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Il governatore del Veneto, Luca Zaia

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CHE succede se il sistema produttivo del Nord si stacca dal sistema sociale e non investe nel Sud? Se cambia la visione unitaria del Paese, se crescono divario e disuguaglianze? Domande che nella notte della “svolta ” è lecito farsi.  Non è in gioco la visione atlantista,  le scivolate “postfaschistischen” che tanto preoccupano le cancellerie europee. Ma le incognite del dopo-voto gettano un’ombra sul futuro del nostro Mezzogiorno, tema in campagna elettorale residuale pur essendo al centro del Piano nazionale di ripresa e  resilienza. 

L’unica vera coalizione scesa in campo ha messo al centro della sua agenda l’autonomia differenziata.  È un fatto. Regioni a statuto ordinario che non si limiteranno a chiedere la devoluzione di funzioni che oggi sono in capo allo Stato, potestà riconosciute dall’art.116 della Costituzione. Ma vogliono trasformarsi in enti a statuto  speciale con tutti i privilegi fiscale che questo comporta, inclusa la possibilità di trattenere le imposte pagate dai cittadini sui loro territori. Tradotto in moneta sonante vuol dire sottrarsi al meccanismo solidale della perequazione, quello che fa di un Paese  una nazione.     

Gli affanni elettorali hanno riportato la Lega alle sue origini. Basta riavvolgere i nastri e rivedere i comizi di chiusura. Il governatore del Veneto  Luca Zaia che ne ha fatto un chiodo fisso. Salvini che certifica la ritirata del Carroccio nella sua nicchia elettorale annuendo con la testa. Il presidente della Regione Lombardia  Attilio Fontana che esalta l’idea del ministero del Digitale a Milano. La platea  che scandisce i tempi e applaude, i “mi piace” che si moltiplicano sui social. Il clima è questo.

Chi tocca i fili –  Guido Crosetto e altri esponenti di Fratelli d’ Italia, ad esempio  – viene impallinato.  Chi «fa resistenza» all’idea del ministero dell’Innovazione a Milano «è contro l’autonomia, chi non vuole guardare al futuro e vuole mantenere un’organizzazione statuale tardo ottocentesca”,  si agita  Fontana, il governatore varesino che dopo la disastrosa gestione del Covid dovrà farsi da parte per lasciare il suo posto a lady Moratti. “Rilanciare il territorio”, è la parola d’ordine.  I sondaggi  davano il centrodestra in grande vantaggio. Ci sono stati  incontri con rappresentanti di istituzioni e stakeholder, sopralluoghi nell’area di Mind,  la zona indicata come ideale per il ministero.  Insomma, ci si è portati avanti con il lavoro.

«Tutti – è la tesi del governatore uscente – ritengono che sia un’idea non soltanto buona, ma necessaria. Una “piccola innovazione istituzionale”, la definisce Fontana paragonandola in modo improprio agli altri federalismi, all’Inghilterra, Germania e Francia. E dopo i ministeri toccherà alla Rai. Dunque:  ci siamo. In Ucraina si combatte e si muore. Il gas è alle stelle e il caro-bollette incombe sugli italiani. Il Covid è un fantasma che si aggira sull’Europa. Ma da noi scocca l’ora dell’autonomia. Dal 26 di settembre, cioè da oggi,  si potrà iniziare a pensare a quella che è considerata dalla nuova classe dirigente emergente “una necessità per il Paese”. Matteo Salvini ha ribadito che sarà il primo punto all’ ordine del giorno del prossimo governo: “Ci sono le condizioni per poter concludere ogni tipo di discorso in maniera molto veloce”.

Con il caro-energia il forziere in cui è  custodito il tesoro del Nord  rischia di diventare un salvadanaio di terracotta. Peccato però che non sia stato questo il tema della campagna elettorale. Hanno prevalso i siparietti alla  “Totò-truffa” ,  i tormentoni sul referendum farsa del 2017, quei cittadini lombardi e veneti che votarono per l’autonomia rispondendo ad un quesito senza esibire alcun certificato elettorale.  Fare paragoni con quello che sta accadendo in questi giorni nel Donbass sarebbe sicuramente fuori posto.  I soldati russi che accompagnano la gente in urne improvvisate e passano casa per casa.  Ma il risultato finale è più o meno lo stesso, un plebiscito annunciato e incontrollato.  

