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Il palazzo della Regione Lombardia

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Volevano riaprire tutto: bar, ristoranti, cinema, teatri, palestre e piscine. E hanno presentato una mozione. Primo firmatario Giulio Gallera, l’ex assessore alla Sanità, ora semplice capogruppo di Forza Italia, licenziato in tronco per far posto a Letizia Moratti. Una richiesta “libera tutti”, una follia collettiva votata dalla maggioranza del Consiglio regionale lombardo poco più di due settimane fa, quando la variante inglese stava per diventare prevalente.

Non osiamo immaginare cosa sarebbe accaduto se l’ennesimo tentativo di autolesionismo della coppia Gallera-Fontana anziché restare sulla carta si fosse realizzato. Altro che zona arancione rafforzata. La mozione impegnava il presidente e la giunta regionale ad intervenire nel confronti del governo per alleggerire le restrizioni, a partire dall’apertura serale dei ristoranti. La moltiplicazione dei contagi, l’ondata che avrebbe fatto collassare gli ospedali, travolgendo di nuovo la Lombardia, ormai la grande malata d’Italia.

Non stiamo parlando di una regione qualsiasi ma della locomotiva che si trascina dietro una lunga fila di vagoni: 10 milioni di abitanti; poco meno di 850 mila imprese; circa 90 mila dipendenti solo nel comparto sanitario, che vuol dire circa 90 medici o infermieri ogni 10mila cittadini. Un territorio dove la spesa sanitaria pro-capite, prima del Covid, ammontava a circa 20 miliardi di euro l’anno, per l’esattezza 1.904 euro per cittadino, contro i 1.729 della Campania e 1.743 della Calabria. Ebbene, questa regione, la più ricca e la più sviluppata del Paese, è anche la regione europea più colpita dal Coronavirus.

DAL CERINO NELLE RSA ALLE GAFFE

Che questo triste primato non sia solo tragica fatalità ma anche risultato di errori reiterati è sotto gli occhi di tutti. Primo fra tutti la delibera dell’8 marzo 2020 in cui si autorizzavano gli ospedali a trasferire i pazienti positivi nelle residenze per anziani. Il cerino che infiammò le Rsa. D’allora una catena di svarioni.

Dalla disputa su chi avrebbe dovuto istituire la zona rossa ad Alzano e Nembro, mentre nella Bergamasca le salme venivano trasportate al cimitero sui camion dell’Esercito, alle esternazioni a ruota libera. Alle gaffe sui social e in tv. La distanza? “Non serve se si indossa la mascherina”. Il valore 0,51 per l’indice R0? “Vuol dire che per infettare me – spiegava Gallera in un imperdibile sillogismo – bisogna trovare due persone nello stesso momento infette e questo non è semplice, perché bisognerebbe trovare nello stesso momento due persone contagiate per infettare me”. Perle di questo genere. Fino alla frase pronunciata in pieno periodo natalizio, frase che gli è stata fatale: “Non abbiamo ancora iniziati a somministrare i vaccini”. Perché? “Non potevo mica richiamare i medici dalle ferie…”.

Gallera è uscito di scena. E per Matteo Salvini è stata una “liberazione”. E dire che qualche mese prima avrebbe voluto candidarlo a sindaco di Milano sfidando Beppe Sala.

NOVEMILA MEDICI DI BASE NON UTILIZZATI

Il capo leghista non poteva immaginare che aver reso inoffensivo (o quasi) Gallera non sarebbe bastato. Sulla scena ha continuato infatti a imperversare Fontana. E, anche dopo l’arrivo di Guido Bertolaso, la Lombardia è rimasta, in rapporto alle dosi di vaccino ricevute, la penultima in classifica per somministrazioni. “Tra gennaio e febbraio abbiamo ricevuto un milione di dosi di Pfizer-Biotech ma 300 mila, circa il 25%, sono rimaste in frigo – è la denuncia di Matteo Piloni, consigliere regionale del Pd, che al Pirellone è all’opposizione – ; con AstraZeneca abbia fatto anche peggio: delle 200 mila dosi ne abbiamo somministrate solo 20 mila”.

L’organizzazione ha fatto acqua da tutte le parti. Ad andare in tilt è stata l’Azienda regionale (Aria spa) che si occupa degli acquisti. Descritta per anni come un fiore all’occhiello, si è rivelata sin dall’inizio della pandemia una mattone burocratico ritardando l’approvvigionamento dei dispositivi di protezione Il fallimento della campagna vaccinale è l’ultimo flop di una lunga serie.

Mancano medici e infermieri ? S cercano con un bando che promette 40 euro l’ora ai primi e 30 ai secondi ma i 9 mila medici di famiglia che operano nella regione non vengono arruolati. “Siamo stati i primi a firmare un accordo con la Regione – spiega il dottor Enzo Scafuro, segretario regionale Smi Lombardia – ma finora nessuno ci ha risposto. Non possiamo somministrare le fiale nei nostri studi, perché il vaccino si conserva solo a certe temperature. Abbiamo chiesto perciò di sapere in quali strutture avremmo potuto farlo. Nessuna risposta.

Abbiamo incontrato Guido Bertolaso senza che sia servito a sbloccare la situazione. Siamo fermi. Ai nostri pazienti ultraottantenni malati cronici nel frattempo è arrivato un Sms per comunicare il cambiamento della data, “spiacenti non abbiamo il vaccino”, c’era scritto. Io stesso per avere più informazioni ho chiamato il numero verde e dopo una lunga attesa mi è stato risposto “si rivolga al suo medico di base”. “Ma come sarebbe? Il medico di base sono io…!

IL FLOP DEI TEST RAPIDI E I 3 DG CACCIATI

Il caos regna sovrano. E le varianti colpiscono. Valga per tutti l’esempio dei test antigenici per gli studenti. Acquistati due mesi fa, costati 1 milione e 200 mila euro, sono arrivati a tempo scaduto. “A Bollate – spiega Matteo Pilone – gli studenti erano stati sottoposti ai test qualche giorno prima che scoppiasse il focolaio ed erano risultati tutti negativi. Erano ormai inidonei, non sono in grado rilevare le varianti”.

Non c’è un settore in cui in Lombardia non ci sia stato almeno un pasticcio. E ha pagare è stato sempre il direttore generale, sostituito 3 volte in un anno. L’ultimo a saltare è stato Marco Trivelli, che ha resistito solo 8 mesi. Appena arrivata la Moratti ha chiamato al suo posto Giovanni Pavesi, già direttore generale dell’Ulss 5 Ovest Vicentina.

L’elenco degli svarioni lunghissimo. L’errore nella documentazione dei contagi che ha fatto scattare il colore sbagliato e infuriare i membri del Cts e dell’Iss. Le vaccinazioni ai medici? La Fondazione Gimbe alla fine del gennaio scorso aveva infatti evidenziato come il 51% delle persone vaccinate in Lombardia non facevano parte del personale sanitario. Solo il 40% erano medici o infermieri. Il Pirellone ha contestato i numeri dandone altri molto diversi. Gimbe ha replicato che i dati forniti “non erano coerenti con l’attività vaccinale realmente svolta e comunicata al ministero della Salute dalla Lombardia”. E il virus si diffonde e se la ride.


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