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Una manifestazione in piazza per regolarizzare l'autanasia

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LE REGOLE per staccare la spina e congedarsi da questo mondo variano da regione a regione. Sembra assurdo ma è così. Ciò che è consentito in Lombardia potrebbe non esserlo in Puglia. E viceversa. Tutto dipende dalle “sensibilità territoriali”, dalla decisione del comitato etico locale. E sì, perché nella variegata geometria delle competenze assegnate ai governatori rientrano le prescrizioni sul suicidio assistito. Lo prevede la sentenza numero 242 della Corte costituzionale: in assenza di una legge nazionale tra le opzioni, assegna ai comitati etici la gestione delle richieste di quei pazienti che in piena coscienza chiedono di staccarsi dalla loro ombra e dire addio alle penose sofferenze terrene.

LA DOLCE MORTE

Il regionalismo “eutanasiaco” è l’ultima perla del federalismo nostrano. Un’ossessione autonomista che ci accompagna non solo in vita ma in anche in prossimità di una eventuale consenziente dipartita. Una laicissima estrema unzione di cui si farebbe volentieri a meno se non fosse che la strada per ora è segnata. Gli Ermellini hanno stabilito che a decidere come, quando e se autorizzare la dolce morte del futuro caro estinto.

A tagliare come le parche il filo della vita saranno per il momento i comitati etici, i quali a loro volta dipendono dalla sanità regionale. Medici, pediatri, psichiatri, professionisti della sanità, esperti di ricerca che hanno il compito di valutare dal punto di vista etico e normativo situazioni cliniche irreversibili: senza la loro benedizione non ci sarà mai trapasso condiviso. Il tema è troppo serio e delicato per prestarsi a metafore e a giri di parole. E c’è poco da scherzare. Non stiamo parlando dei suicidi che Dante Alighieri metteva in un girone infernale insieme agli scialacquatori, entrambi violenti contro se stessi e dannati per aver dilapidato i patrimoni e il bene più importante, ovvero la propria vita. Ma di pazienti senza speranza condannati a soffrire, vegetali, intubati, legati per sempre ad un macchinario.

LINEE-GUIDA DIVERSE

Ogni regione si dà le proprie regole in materie di sperimentazione clinica di farmaci e dispositivi medici. Si tracciano le linee-guida che per il fine-vite ancora non ci sono. E mentre le firme per il referendum a favore dell’eutanasia legale, per l’abrogazione dell’articolo 579 del codice penale sono state portate in cassazione – oltre 1 milione e duecentomila, di cui 400 mila raccolte online – non si sa ancora bene come la morte pianificata verrà eventualmente applicata nei singoli territori.

Poniamo ad esempio che in Veneto prevalga una linea più vicina al sentire cattolico. I veneti decisi a percorrere l’ultimo miglio sarebbe costretti a spostarsi. Un po’ come si fa adesso verso la Svizzera o verso l’Olanda, dove i suicidi assistiti nel 2020 sono stati poco meno di 7 mila e aumentano di anno in anno. Il suicidio assistito della porta accanto o meglio dire della regione vicina è il risultato di un luogo vuoto legislativo. A riempirlo stabilendo regole uguali per tutti dovrebbe essere il ministero della Salute. Ma ancora non è così. Con il paradosso che un paziente potrebbe vedersi bocciare la richiesta nella regione di residenza e doversi spostare per l’ultimo trasferimento. I comitati etici sono in fase di trasformazione.

Attualmente sono circa un centinaio, nella sola Lombardia una ventina. Bisognerà scendere almeno a quota 40 per adeguarsi al nuovo regolamento europeo. La nomina dei componenti spetta ai direttori amministrativi degli ospedali, a loro volta nominati dall’ente locale, in base ad un principio di indipendenza. Medici di base, pediatri, ingegneri esperti in biotecnologie.

A sollevare la questione è stato di recente la Fondazione The Bridge che si è sempre occupata di temi etici: ha chiesto regole uguali per tutti e garanzie per pazienti e familiari.

LE DOMANDE IN SOSPESO

“Sul tavolo del ministero della Salute in questo momento ci sono due opzioni – spiega Rosaria Lardino, presidente della Fondazione che ha sede a Milano – la prima che ogni regione si doti di un comitato etico per affrontare questo tema. E’ evidente che ci sono sensibilità differenti. Il Lazio potrebbe dare un diniego mentre invece la Campania, la regione accanto, potrebbe dare invece una risposta positiva. Restano sospesi altri interrogativi; il cittadino laziale in questo potrà fare richiesta anche in un’altra regione? Chi sceglie? Il cittadino? E perché le regioni anche senza una specifica preparazione devono assumersi questo compito e questo onere? Chi stabilisce se la richiesta è legittima?”.

“Non è solo una questione di credo cattolico – riprende la presidente Lardino – ma vale anche per altre confessioni religiose. Stesso discorso per la procreazione assistita. Ogni regione va in ordine sparso. Non è tollerabile che decisioni di questo tipo vengano lasciate alla sensibilità della regione d’appartenenza”.

Come uscirne? “Il ministro Roberto Speranza potrebbe, in attesa della legge, istituire un comitato nazionale. Servirebbe a darsi dei criteri deontologici e legali che valgono sia per il cittadino calabro che per il cittadino che vive a Bolzano”.

La seconda che si ricorra ad una commissione nazionale. Attualmente ci sono i comitati etici nazionali delle Forze dell’ordine, dell’Ospedale Bambino Gesù e dell’Istituto superiore di Sanità. “Quest’ ultimo – riprende la presidente di The Bridge – può diventare l’organismo nazionale eliminando questo meccanismo di discrezionalità”.

La legge 40 e la legge 194 disegnano i perimetri, dettano le regole della procreazione assistita e dell’interruzione di gravidanza. Ma i diritti dell’individuo incurabile e deciso a mettere fine alle sue sofferenze al momento non sono garantiti ed è già successo due comitati etici dinanzi alla medesima richiesta si siano pronunciati in modo diverso. Si varia da regione a regione: una nuova geografia dell’eutanasia legale.   


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