Sull’argomento il silenzio del centrosinistra è più potente di tante parole. In mancanza di un vocabolario comune il Pd naviga a vista e si comporta come un perdente davanti ad una slot-machine. Uno stato letargico che disegna il recinto elettorale in cui si sono confinati i dem.  Per non scontentare Bonaccini e Giani, per non entrare in collisione con i governatori dell’Emilia-Romagna e della Toscana preferiscono nuotare nella stessa corrente del Carroccio. Così che a parlare sono Mariastella Gelmini e Carfagna, transitate nel frattempo da Forza Italia nel Terzo polo. Lo fanno con una voce sola pur pensandola all’opposto. “Io e Mara – spiega  l’ex ministra agli Affari regionali e le autonomie, candidata con  Azione a Napoli – abbiamo preparato un decreto sull’autonomia  regionale, previsto dalla Costituzione, che parte dall’uguaglianza dei Lep ma non è stato approvato per la caduta del governo». Il suo disegno di legge – anticipato integralmente da questo giornale – è stato scritto e sottoscritto dai collaboratori di Fontana e Zaia. «Ma nella legge da noi predisposta – corregge il tiro la Gelmini  – non c’è il tema Iva né contratti regionali sulla sanità. Si parte dalla predisposizione che non c’è  autonomia  senza il finanziamento dei Lep e si era trovato un accordo tra le Regioni sulla sensibilità differente. C’erano anche delega fiscale, abolizione dell’Irap e semplificazione del fisco con diminuzione delle tasse sul risparmio. Se la destra dovesse vincere porterebbe una sua idea in Consiglio dei Ministri ma ci sarà l’evidente posizione di Meloni che la fa precedere il presidenzialismo all’autonomia. Se poi diventa una riforma di una parte politica si troveranno delle difficoltà e criticità territoriali», avverte l’ex ministra forzista.

Prevalgono  a seconda delle latitudini le rassicurazioni. Al Nord piace sentirsi dire che cambierà tutto. Che il federalismo troverà piena attuazione. Al Mezzogiorno che finché non verranno definiti i Lep non cambierà niente.  Il che, considerando il deficit di coesione sociale, il bisogno di investimenti pubblici, l’urgenza di  uscire dallo schema del Nord produttivo e del Sud assistito, è francamente molto deludente.   “L’autonomia  non è la secessione dei ricchi, è l’applicazione degli articoli della Costituzione che non si può usare come il cucù, solo quando ti fa comodo”, va ripetendo, tipo refrain, il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia. Cita Einaudi e don Luigi Sturzo, il siciliano che nel 1949 disse  “Sono un unitario ma federalista impenitente”, confondendo l’esaltazione dei campanili con la gestione dei bilanci.

Persino uno come il segretario Svp Philipp Achammer lo dice: “L’autonomia  differenziata non deve penalizzare le regioni del Sud, come non deve penalizzare le regioni del Centro. Può essere una cosa positiva ma dev’essere scritta in maniera da non penalizzare alcuna regione d’Italia, non può essere un’autonomia  a vantaggio del Nord”.  E  Achammer si mostra più concreto di tanti altri: «In questo momento dobbiamo essere in grado di dare una risposta a quelle persone che stanno avendo difficoltà, ad esempio a causa del caro energia. Abbiamo bisogno di un sollievo immediato. E aggiunge: “Durante la campagna elettorale, tutti improvvisamente si sono dichiarati amici dell’autonomia. Anche quelli che finora hanno detto o fatto l’esatto contrario. Noi, invece, difenderemo in modo convinto la nostra  autonomia, prima e dopo le elezioni, e difenderemo i nostri diritti duramente conquistati e contro il nazionalismo, il centralismo e l’eurofobia».

Torniamo però alla domanda iniziale. Cosa succederà ora. Che Italia uscirà da questo voto?: “Nessuno litigherà con nessuno – assicura Antonio Tajani,  coordinatore unico di Forza Italia – quando uno si siede al tavolo del Consiglio dei ministri non è che il Consiglio dei ministri è una caserma, si discute, ognuno porta le sue idee, ma per quanto ci riguarda la nostra posizione è chiarissima: nessuna scelta che possa danneggiare il Centro e il Sud. L’ho detto a Roma e lo ridico qui a Napoli». Parole scolpite nella pietra. Ricordiamocene.


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