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L'Ilva di Taranto

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Eppure questa notizia, questo impegno il presidente Franco Bernabè e l’amministratore delegato Lucia Morselli dell’ex ILVA l’hanno preso al Ministero dello Sviluppo Economico alla presenza del Ministro Giorgetti, del Ministro Orlando e della Ministra Carfagna.

I due massimi livelli dell’ex ILVA hanno dichiarato che ci vorranno dieci anni e 4,7 miliardi di investimenti per produrre acciaio completamente green, attraverso impianti ad idrogeno o elettrici; dieci anni e lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa sarà decarbonizzato.

A detta sempre dei vari comunicati stampa a valle dell’incontro, il Piano prevede il ritorno alla piena occupazione dei lavoratori entro il 2025 quando i livelli produttivi si attesteranno a 8 milioni di tonnellate. Nel frattempo il Governo dovrà varare una Legge speciale per la gestione del personale; sempre entro il 2025 gli investimenti in tecnologie innovative consentiranno una riduzione di circa il 40% di CO2 e del 30% delle polveri sottili. Tra i presenti forse l’unica persona pragmatica è stata quella del Ministro Giorgetti che ha commentato: “Un Piano realistico ma non semplice; il quadro delineato è più complicato delle aspettative e richiede fiducia e speranza da parte di tutti coloro che oggi siedono a questo tavolo. Il Governo farà la sua parte”.

Ma la cosa più preoccupante è, invece, la serie di dubbi sollevati dal sindacato; finalmente dopo anni il sindacato comincia a capire di essere di fronte a produttori di programmi, a produttori di cronoprogrammi, ad erogatori sistematici di annunci che trovano sempre una possibile soluzione in un futuro che sicuramente sarà reinventato domani. Il leader della UIL Rocco Palombella ha dichiarato: “10 anni sono una eternità. Noi abbiamo chiesto di conoscerne i dettagli e di poter avviare un confronto di merito”; mentre la segretaria generale della FIOM – CGIL Francesca Re David ha aggiunto: “È una ipotesi di percorso più che un Piano industriale che traguarda i prossimi 10 anni ma che è pieno di condizionalità perché dipende da una serie di varianti quali: la certezza del dissequestro dell’impianto, la disponibilità finanziaria, il costo del gas, della elettricità e così via”.

Infine il leader della CISL Roberto Benaglia ha ribadito: “Un programma così lungo ha bisogno di molti approfondimenti: è decisiva non solo la certezza degli investimenti annunciati ma anche la qualità dell’occupazione; in realtà siamo ad un incontro interlocutorio che vede ancora molte difficoltà non ultima cosa succede a maggio del 2022 nel rapporto tra Stato ed Arcelor Mittal per quel che riguarda il previsto aumento di maggioranza delle quote in mano allo Stato”.

Ho voluto riportare questo sintetico resoconto di un confronto ad alto livello sul futuro di Taranto per consentire al lettore di misurare direttamente quanto elevato sia il livello della superficialità di chi, incontrando i massimi livelli del Governo, ha esposto una proposta che circa tre anni fa, circa due anni fa, circa un anno fa avevo lanciato in modo molto banale ricordando un dato ed una scelta precisa: o si abbandona per sempre questa destinazione d’uso, cioè si pensa ad un’altra possibile utilizzazione di questo vasto ambito territoriale o lo Stato e non altri, né privati come Arcelor Mittal, né formule ibride come Investitalia, destini subito almeno 5 miliardi ed attui subito una reinvenzione dell’impianto; ma lo faccia subito lo Stato con una immediata assegnazione di risorse.

Taranto e l’intero Salento non vogliono più conoscere proposte formulate, anche da manager stimati come Bernabè e Morselli, ma sempre lontane da misurabili scelte in grado di evitare che la crisi ormai avanzatissima raggiunga livelli di irreversibilità.

Questo mio accanimento, questa mia denuncia sistematica nei confronti di chi, dagli ex Ministri Di Maio, Patuanelli all’ex Presidente del Consiglio Conte, aveva in modo sistematico illuso questa popolazione, trova oggi una occasione in più per chiedere per quale motivo continuare a esporre atti programmatici senza mai elencare non un programma ma, come sollevato anche dal Sindacato, un Piano industriale e un Piano Economico e Finanziario (PEF) in cui Arcelor Mittal dichiari formalmente quando pensa di garantire i suoi impegni e quale sia davvero la sua disponibilità finanziaria.

Finora non abbiamo letto nulla da parte del soggetto privato, da parte di chi ha vinto una gara internazionale e se si leggono attentamente tutti i vari passaggi, tutti i vari incontri formali tra Arcelor Mittal e l’organo centrale (Ministro dello Sviluppo Economico e Presidenza del Consiglio) ci si convince subito che siamo di fronte ad un sistematico susseguirsi di inadempienze.

Ora però ritengo opportuno ipotizzare una proposta: siccome il Presidente Bernabè ha dichiarato che il costo del processo legato alla decarbonizzazione è pari a 4,7 miliardi gradiremmo conoscere quanto sia l’impegno finanziario di tale importo garantito da Arcelor Mittal e se questa evoluzione sostanziale dell’intero progetto non comporti l’annullamento contrattuale in quanto diverso dal bando internazionale iniziale.

Lo so non sarà facile rispondere a questo mio banale interrogativo; non sarà facile perché scomodo un po’ per tutti: per chi ha modificato il Contratto iniziale come l’allora Ministro Di Maio, per chi ha reso possibile questo allungamento dei tempi come l’ex Presidente del Consiglio Conte, per chi, come l’attuale Governo, non ha posto ancora un ultimatum formale ad Arcelor Mittal per porre la parola fine ad una altalena che ormai rasenta il ridicolo.

Queste mie considerazioni rimarranno solo sfoghi privi di una risposta coerente, però penso che questi interrogativi, queste oggettive preoccupazioni siano già oggetto di un approfondimento del Presidente Draghi; il Presidente del Consiglio, infatti, sa bene che in casi del genere il fattore tempo è un riferimento portante e chi utilizza tale fattore per ottimizzare i propri interessi non credo possa essere esente da un’immediata azione da parte della stessa Presidenza del Consiglio. Ricordiamo quanto questa melina pesi sulla cassa integrazione, quanto questa melina pesi sull’indotto, quanto questa melina pesi sul crollo del PIL non del Salento, non solo della Regione Puglia ma dell’intero Mezzogiorno.

Il Presidente Bernabè e l’Amministratore Delegato Morselli, quindi, sicuramente predisporranno le adeguate risposte non tanto alle mie preoccupazioni, non tanto a quelle sollevate dal Sindacato ma a quelle che sono sicuro il Presidente Draghi formulerà quanto prima.

Voglio fare un’ultima considerazione: in un momento in cui il mercato dell’acciaio sta tirando in modo davvero rilevante, l’impianto siderurgico di Taranto non è in grado di produrre più di 3,5 – 3,8 milioni di tonnellate; gli altri impianti siderurgici godono di una simile assenza. Penso sia la mia una considerazione che il Governo ed il Presidente Draghi comprenderanno benissimo.


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