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TENGO sempre in considerazione i proverbi, perché in una frase condensano secoli di esperienza popolare. Uno, in particolare, ci avverte: “Chi si fa pecora, il lupo lo mangia”. Mostrarsi docili è sconsigliato. Educazione e sensibilità sono considerate sintomi di debolezza. La vita, seppur affrancata da varie forme di schiavitù, resta ancora imbrigliata in questa catena alimentare tutta umana, secondo la quale il più furbo sbrana il più ingenuo. Per un malinteso senso della forza, si oscilla di continuo tra prepotenza e impotenza: chi non è capace di divorare, sembra condannato a essere mangime; chi non sa imporsi, soccombe.

Quante volte, per difendere un nostro diritto, abbiamo dovuto mostrarci aggressivi, anche a costo di stravolgere la nostra indole? Per ottenere rispetto è dunque necessario affilarsi i canini? Un mondo dominato da dinamiche di sopraffazione è un mondo destinato a estinguersi, eppure non vogliamo prenderne atto. La natura, anche quella degli uomini, è molto più vasta dei nostri schemi mentali.

Non esistono solo il lupo forte e la pecora debole: c’è la pecora coraggiosa che porta il gregge in salvo; c’è il lupo vigliacco che agisce soltanto in branco; c’è il lupo domestico, persino affettuoso; c’è la pecora che è un ariete; c’è chi si crede lupo, ma è un cane. La storia ci sta dimostrando che la vita non può esistere là dove c’è squilibrio, sia esso climatico, ambientale o sociale, e che è unica la terra in cui tutti abitiamo.

Chi pensa di continuare a sbranare e a perpetrare i propri egoismi a scapito degli altri, si troverà pure a essere padrone del mondo, ma il mondo sarà un deserto.


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