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Massimo Giletti, conduttore di Non è l'Arena su La7

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CHI LO conosce lo evita. Ma se proprio non ci riuscite e incappate nel suo programma fatelo proteggendovi, tipo mascherina, e comunque a vostro rischio e pericolo. Lui è Massimo Giletti, già da tempo caparbio testimone di sé stesso, ostinato Torquemada da salotto. Il suo programma si chiama “Non è L’Arena” e va in onda la domenica sera su La7, un clone rivisitato e corretto del vecchio format targato Rai. In questi giorni in cui le tv di casa si surriscaldano con facilità, anche lui, Giletti, è salito di qualche decibel. Il suo pezzo forte sono le “inchieste” sul Sud, un Sud che dipinge sempre allo stesso modo. Terra di malaffare, ‘ndrangheta, camorra, mafia. Insomma, tutte queste cose che sappiamo benissimo anche da soli e che vorremmo estirpare sia nel Mezzogiorno che altrove.

Più le immagini si fanno crude, più la sua espressione rivela sofferenza, patimento. E sì, il Sud gli procura un consumo di succhi gastrici sempre molto elevato. Anche in queste ore drammatiche in cui Il Nord, compreso il suo Piemonte, gli offrirebbe materiale in abbondanza, Giletti si esibisce nella specialità della casa. Puntare i riflettori sul Mezzogiorno. Prima mette le mani avanti, «lo faccio con lo spirito di chi fa servizio pubblico». Un talk style alla Funari ma senza le sue battute tranchant: l’indice puntato, la giustizia sommaria che si compie in favore di telecamera, capo d’accusa, sentenza, condanna per direttissima. Un metodo intriso di grillo-leghismo che lasciò perplessi anche i vertici di viale Mazzini, che infatti lo fecero fuori.

Uno che tratta più o meno tutti con il bazooka, Giletti. Non se la prenderà dunque se per una volta gli ricambiamo il trattamento. Non dopo aver chiarito, però, qualora ve ne fosse bisogno, che noi, più di lui, abbiamo in grande considerazione il procuratore della Repubblica, Nicola Gratteri. Ma sappiamo anche che il patto di sangue della criminalità organizzata da tempo ha stretto vincoli ovunque. Che la versione stracciona, casereccia, da fenomeno tipico dell’arretratezza e della monocultura da faida, è una narrazione che non sta più in piedi. I continui arresti di camorristi e mafiosi in Lombardia, Piemonte, Veneto, e di recente anche in Val d’Aosta, descrivono qualcosa di molto più ampio e tentacolare del vecchio focolaio e della scoppola.

Ma torniamo al suo programma tv. Eccolo allora mostrarci, come se fosse il video del secolo, le immagini dell’Umberto I, a Mottola, una struttura post Codiv-19 in provincia di Taranto. Per i giornalisti locali, cioè per chi conosce tutta la storia dell’ospedale, è un evergreen. Un’opera compiuta a metà, finanziamenti a singhiozzo, lungaggini, etc., etc., un dejà vu. Risultato: corridoi deserti, reparti vuoti, fili che pendono dalle pareti. In tempi in cui nella Bergamasca e nel Bresciano si allestiscono tende all’esterno degli ospedali è un pugno allo stomaco. Da qui l’indignazione degli ospiti della trasmissione, e tra questi del vice e ministro alla Sanità Pierpaolo Sileri che si limita ad annuire. Prima ancora del servizio sull’ospedale di Mottola era andata in onda un’intervista al sindaco di Messina, Cateno De Luca, entrato in rotta di collisione con il ministro dell’Interno Lamorgese per aver cercato di bloccare lo sbarco dai traghetti sullo Stretto. Ma lo sguardo sul Mezzogiorno resta lo stesso, idem per i veri o presunti assenteisti di Crotone.

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Cosa avrebbe fatto il servizio pubblico, caro a Giletti? Per fare informazione e non disinformatio, si poteva forse ricordare in che modo il Sud è stato ridotto: investimenti passati da 3,4 miliardi del 2010 a 1,4 del 2017, un terzo delle risorse destinate al Nord. Con gli stessi tagli in Lombardia o in Veneto immaginate che le cose sarebbero andate diversamente? Altro che Mottola! Si poteva ricordare che il maggior contributo al deficit sanitario, fonte Corte dei conti, viene da Piemonte, Liguria e Toscana. Qualcuno insomma dica a Giletti, e a beneficio di chi facendo zapping, finisse su quelle frequenze, che gli investimenti pubblici in sanità hanno creato squilibri e disuguaglianza forse ormai irrecuperabili. La spesa per ogni cittadino calabrese è pari a 15,9 euro pro-capite. In Emilia-Romagna è di 89,4 euro. Lombardia 40,8; Veneto 61,3; Marche 48,8%; Umbria 34,9; Valle d’Aosta 89,4, Bolzano 183,8, Trento 116,2, Liguria 43,9 e Piemonte,44,1. Tre volte la Calabria, il doppio della Campania, 22,6 e del Lazio.

Si fa a cambio? No. Lo scandalo sono i 28 traghettati da Villa San Giovanni a Messina. Possibili untori. Ma non si parla dei 4,5 milioni di persone che secondo il governatore della Lombardia, Attilio Fontana dal 10 marzo, giorno del primo decreto, si sarebbero diretti al Sud e in altre zone del Paese. Magari si poteva ricordare che a Catanzaro è stato trasportato dal Nord un paziente in terapia intensiva. E che la stessa cosa è avvenuta in Molise. Che 550 sanitari sono partiti per il fronte. Che nonostante la disparità di dotazioni tra regioni Puglia e Calabria hanno lasciato la porta aperta. Che la mobilità in uscita degli ammalati oncologici del Sud è diventata l’unica possibilità di farsi operare in tempi più o meno rapidi e che ora, data l’emergenza, chi ha il cancro se lo tiene. Il graduale depotenziamento ha messo alle corde il sistema sanitario pubblico del Mezzogiorno.

Vogliamo dirlo, caro Giletti? Certo, è difficile. Specie se gli ospiti sono il leader del Carroccio Matteo Salvini. O Vittorio Sgarbi, un critico d’arte di valore che si accapiglia con un virologo. O la sua ex Alessandra Moretti e Flavio Briatore, collegato dal suo resort a Malindi. Quando si dice un servizio pubblico senza frontiere.


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