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Antonio Misiani

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«Senza Sud l’Italia non riparte. Servono investimenti, come quelli fatti negli anni Cinquanta e Sessanta, non assistenzialismo. La quota del 34% è solo un punto di partenza». A dirlo è Antonio Misiani, capogruppo Pd nella Commissione Bilancio del Senato e responsabile Economia nella segreteria di Nicola Zingaretti, nonché ex tesoriere del partito durante la gestione di Pier Luigi Bersani e quella di Guglielmo Epifani.

Senatore Misiani, leviamoci subito il dente: un governo con i 5 stelle è fantascienza o ne state davvero parlando?

«La crisi è solo alle battute iniziali, Conte non si è ancora dimesso. Il voto anticipato a oggi è lo scenario più probabile. Vedremo se emergeranno condizioni politiche diverse con le consultazioni del presidente della Repubblica».

Il voto anticipato è lo scenario che il Pd preferisce?

«L’errore più grave che potremmo fare è un accordicchio tutti contro Salvini solo per non andare a votare. Altra cosa è andare a vedere le carte, come molti di noi nel Pd sostenevano già un anno fa, per costruire un accordo di legislatura. A oggi questa prospettiva non c’è, ma se si aprisse un’interlocuzione, si dovrebbe andare verso quell’obiettivo: un’intesa di alto profilo in netta discontinuità con questi 15 mesi di governo».

Quindici mesi di governo a guida 5 Stelle.

«Il Movimento deve fare in ogni caso i conti con il fallimento di questa esperienza. Un nuovo governo non potrebbe che basarsi su un radicale cambiamento delle politiche e dei protagonisti».

In questo caso potrebbe esserci margine per un contratto di governo Pd-M5s?

«Questa espressione non ci è mai piaciuta, perché dà l’idea della politica come un rapporto di natura privatistica. Certo, un accordo di legislatura deve essere fatto su un programma di governo chiaro e condiviso. Non può limitarsi al disinnesco delle clausole di salvaguardia Iva o altri punti emergenziali dal punto di vista economico».

Quindi voi ci siete solo per un governo di legislatura?

«Esatto, ha senso solo un’intesa politica ambiziosa e forte, che parte da un’idea di Paese e da un programma all’altezza delle sfide straordinariamente impegnative che l’Italia ha di fronte».

Martedì scorso al Senato, Salvini ha sorpreso tutti sfidando Di Maio sul taglio dei parlamentari.

«Con uno stucchevole gioco a rimpiattino che si è scatenato tra i due vicepremier, come se il futuro del Parlamento potesse essere una posta in gioco da biscazzieri. La torsione antisistema che Lega e 5 Stelle hanno dato alla riforma delle Istituzioni e della Pubblica Amministrazione non è solo sbagliata, è pericolosa».

Cosa contestate del taglio dei parlamentari?

«L’hanno promosso senza minimamente mettere in campo una riforma del bicameralismo perfetto».

Quindi votereste contro?

«Noi finora abbiamo sempre votato contro, non perché siamo contrari alla riduzione del numero dei parlamentari. Era un tema che ponevamo anche noi con la nostra riforma costituzionale, ma all’interno di una riforma che avrebbe fatto funzionare meglio il Parlamento, differenziando le funzioni fra Camera e Senato. Altrimenti è solo un’operazione demagogica».

Poche settimane fa il Pd ha presentato alla Camera un’interrogazione parlamentare sui veri numeri della spesa pubblica nel Mezzogiorno. Questa “operazione verità” troverebbe spazio all’interno di un nuovo governo?

«L’operazione verità sulla spesa pubblica che voi avete sollecitato e che noi abbiamo chiesto in Parlamento è sacrosanta. La ripartizione territoriale delle risorse è un punto chiave su cui è stata fatta demagogia e disinformazione a piene mani. I governatori di Lombardia e Veneto per anni hanno alimentato un vittimismo esasperato e aspettative miracolistiche, raccontando ai loro cittadini la favola che con l’autonomia avrebbero trattenuto sul territorio il 90% delle tasse azzerando il cosiddetto residuo fiscale».

Tra l’altro ritenuto inesistente dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che ha escluso l’applicabilità dei residui fiscali su base regionale.

«Infatti. Semplicemente si raccolgono più tasse nei territori dove c’è più benessere e ci sono più contribuenti ricchi mentre si spende più o meno lo stesso in termini pro capite. Anzi, in realtà si spende meno nel Sud, perché l’offerta di molti servizi pubblici è più debole. La Lega ha venduto a veneti e lombardi il paradiso in terra, l’autonomia come la secessione dei ricchi, e ha spinto il governo ad imbarcarsi in un percorso velleitario e pericoloso».

L’alternativa del Pd qual è?

«Si può sperimentare il decentramento di alcune funzioni pubbliche, ma non si possono regionalizzare servizi pubblici essenziali come la scuola. È necessario fissare e garantire i livelli essenziali delle prestazioni quando in gioco ci sono i diritti di cittadinanza. E bisogna fare una riflessione complessiva sulla distribuzione territoriale delle entrate fiscali e della spesa pubblica».

