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Le università meridionali quando un docente va in pensione non possono permettersi di sostituirlo. Mentre altre, in gran parte atenei settentrionali, sono in grado invece di assumerne 3 per ogni docente che cessa il servizio. Nella Repubblica delle disuguaglianze succede questo.

La denuncia questa volta viene dall’alto, dal ministro per il Mezzogiorno Giuseppe Provenzano. Una analisi impietosa del decreto Miur che lo scorso 8 agosto ha assegnato i cosiddetti “punti organico” agli atenei italiani, ovvero la possibilità di assumere o promuovere professori in base ai criteri fissati in Viale Trastevere. «Non entro nelle competenze del ministero dell’Università ma ho già chiesto al Ministro Fioramonti di cambiare questo meccanismo ottuso. Ne conosco la sensibilità e sono sicuro che farà sua questa battaglia», è l’auspicio di Provenzano.

«Quella ripartizione – ha continuato il ministro, che ieri ha partecipato al Pandora rivista festival, a Bologna – non riesce a correggere le storture, si limita a rispecchiare la ricchezza dei territori, rafforzando i più forti e indebolendo i più deboli. Perciò vanno trovati meccanismi di compensazione o percorsi di monitoraggio e affiancamento».

IL SUICIDIO

Provenzano ha raccolto il grido di dolore lanciato poco prima dal direttore Svimez Luca Bianchi. Che in modo diretto e senza voler mistificare aveva detto chiaro e tondo le cose come stanno. E cioè che ai ricchi andranno più soldi e ai poveri sempre meno, («Per il Meridione avere università senza possibilità di reclutamento equivale ad un suicidio»).

Anche il ministro è andato giù duro: «Bisogna denunciare e combattere gli scandali nel reclutamento, baronie e familismi, penso da ultimo agli scandali dell’ateneo di Catania, ma continuando così il circolo vizioso si aggroviglia e risulta più difficile da sbrogliare. Se sistematicamente tutta un’area – l’area più fragile del Paese – risulta svantaggiata in un settore determinante per lo sviluppo, come possiamo invertire la rotta? Continuando a impoverire il capitale umano, ogni sforzo per lo sviluppo sarà vanificato. Il Sud ha invece dimostrato di poter reagire positivamente a politiche pubbliche disegnate con accortezza».

SICILIA – 100, LOMBARDIA + 3

Il ministro ha preso spunto da uno studio della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno in cui si è formato. Uno studio serio, ha detto Provenzano, che deve far riflettere. «Dal Sud emigrano anche le cattedre universitarie: secondo l’attuale modello di ripartizione delle risorse, la Sicilia perde 100 professori universitari l’anno mentre la Lombardia può assumere quasi 3 nuovi docenti per ogni pensionamento. È un circolo vizioso: meno insegnamenti ci sono, meno attrattive sono le università del Sud e più gli studenti meridionali andranno via; quelle università avranno minore capacità di fare buona ricerca e di attrarre finanziamenti d’eccellenza. In questo modo continueranno inevitabilmente ad avere di anno in anno meno risorse».

NUMERI DA SOTTOSVILUPPO

I dati parlano da soli. L’Italia ha un tasso di laureati (27%) inferiore alla maggior parte dei paesi Ocse, nonostante aliquote di ingresso più o meno in linea con altri paesi europei. Ma la vera patologia italiana sta nel Sud dove il tasso di giovani che escono dagli atenei con il classico pezzo di carta in mano raggiunge a stento il 15%. Inutile ricordare che nel Meridione il tasso di disoccupazione dei giovani laureati e circa 3 volte quello del Nord.
Da cosa dipende? Da un sistema universitario che ha visto salire negli ultimi anni il numero di abbandoni e ritardi nel percorso di studi e di laurea. Tradotto vuol dire emigrazione intellettuale verso il Nord, Fuga silenziosa che riguarda circa il 20% degli studenti meridionali che scelgono università del centronord. Nessuno stupore dunque se in piena coerenza con tutto questo domanda e offerta di lavoro qualificato nel Mezzogiorno continuino a ridursi.

A giorni verrà presentato il piano per il Sud ma il ministro non ha voluto fare anticipazioni. «L’investimento nelle infrastrutture sociali – ha concluso – deve essere una delle chiavi principali per ridurre il divario Nord-Sud in modo che ne benefici l’intero sistema Paese: strumenti ottusamente punitivi non sono certo la soluzione, bisogna tornare ad assicurare diritti e opportunità indipendentemente dal luogo e dalla famiglia in cui si ha la ventura di nascere». Come vuole appunto la Costituzione.

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