Piazza del Campidoglio, sede del comune di Roma

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C’è un patto non scritto per passare un colpo di spugna sui debiti pregressi accumulati dal Campidoglio facendoli pagare allo Stato e ottenere in cambio il via libera all’autonomia regionale differenziata.  Una riforma che sembrava essersi arenata.  E c’è un altro disegno, più a lungo termine, per scippare al Sud il vero oggetto del desiderio.  I finanziamenti regionalizzati dell’Istruzione: una torta che vale circa 32 miliardi di euro. Applicando una semplice clausola prevista nell’accordo tra il governo e le 3 regioni “autonomiste”, il quadro della spesa per abitante muterebbe mortificando il Mezzogiorno. Basterebbe calcolare il costo medio nazionale della scuola e non il costo del fabbisogno standard ed ecco che il Lazio passerebbe da 516 euro pro-capite a 493; la Campania da 671 a 648; la Puglia da 606 a 583; la Calabria da 710 a 687.  Per contro la Lombardia salirebbe da 463 a 537 e il Veneto da 483 a 537.  “Non credo ad una riforma che penalizzi il Sud e Roma ma questa è una ipotesi e non escludo che qualcuno potrebbe puntare a renderla possibile”, ammette Luigi Marattin, ex presidente della Commissione che fissa i criteri di calcolo dei fabbisogni standard dei comuni italiani.

Per la Lega è un cerchio che si chiude. Una promessa elettorale mantenuta: trattenere al Nord più soldi possibili. Per il M5S, se il disegno dovesse passare, un veto che cade. E cade dopo l’alt del ministero del Tesoro che finora ha respinto al mittente il tentativo di Lombardia e Veneto di trattenersi i decimali di Irpef e Irap raccolti in loco.

L’intesa con la Lombardia, firmata il 9 febbraio scorso dal presidente del Consiglio Conte e dal governatore Fontana prevede infatti che per quantificare le risorse si debba tener conto dei fabbisogni standard, “fatti salvi i Lep”, ovvero i livelli essenziali delle prestazioni. Ma decorsi tre anni dall’entrata in vigore dei decreti, qualora i fabbisogni non siano ancora adottati. l’ammontare delle risorse assegnate alla regione “non può essere inferiore al valore medio nazionale della spesa statale per l’esercizio delle stesse”. Tradotto vuol dire più soldi al Nord e meno al Lazio e al Sud.  Ed ecco che il gioco è fatto.  

LA REGIA

Il regista del federalismo all’italiana è Giancarlo Giorgetti. Da ex sindaco di Cazzago Brabbia, 810 abitanti, ne ha fatta di strada: ora è sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Da dal 2013 al 2018, è stato presidente della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale. Un ruolo che il Carroccio non assegna a caso. Giorgetti è il vero motore dell’autonomia “rafforzata”. Lega e slega gli alleati, studia le strategie. Il filo con Roma è stato tessuto coinvolgendo Laura Castelli,  vice ministro all’Economia grillina e Gianni Lemmetti, assessore capitolino al Bilancio.  

ALGORITMI SBALLATI

Dieci anni fa, quando nel 2009 fu emanata la legge delega sul federalismo fiscale in attuazione degli articoli 117 e 119 della Costituzione, si pensava che la riforma avrebbe comunque comportato un trasferimento di risorse dal Nord più ricco al Sud più povero.  Calderoli, l’allora ministro alle Riforme, non fece l’errore di Bossi. Non andò al muro contro muro, anzi. Cercò la massima condivisione.  Ottenne in aula l’astensione del pd.  Con la definizione dei  fabbisogni standard sarebbe stata garantita una equa distribuzione delle risorse, promise. Ma l’algoritmo che in teoria dovrebbe misurare il livello necessario a erogare ai servizi non ha garantito un bel niente. Trasporti, scuolabus, asili nido, mense scolastiche, nel Sud sono da sempre in sofferenza o non ci sono proprio. Non solo per colpa di sprechi e cattiva amministrazione ma per mancanza assoluta di risorse. “Ci sono solo due modi per incrementarle – osserva, del resto. Andrea Filippetti, economista dell’Istituto di studi sui sistemi regionali e sulle autonomie –  rendere più efficienti i servizi erogati oggi dallo Stato o aumentare le tasse per finanziare servizi migliori. Nel primo caso occorre tempo,  il secondo caso male si accorda con le aspettative alimentate dal dibattito attuale”.

IL MACIGNO  

Ma torniamo al “patto su Roma”. Una norma inserita nel Decreto crescita libererà i romani da un macigno che pesa 12 miliardi di euro. Consentirà la chiusura della bad company che ha ingoiato tutti i rospi del passato e ipotecato presente e futuro della Città eterna esponendola ad una sorta di cedimento strutturale. Sancirà entro il 2021 la fine del commissariamento con l’impegno ad un abbassamento delle addizionali Irpef. Due argomenti utili a risollevare la tormentata gestione della sindaca Virginia Raggi.

Marco Causi, da ex assessore capitolino al Bilancio, ricorda bene la genesi del debito monstre che il governo Berlusconi-Bossi accollò al centrosinistra e che portò al commissariamento. Da parlamentare ha seguito come capogruppo dem i lavori della Bicamerale sul federalismo. Spiega:  “Roma ha una posizione unica rispetto al Nord e al Sud  Con questa riforma il Nord riceverà di più e dovrà dare di meno. Il Sud non riceverà e dunque non dovrà dare. Roma sarà l’unica a dover dare senza ricevere nulla”.  Roberto Morassut,  ex assessore e testimone di quei giorni, ora parlamentare, rafforza il concetto: “La Capitale fino al 2009 non ha mai avuto un debito pro-capite superiore a quello di altre città. Fu creato ad arte. E’ arrivata l’ora di calcolarlo in modo corretto. Anche perché da quel momento sono state introdotte misure che hanno danneggiato la città e la sua economia, aumentando la pressione fiscale e impoverendo famiglie e imprese”. 

430 MILIONI ADDIO

Far pagare allo Stato i debiti della Capitale? Che ne diranno i  leghisti?  Il boccone sarà più amaro er l’Urbe. Una Capitale depotenziata, svuotata delle risorse necessarie per svolgere con dignità il suo ruolo istituzionale ed ecumenico. Con l’incubo dei debiti.  Estinto il pregresso chi pagherà ad esempio i Boc con scadenza 2035? lo Stato?  

Ma piove sul bagnato. Un altro effetto del Federalismo sarà infatti la perdita per Roma di circa 430 milioni di euro all’anno di finanziamento, “senza vincolo di spesa”,un effetto della perequazione. Lo ha preannunciato  Vincenzo Atella, ad di Sose Spa, società partecipata per l’88% dal Mef e per il 12% dalla Banca d’Italia, nell’audizione presso la Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale. Sose Spa, partecipata per l’88% dal Mef e per il restante 12 dalla Banca d’Italia,  monitora poco meno di 7 mila comuni italiani. E’ strategica. Fuori dai confini nazionali è considerata un’eccellenza. La Lituania, per dire, se ne serve per attuare il suo federalismo. Altri Paesi dell’Est stanno per fare lo stesso. Solo da noi è in stand by.  Marattin, il presidente della Commissione tecnica fabbisogni standard, è scaduto da un po’ senza essere sostituito. Il lavoro di raccolta dati richiederà mesi e mesi. E ci sono nodi politici che vanno sciolti. Se non si farà in tempo scatterà la clausola, quella che lascerebbe i soldi dell’Istruzione al Nord. Già. Solo un caso?   

 

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