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Patrizio Bianchi, ministro dell'Istruzione del Governo Draghi

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FOSSE stato per lui, quel “ draghicidio” consumato da Silvio Berlusconi e Matteo Salvini all’ombra di Giuseppe Conte non andava neppure ipotizzato. Le tre grandi questioni chiave – uscita dal Covid, attuazione del Pnrr e ripresa economica – erano state centrate al punto che si sarebbe parlato di un “Miracolo Draghi” eppure celato, taciuto e perfino nascosto dalla crescita del Pil a quella dell’occupazione.

Nel suo studio a mansarda di palazzo Bevilacqua del 1430, nel cuore dell’antica struttura dell’Università di Ferrara dove oggi è docente emerito di Economia applicata e titolare della cattedra Unesco su Educazione, crescita e uguaglianza, riflette così il professor Patrizio Bianchi: classe 1952, economista di lunghissimo corso dopo la laurea con Romano Prodi nel 1976, ministro dell’Istruzione nel Governo di Mario Draghi e più di recente presidente dell’Advisory Board del Festival euromediterraneo dell’Economia, in programma a Napoli il 17 e 18 marzo.

Appena di ritorno dalla Lectio all’Università di Salerno su “Educazione, crescita, eguaglianza: le opportunità dei fondi Pnrr”, Patrizio Bianchi si restituisce in pieno alla sua dimensione di economista a tutto tondo. Ma, a un tempo, coltivando il gusto dell’analisi sugli scenari internazionali e su quelli di politica italiana.

Professor Bianchi, cosa ha pensato quando capì che Berlusconi e Salvini avrebbero fatto cadere il governo Draghi?

“Vuole una considerazione politica? Sicuramente che il governo avrebbe dovuto andare avanti sino al termine della legislatura per come aveva attuato fino a quel momento tutti i suoi obiettivi programmatici per i quali era stato concepito. E qui veniamo poi ai dati oggettivi: uscita dal Covid, attuazione del Pnrr e ripresa economica erano i punti cardinali del programma che l’azione dell’esecutivo straordinario voluto dal Presidente della Repubblica mostrava di aver colto in pieno: si pensi solo alla crescita economica oltre il 3 per cento rispetto ai dati da zero virgola registrati fino ad allora. Del resto le regole di ingaggio erano chiare, quella maggioranza parlamentare di unità nazionale per quelle priorità programmatiche: non esistevano margini di contrattazione al di fuori di questo perimetro. Tanto è vero che Draghi si è dimesso pur non essendo stato tecnicamente sfiduciato. Quel giorno io ero al Senato, fu tutto estremamente chiaro.”

La cena all’Eliseo tra Macron, Scholtz e Zelensky ma senza Giorgia Meloni. Su questo giornale lei ha parlato di “fine dell’incantesimo Draghi per l’Europa”: cosa è venuto meno nei rapporti tra Roma, Parigi, Berlino e Bruxelles?

“E’ mutata la caratura dei protagonisti. Da presidente del Consiglio, Mario Draghi aveva sicuramente delle credenziali accresciute però notevolmente dal suo capitale di credenziali personali accumulate nel tempo. Non voglio dire che Meloni non le abbia ma deve costruirle”.

Nella sua Lectio a Salerno sulle opportunità dei fondi Pnrr per le uguaglianze, ha detto che il governo Draghi era entrato a macchina in corsa ed è uscito anticipatamente a macchina in corsa. Cosa le resta di quei diciotto mesi da Ministro dell’Istruzione?

“La consapevolezza di aver operato a tutti i livelli nella ripartizione dei fondi Pnrr così da lasciare tracciata la via al governo successivo. Quando dico entrata a macchina in corsa e uscita a macchina in corsa per il Governo Draghi, intendo esattamente la capacità di preparare un ordito ordinato da far trovare a chi viene dopo in una situazione estremamente dinamica”.

Nel cuore di un ministro si alternano sempre emozioni diverse. Qual è stata la sua decisione più sofferta a Viale Trastevere?

“Più che una decisione, il rapporto con i sindacati. In particolare, non aver chiuso noi il nuovo contratto di lavoro. Ma devo dire che anche qui abbiamo fatto un gran lavoro preparatorio e che per compostezza istituzionale abbiamo lasciato al governo successivo la firma dell’intesa”.

Ora da titolare della Cattedra UNESCO su Educazione, crescita ed uguaglianza, come affronterà le dinamiche tra i Nord e i Sud del mondo?

“Trovo significativo anzitutto che non si parli di disuguaglianze ma, appunto, di eguaglianze: un progetto rispetto a un quadro connotato negativamente. Abbiamo costruito una rete di rapporti accademici e di ricerca che già delinea il nostro campo d’azione nei diversi Sud: dall’America latina, con l’Argentina, all’Africa con il Cameroun. E il prossimo traguardo sarà l’Asia con il VietNam.”

Il premier Meloni, in sinergia con il ministro delle Politiche europee Raffaele Fitto, spinge per un hub energetico nel Sud del Mediterraneo. Su questo giornale lei chiama a un “fronte del porto”. Questo progetto potrà essere anche incubatore di capitale umano e di cultura per il Sud?

“Attenzione a non farne uno slogan. Hub è anzitutto una valutazione geopolitica delle aree coinvolte, in particolare tutta l’Africa settentrionale che noi definiamo dittatoriale. Ma è poi un intreccio di infrastrutture e di porti da progettare e mettere a punto nell’Italia del Sud, pensiamo a Gioia Tauro e alle caratteristiche del Ponte sullo Stretto. Detto questo, può senz’altro essere un moltiplicatore di opportunità, ma al Sud non basta”.

Che cosa servirebbe per trasformare il Sud in un brand spendibile su tutto il territorio nazionale?

“Prima di tutto un nuovo rapporto tra città e territorio. Ci sono sia metropoli come Napoli che paesi che scompaiono. Bisogna puntare a un riequilibrio basato sul rapporto tra domanda e offerta di lavoro. E non si può più eludere un punto centrale: la costruzione di un nuovo welfare e non solo nel Sud.”

L’autonomia regionale differenziata, tanto voluta da Calderoli ma frenata da Meloni, fa male al Sud immaginato dallo stesso Draghi con i fondi Pnrr al Mezzogiorno?

“Quel disegno di legge è fragile sotto il profilo degli interlocutori istituzionali, ma il Sud e anche l’opposizione, non può dire soltanto no, deve saper proporre delle alternative. Tra un centralismo basato su un governo delle leggi e la debolezza delle periferie, c’è forse bisogno di corpi intermedi, a volte mi chiedo se lo fossero le province: in ogni caso ricomporre un tessuto istituzionale”.

Il partito di Giorgia Meloni, che il direttore Roberto Napoletano ha definito “Destra del centro”, meno sovranista e populista e più moderato, potrà diventare una formazione di stampo conservatore come già in molti Paesi europei?

“C’è da augurarselo anche per la stabilità stessa del sistema. Pensiamo al caso inglese, dove due poli puntano all’alternanza. Ma dove al contempo la integrità delle istituzioni è al riparo da qualunque spoil system. All’opposto Argentina e Brasile, dove uno schieramento tende ad annullare l’altro. Comunque è fondamentale l’ancoraggio alla Costituzione, ecco perché non vedo di buon occhio disegni di presidenzialismo: Argentina e Brasile lo sono, ma non mi pare siano molto avanti”.


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