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Rafer Johnson in una illustrazione di Roberto Melis

Tempo di lettura 4 Minuti

Kirk Douglas, l’attore, era furioso: non gli avevano dato la parte cui aspirava, quella di “Ben Hur”, il kolossal hollywoodiano destinato a 11 Oscar, compreso quello a Charlton Heston come attore protagonista. Douglas fu preso in considerazione dal regista William Wyler, che però lo vedeva come Messala, l’antagonista. Kirk rifiutò sdegnato e organizzò subito la vendetta: avrebbe prodotto e interpretato un altro kolossal, sempre ambientato nell’antica Roma, “Spartacus”.

Douglas, che dopo qualche traversia organizzativa ne affidò la regia a Stanley Kubrick, voleva essere in forma smagliante. Così andò tutti i giorni ad allenarsi nei migliori impianti sportivi, quelli dell’UCLA, in California.

Gli era preferito compagno di allenamento Rafer Johnson, decathleta, argento a Melbourne ’56 e recordman del mondo. Entrambi sognavano Roma, e ne chiacchieravano: Rafer di quella moderna, Kirk di quella antica. Raccontava a Johnson la trama del film, la rivolta degli schiavi eccetera eccetera. E anche di un personaggio che si chiamava Draba, un gladiatore etiope che rifiutò di uccidere Spartacus e per questo fu ucciso lui.

“Ti vedrei bene nella parte”, sorrise Douglas almanaccando su Weissmuller-Tarzan e tutti i campioni che erano passati ad Hollywood. “Ma io non facevo nemmeno le recite scolastiche” disse Johnson. Che però un pensierino cominciò a farcelo.

Chiese l’autorizzazione ai “bigotti del dilettantismo” sostenendo che “se uno fa una professione che non c’entra niente con lo sport, sempre dilettante rimane”. Gli risposero: “Ti chiamano solo perché sei un campione, perciò è sfruttamento dello sport: se lo fai sei squalificato”. Rafer preferì la Roma moderna a quella dei gladiatori e rinunciò.

Ma continuò ad allenarsi con Douglas. Portò bene a tutti e due: “Spartacus” vinse quattro Oscar, seppure non il “suo” da protagonista, Rafer Johnson vinse l’oro di Roma. L’aveva sognato fin da piccolo, da quando a 9 anni si era trasferito con la famiglia dal natio Texas in California, a Kingsburg, cittadina dove i Johnson erano gli unici neri, e nel distretto c’era soltanto un’altra famiglia di colore. Ma non per questo sentì crescere la rabbia razziale: lì era una comunità di immigrati svedesi, agricoltori, che non facevano caso alla pelle del vicino.

A 16 anni il suo allenatore portò Rafer spettatore ai trials per il ’52: vide competere e vincere Bob Mathias, oro di Londra ’48 e destinato al bis di Helsinki. Mathias lo affascinò, come la gara in prova multipla: “In molte di quelle, posso fare meglio di tutti” pensò e disse Johnson.

Con Rafer e Kirk Douglas si allenava anche Yang Chuang-Kwang, studente universitario di Taiwan. A lui poi riuscì di recitare in un film con Douglas, “Uomini e cobra”. Lui e Rafer erano entrambi decathleti, molto amici e molto rivali. A Roma ’60 dettero vita a una delle più memorabili competizioni mai offerte (né prima, né dopo) nel decathlon. Yang era più forte nei salti e nelle corse, Rafer nei lanci.

Tra il 5 e il 6 settembre, i due giorni delle 10 prove, 26 ore di gara, Rafer e Yang avevano deciso di non rivolgersi né uno sguardo né una parola, il che fecero. Alla decima, i 1500 metri, Rafer era 67 punti avanti: doveva non farsi staccare di più di 10 secondi da Yang. L’americano aveva nella specialità un personale di 4:54.2, il taiwanese di 4:36. Elvin Ducky Drake, che allenava entrambi, dette le sue consegne. Disse a Rafer: “Stagli il più vicino che puoi, giocati lo sprint”; disse a Yang: “Prendi più vantaggio che puoi, tienilo lontano all’ultimo giro”. Yang vinse la prova: il suo 4:48.5 non gli bastò, l’americano corse in 4:49.7. Si guardarono, si parlarono, si abbracciarono.

Rafer non andò via da Roma solo con il titolo olimpico, ma anche con quello di primo alfiere nero nella storia a cinque cerchi degli Stati Uniti. Passò orgoglioso davanti alle autorità, la bandiera sventolante, l’asta dritta. Era tradizione (e poi legge votata dal Congresso nel 1942). La iniziò a Londra 1908 Ralph Rose che quando lo rimproverarono (timidamente, perché era alto 1,95 e pesava 115 chili e lanciava di tutto, peso, disco e martello, oltre ad essere uno dei tiratori di fune impegnato anche in questa disciplina quando era olimpica) si giustificò dicendo: la bandiera americana non s’inchina a nessuno, neppure a un re.

Tra il 5 e il 6 giugno 1968, mezzanotte passata da 10 minuti, Rafer Johnson, che s’era impegnato da volontario nella campagna per la nomination presidenziale di Robert Francis Kennedy, era in un corridoio sotterraneo che portava alle cucine dell’Hotel Ambassador di Los Angeles. Il senatore aveva appena tenuto nella sala da ballo il discorso della vittoria nelle primarie della California, snodo cruciale per ottenere la nomination.

Kennedy, trascinato per le spalle da Thane Eugene Cesar, addetto alla security dell’Hotel, stringeva tutte le mani che si tendevano verso di lui. Da dietro un carrello di vassoi sbucò Shiran Shiran, un 24enne palestinese di nazionalità giordana. Aveva in mano una pistola calibro 22: sparò tutti i colpi. Kennedy stramazzò a terra; Rafer, insieme con un altro occasionale bodyguard, l’ex giocatore di football americano Rosey Grier, placcarono lo sparatore e lo disarmarono.

Kennedy morì poco più di un’ora dopo all’Ospedale del Buon Samaritano. Rafer si allontanò verso casa: quando fece per togliersi la giacca, si accorse di avere un peso in tasca. Era la pistola calibro 22. La consegnò alla polizia. Shiran venne condannato a morte, pena commutata all’ergastolo.

Uno degli 11 figli di Bob Kennedy, Robert jr, condusse poi una personale indagine: riconobbe che Shiran avesse sparato, ma sostenne che il padre era stato ucciso da un colpo alla nuca, impossibile da davanti. Per lui l’assassino era stato Thane Eugene Cesar. Una misteriosa signora con un vestito a pois che lasciò la scena del delitto scappando per le scale dell’albergo fu inutilmente ricercata.

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