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Ada Negri

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“Ada Negri sta a Motta-Visconti. Questo lo si sa perché tutte le sue poesie portano ai piedi, a sinistra, questa indicazione. Ma chi è Ada Negri? […] Perché non esce fuori in piena luce e nessuno l’aiuta a uscir fuori? Io mi dibatto, maledico e piango, Ma passa il mondo e ride o non mi sente. Perché nessuno l’ascolta?”

Queste parole, scritte nel dicembre del 1901, sono l’inizio di un articolo per il Corriere della sera della scrittrice e critica letteraria Sofia Bisi Albini. Sono anche, per Ada Negri, l’inizio di tutto, in particolare del successo poetico e letterario che la porterà a essere, ai principi del Novecento, una delle donne più note d’Italia.

Il vero inizio di tutto, però, è in una stretta portineria scura, formata da due stanze sole, dove la madre, Vittoria, va a partorire la sua seconda figlia, cui mette nome Ada. La portineria è abitata dalla nonna, Peppina, dapprima domestica personale poi portinaia dei conti Barni.

Vedova del marito alcolizzato, Vittoria rifiuta di sposare un altro uomo e decide, per mantenere la figlia, di impiegarsi in una fabbrica tessile dove lavora 13 ore al giorno, per una paga misera, che le permette però di far studiare Ada.

La storia di Ada Negri è una storia di donne intrecciate in un minuscolo spazio vitale: donne che si prendono cura l’una dell’altra, si accolgono e si sostengono.

L’inizio di Ada è ossessionato dalla povertà e dalla fame, dall’ansia di rivolta e l’anelito di riscatto, covato mentre compie, bambina, il suo compito: quello di aprire le cancellate e abbassare la testa al passaggio della carrozza del padrone.

“Tutti, davanti alla poesia di Ada Negri, s’erano sentiti presi e scossi”, scrive Sofia Bisi Albini nell’articolo. Ada è poco più che ventenne, si è trasferita in quel piccolo paese della Bassa e fa da maestra a più di cento bambini provenienti dal suo stesso ceto, quello della plebe triste e dannata, con loro si sente a proprio agio, accolta come a casa: “Io non ho nome. —Io son la rozza figlia Dell’umida stamberga; Plebe triste e dannata è mia famiglia, Ma un’indomita fiamma in me s’alberga.”

Sofia Bisi Albini va a cercarla lì dove vive, osserva la sua casa cadente, la stanza nella semioscurità di finestre chiuse con la carta. Vede nei suoi occhi il fuoco e nel suo atteggiamento l’umiliazione di chi sente di non appartenere alla vita che compie e non avere i mezzi per assomigliare a ciò che desidera.

Bisi Albini scrive un articolo accorato e patetico, attira l’attenzione su Ada, sulla sua giovane età, la povertà estrema, il suo fervore che la consuma e la gioia dolorosa con cui si lascia divorare. Il resto lo fanno le poesie di Negri. La giovane poetessa di Lodi diviene un caso letterario.

Grazie al successo di pubblico delle sue raccolte poetiche e ai miglioramenti della sua carriera e della sua situazione economica, Ada Negri può andare a vivere a Milano. È lì che scopre una città dai fermenti all’altezza di quelli suoi stessi. Scrive poesie di denuncia, di indignazione, sulla classe operaia, sulle condizioni di tessitrici, minatori, battellieri.

La chiamano “la poetessa del quarto stato” o “la vergine rossa”. Entra nei circoli socialisti, conosce l’amore tormentato della sua vita, considera Anna Kuliscioff “sua sorella ideale”. È lì che incontra anche un giovane Benito Mussolini, all’epoca ancora socialista. Mussolini ritornerà nella sua vita, quando, anni dopo, la Negri deciderà di aderire senza riserve al regime fascista.

Ci si è domandati se lo avesse fatto per convinzione, in segno di rivolta verso il socialismo che a suo parere aveva abbandonato gli ideali dei “poveri cristi”, lasciati alla deriva in un mare di “comizi, probiviri, propaganda, dimostrazioni e scioperi, il diavolo a quattro, un mare di gesti e di chiacchiere”; oppure se vi avesse aderito per convenienza, sempre spinta dal demone del riscatto dalla povertà, in quanto ottenne poi molti premi di Stato che le valsero cospicui vitalizi, come il Giannina Milli, che le assicurava una rendita per dieci anni, cui pure rinuncerà a favore di Sofia Bisi Albini, la donna cui doveva la su fortuna.

Nel 1926 Ada Negri fu candidata al premio Nobel, vinto in quell’anno da Grazia Deledda. Non tutti sanno che Ada Negri, nota per la sua poesia, ha scritto, anche testi di prosa bellissimi, di una scrittura dura, cruda, intensa e levigata.

Le solitarie, ma anche Sorelle, Finestre alte, Stella Mattutina, raccontano le donne come raramente era stato fatto fino ad allora: in una sorta di volontaria e tenace resistenza fisica e morale a un universo di fatica e abusi, in cui venivano sottopagate, sovrasfruttate, tradite, additate alla pubblica morale.

Sono creature uscite dall’esperienza della prima giovinezza di Ada Negri, dall’osservazione silenziosa dei suoi occhi di “scarna adolescente, livida di superbia, impaziente di vivere”: “Vi è contenuta tanta parte di me, – scriverà poi – e posso dire che non una di quelle figure di donna che vi sono scolpite o sfumate mi è indifferente. Vissi con tutte, soffersi, amai, piansi con tutte.”

In un posto molto lontano dalle sue adesioni politiche o dall’enfasi del suo stile poetico, queste prose raccontano con rabbia ma anche orgoglio e calore la presa di posizione delle donne che ha conosciuto in gioventù, la responsabilità delle proprie scelte, fortemente volute e sofferte, l’accettazione non passiva delle conseguenze delle costrizioni, a volte il riscatto della tenacia, a volte il cedimento sotto la pressione e della diseguaglianza sociale, e ricordano nei toni l’afflato che, in Libertà, le aveva fatto scrivere questi versi: “io non fui d’altri e non sarò mai tua,/ io sono di me.”

Lo sguardo poetico di Ada Negri resta, fino alla sua fine nel 1945, quello della bambina infelice che era stata mentre osservava il mondo ingiusto dalle finestre delle due stanze buie della portineria, con una sensibilità sconfinata e una rabbia bruciante che si trasformava dentro di lei in “lampo di sfida” e poi in “impeto di audace speranza”.

Quella stessa bambina che, di fronte allo sfruttamento che deteriorava la salute della madre, malediceva la fabbrica: “La derubano. Quello che dà è scandalosamente più grande di quello che riceve […] Processata, andrebbe, la fabbrica; e condannata. Paga il tuo debito, ladra!”; mentre, di fronte a se stessa, si perdeva in abissi fondi di incoscienza e di disperazione: “Io vedo – nel tempo – una bambina. Scarna, diritta, agile. Ma non posso dire come sia, veramente, il suo volto: perché nell’abitazione della bambina non v’è che un piccolo specchio di chi sa quant’anni, sparso di chiazze nere e verdognole; e la bambina non pensa mai a mettervi gli occhi; e non potrà, più tardi, aver memoria del proprio viso di allora.”

Tutta la sua poesia, la sua “voce piena di vento”, non è che lo sforzo inesausto di ricostruzione e memoria di quel viso di allora.


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