) e presidente dei sindaci della Locride – è dire  basta ai commissariamenti, chiediamo un cambio di passo, vogliamo che ci venga restituito il diritto alla salute».  Il pasticcio del ministro Speranza, i tre commissari saltati come birilli, per lei sono «la prova che a volte la toppa è peggio del buco».   

Si chiede una moratoria. Lo chiede la Calabria che non t’aspetti, coniugata al femminile come piacerebbe a Jole Santelli. «Mi dica lei se è possibile che l’ospedale più vicino possa essere distante 75 chilometri – insorge Adriana Amodia, vicesindaco di Sant’Agata di Esaro, entroterra Cosentino – che si finisca sotto pressione è scontato. Per sottoporci ad un intervento chirurgico siamo costretti a partire per poi essere magari operati a Milano da un chirurgo calabrese.»

E i politici? Tra le transenne e la piazza, nello spazio destinato a chi manifesta, arriva il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri seguito a ruota dal portavoce azzurro Antonio Tajani.  «Non mi piacciono le passerelle, se continua così torno in Calabria – si infuria Michele Conia, avvocato e sindaco rieletto di Cinquefrondi -. La sanità regionale ha fallito.   Se non funziona la colpa è anche dei tanti leader nazionali che si fanno vedere solo sotto elezioni. Mi aspetto rispetto. Se ci sono 18 strutture sanitarie, tra Lungro, Praia a Mare, Acri, San Giovanni in Fiore, etc., etc. mai portate a termine e si parla di allestire ospedali da campo vuol dire che in tutti questi anni c’è chi non li ha completati. Ci sono interessi vari, precise responsabilità. Durante la prima ondata in Calabria il virus non c’era, 7 mesi dopo c’è».  E ora c’è anche una zona rossa (di vergogna) che prima non c’era.  

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