In che senso?

«La ripartizione degli investimenti delle pubbliche amministrazioni e del settore pubblico allargato ha visto una progressiva riduzione della quota del Sud, la parte del Paese che invece ne avrebbe più bisogno. I dati ci dicono che nel 1970 la spesa pro capite per opere pubbliche nel Mezzogiorno era il 50% più alta di quella del Centro-Nord. Dal 1993 questo rapporto si è invertito, crollando anno dopo anno: nel 2018 eravamo a 102 euro pro capite nel Sud e 278 euro nel Centro-Nord. Negli stessi anni, il divario di reddito con il Centro-Nord è tornato inesorabilmente ad allargarsi. Noi nella scorsa legislatura abbiamo fissato il criterio del 34%, ma dovrebbe essere un punto di partenza, non di arrivo. Nella legge Calderoli sul federalismo fiscale c’era un tema rimasto inattuato, quello della perequazione infrastrutturale. L’articolo 22 stabiliva una ricognizione della dotazione di infrastrutture e prevedeva interventi per aiutare i territori penalizzati. È rimasto tutto sulla carta».

Insomma, la cura sono gli investimenti.

«Sì, sia pubblici che privati, a partire da quelli per la sostenibilità ambientale, la mobilità, le infrastrutture sociali. In questo senso bisogna segnare una discontinuità con questi 15 mesi di assistenzialismo, di blocco delle grandi opere, di indebolimento degli incentivi per gli investimenti privati. Le opere pubbliche vanno fatte, il Sud ne ha bisogno come il pane. Il credito di imposta per gli investimenti in beni strumentali, che scade a fine anno, va rifinanziato e prorogato almeno al 2021».

Stop assistenzialismo è un messaggio per i 5 Stelle.

«È un messaggio che vogliamo dare con grandissima forza. Gli investimenti sono la chiave per fare ripartire lo sviluppo. E gli investimenti nel Sud sono la chiave della chiave. Buona parte del divario di crescita dell’Italia rispetto all’Europa è spiegato dalla depressione economica del Meridione, che dal 2008 ha perso oltre 10 punti di Pil, quasi un terzo degli investimenti e 265 mila occupati . Senza il Mezzogiorno l’Italia non riparte. I primi a capirlo dovrebbero essere i politici e gli imprenditori del Nord».

La proposta che fece Ciampi a metà anni Novanta di destinare al Mezzogiorno il 45% degli investimenti è ancora applicabile?

«Oggi sarebbe già un successo arrivare in tempi rapidi al 34%. C’è un problema di risorse, ma c’è anche un problema di capacità amministrative, se si guarda per esempio alla percentuale di utilizzo dei fondi comunitari. Se non si aggredisce questo nodo, anche uno stanziamento del 45% rimarrà sulla carta. E se non si estirpa la criminalità organizzata e la corruzione, molto di quanto viene speso va sprecato».

Come vorrebbe agire sulla capacità gestionale degli amministratori locali?

«Tanto per cominciare andrebbe fatta una riflessione critica sul grado di decentramento della spesa per gli investimenti. È necessario un programma ad hoc per rafforzare gli uffici tecnici degli enti locali del Mezzogiorno e bisognerebbe immaginare una forte cabina di regia nazionale per i grandi interventi».

Sta pensando di tornare alla vecchia cassa per il Mezzogiorno?

«Non sono un nostalgico, anche se la Cassa per il Mezzogiorno è stata ingiustamente demonizzata. La stagione degli anni ’50-’60 è stata una fase di grande sviluppo del Sud innanzitutto grazie agli interventi promossi dalla Cassa.. Oggi il tema di uno Stato “strategico e innovatore” posto dalla Svimez merita una riflessione vera».

A questo proposito c’è un dato: dopo l’entrata in vigore della legge sul federalismo fiscale, la quota di investimenti destinata al Sud è crollata allo 0,15% del Pil.

«A dieci anni di distanza un Paese serio si interrogherebbe su cosa ha funzionato e cosa no e rimetterebbe mano all’assetto della finanza territoriale, possibilmente con un disegno organico».

Per farlo serve un governo, e questo ci riporta al tema politico. Le diplomazie di Pd e M5s sono già all’opera?

«Assolutamente no, anche perché la crisi formalmente non è ancora stata aperta. Il presidente Conte e i vicepremier Di Maio e Salvini sono ancora seduti sulle loro poltrone ministeriali».

Il 20 agosto comunque Conte sarà al Senato.

«Nel calendario ci sono le comunicazioni di Conte ed eventuali risoluzioni. Poi, se le cose andranno secondo le previsioni, il premier dovrà prendere atto del dibattito parlamentare e salire al Colle per dare le dimissioni. Questo è l’esito più probabile».

Se invece si arrivasse a votare la sfiducia, il Pd cosa farebbe?

«L’abbiamo contrastato per 15 mesi, voteremo per fare cadere questo governo. E per voltare finalmente pagina».


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