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Più che raddoppiati i morti nel mese di novembre. Non solo per Covid

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Ci sarebbe un disperato bisogno di buone notizie ma se non ci sono non ce le possiamo inventare: a Roma le denunce di morte relative ai primi 18 giorni di novembre sono aumentate rispetto allo stesso periodo dello scorso anno del 63,5%. Un incremento in percentuale che fa rabbrividire, gelare il sangue. Lo rivela un documento interno del Servizio cimiteri capitolini dell’Ama, l’azienda romana dei rifiuti. La triste contabilità non specifica le cause dei decessi. Se sono morti di infarto o di coronavirus oppure di un’altra malattia. Non ci vuole molto però a capire che la crescita esponenziale non si deve solo al virus malefico ma anche gli effetti collaterali. La difficoltà di prevenire le altre patologie, i reparti chiusi o rimasti aperti ma a scartamento ridotto, con il personale al minimo. O la paura che ci allontana dagli ospedali anche se stiamo male  per il timore di contagiarci.

SALME IN LISTA D’ATTESA

Il documento inviato ai vertici dell’Azienda si basa sulle denunce di morte relative ai primi 18 giorni di novembre: 2.351 rispetto alle 1.438 del 2019 (+913). Che vi sia un rapporto con la diffusione del contagio è scritto nero su bianco. Evidenziato anche dal raffronto con ottobre (31gg), quando non era stato ancora raggiunto il picco e i decessi sono stati 3.040 contro i 2.398 del 2109 (25,8%, +642).

Dati che fanno riflettere sull’effettiva incidenza della pandemia e sulle conseguenze che genera a cascata sui pazienti affetti da altre patologie. Il documento interno dell’Ama parla da solo. Nasce dall’esigenza di segnalare alla direzione aziendale la crescente richiesta di cremazione. I cimiteri in overbooking.

Le salme si accumulano. «Rilevato che a causa del forte incremento di decessi – si legge nel documento – le salme in entrata continuano comunque ad essere numericamente superiori,  sia rispetto alla pur aumentata disponibilità di ricovero presso il cimitero Flaminio, sia rispetto all’incrementata capacità di trattamento presso il forno crematorio». Le conclusioni lasciano senza parole: «A seguito di tutti i fattori sopra elencati, attualmente sono presenti presso la camera mortuaria circa 1.250 tra salme e resti mortali in attesa di cremazione».

Se la situazione nella Capitale, è questa, non è difficile immaginare che sarà più o meno la stessa anche in altre grandi città. Eppure, il Lazio è zona gialla; l’indice (Rt 0,8) rimane stabile; il rapporto tra tamponi e positivi si aggira intorno all’8%; i morti totali sono stati finora circa 2.300. Dunque, non siamo nell’epicentro, nel cratere dove il virus ha colpito più duramente. La Bibbia rimane l’Istat. Ebbene, il  rapporto sull’eccesso di decessi ripartito per regioni non comprende gli effetti della seconda ondata. Si sofferma invece sul raffronto tra la media 2015-2019 e il periodo gennaio/agosto 2020: Nord +19,5%; Centro -0,2%; Mezzogiorno -1,1%. Con una media italiana di +8,6%. Mai prima di ora l’attenzione si era soffermata sui numeri, per così dire, “cimiteriali”, perciò nudi e crudi.

Da Roma passiamo alla Lombardia. Che ha i riflettori costantemente puntati addosso. E purtroppo non a caso. Il modello lombardo infatti fa acqua da tutte le parti. Ha messo sotto accusa i camici di medicina generale, responsabili, secondo alcuni, di non aver saputo gestire sul territorio i pazienti affetti da Covid. In pochi hanno rilevato come le Uscar, le Unità speciali di continuità assistenziale, cioè le équipe di medici e infermieri, quelle che dovrebbero visitare i pazienti a domicilio, siano solo circa 40 in una regione che conta ben 9 milioni di abitanti. La legge che le istituisce prevede una squadra ogni 50 mila abitanti…

ALTRO ASSIST AI PRIVATI: IL BUSINESS DEL SECONDO TAMPONE

Chi ha i mezzi per garantirsi la salute ricorre dunque ai privati. Chi non li ha fatti suoi (un morto di Covid su 4 è spirato in casa). Un settore che in Lombardia ha prosperato sostituendo man a mano il servizio pubblico anche per le prestazioni essenziali. «Non si creino disparità tra i cittadini replicando modelli già falliti – mette in guardia Enzo Scafuro, segretario regionale lombardo del Sindaco medici italiani (Smi) – Occorre un protocollo unico per il monitoraggio regionale». Ogni Azienda territoriale sanitaria è una piccola repubblica indipendente. Agisce in piena autonomia. «Noi medici di base – fa notare un’altra contraddizione Scafuro – possiamo prescrivere solo il primo tampone per verificare se un nostro paziente è positivo. Al termine della quarantena non possiamo però prescrivere il secondo tempone con il risultato che spesso i nostri assistititi sono costretti a rivolgersi alle strutture private per poter rientrare in azienda o in ufficio». Un assist alle grandi cliniche lombarde.

Come si sa, prima le raccomandazioni dell’Oms, poi le disposizioni del nostro Cts, hanno ridotto la quarantena da 14 a 10 giorni, dei quali almeno 3 in completa assenza di sintomi. Ma se l’esito del tampone molecolare dovesse rivelarsi positivo si dovranno osservare altri 7 giorni di isolamento e sottoporsi dunque ad un nuovo tampone per poi prolungare la quarantena di altri 7 giorni. In totale 3 settimane. «Noi medici di famiglia – conferma Pina Onotri, segretaria generale dello Smi – anche nel Lazio non possiamo prescrivere il secondo tampone, nonostante molte aziende ne facciano richiesta come requisito essenziale per poter riammettere i loro dipendenti al lavoro». Il risultato è obbligare gli assistiti a rivolgersi alle cliniche o ai laboratori per eseguire a loro spese l’esame del tampone molecolare. Nel migliore dei casi le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni che hanno la sede al Nord, stipulano convenzioni. «Il risultato finale però non cambia – concude Onotri – si finisce sempre per mettere altri soldi nelle tasche della sanità privata».

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