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Tocca a Lei gestire il Progetto Paese perché i singoli ministeri non hanno la forza per sottrarsi alla burocrazia e non hanno la visione di insieme che può avere solo la Presidenza del Consiglio. Chiami a raccolta l’economia: convochi le società a capitale pubblico di mercato, il meglio delle piccole e medie imprese private. Faccia proprie due opzioni strategiche: per il Sud fiscalità di vantaggio e vincolo di investimenti pubblici al 40%

Presidente Conte, ci rivolgiamo direttamente a Lei perché ne conosciamo la sensibilità e contiamo sulla sua indipendenza. L’Italia ha bisogno di un progetto Paese fatto di cose che si possono vedere e toccare, ma che eviti l’arrembaggio del solito marchettificio italiano sulla nuova cassa europea. Questo progetto di medio termine non deve essere gestito dal ministero dell’Economia né dal ministero dello Sviluppo né da altri singoli ministri o ministeri. Non ci può essere in questo o quel dicastero la visione di insieme che solo la Presidenza del Consiglio può avere per coordinare e indirizzare le scelte strategiche e incidere in profondità su una macchina pubblica che deve cambiare testa, braccia, piedi per mobilitare non ostacolare investimenti pubblici e privati. Per costruire il futuro e ridare una patria al nostro talento giovanile non per continuare a farlo fuggire a gambe levate.

Non hanno i singoli ministri la forza politica per sottrarsi alla presa di una burocrazia arrogante che non ha competenze (di peggio c’è solo la burocrazia regionale), che non ha cultura industriale, non ha analisti finanziari, non ha ingegneri, non ha niente. Sa solo scrivere leggi infinite che bloccano tutto. Se un investitore internazionale passasse dieci minuti in una di queste riunioni ministeriali al Tesoro della Repubblica scapperebbe dall’Italia e non ci tornerebbe più.

Tocca a Lei Presidente Conte prendere l’iniziativa in casa e in Europa, agendo in stretto collegamento con le forze della sua coalizione di governo e avviando un dialogo non di facciata con le forze dell’opposizione. Deve chiamare a raccolta l’economia italiana e deve farlo da uomo libero, che non si presenta con il cappello in mano, davanti a questa o quella lobby più o meno decaduta. Convochi le società a capitale pubblico di mercato che sono il credito internazionale di questo Paese di cui il suo Governo, tramite Cdp e Tesoro, è azionista di riferimento. Affronti con loro la questione industriale globale, il posizionamento strategico dello Stato imprenditore italiano, e la grande questione infrastrutturale del Paese che è la riunificazione digitale, ferroviaria, stradale, scolastica, sanitaria delle due Italie. Convochi il meglio delle piccole e medie imprese private che fanno innovazione di qualità ogni giorno, che sono la bandiera mondiale dell’Italia nella meccanica di precisione e, allo stesso tempo, il partner strategico della manifattura di base tedesca.

Avrà qualche difficoltà a convocare la grande impresa privata perché dallo stato di famiglia del capitalismo italiano sono sparite la Montedison e la Olivetti, Lucchini non ha avuto eredi all’altezza, la Italcementi è diventata tedesca, molte, troppe si sono dileguate, ma i Barilla, i Ferrero, gli Armani e i Prada, i big del farmaceutico e del biomedicale e il lato italiano di Fca-Psa ci sono ancora. Riunisca gli uomini chiave del turismo, del commercio, dell’artigianato e di chi ha la responsabilità dei servizi, a partire dall’Alitalia ricapitalizzata, perché anche un progetto (vero) sulla bellezza del Paese nel mondo, che è un punto fondamentale, lo aspettiamo da decenni. Ponga a tutti e faccia proprie due opzioni strategiche trasversali che avrebbero di sicuro il gradimento di Bruxelles e consentirebbero agli unici due territori europei rimasti prima del Coronavirus sotto i livelli pre-Crisi del 2007, il Nord e il Sud dell’Italia, di rivitalizzare la domanda interna e di rialzare la testa nel mondo: vincolo di investimenti pubblici al 40% e fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno. Entri nel merito delle questioni e le svisceri una a una in un pubblico confronto che non duri più di sette giorni con chi fa il prodotto interno lordo italiano, si confronti con le forze sociali, costringa maggioranza e opposizione a uscire dai riti della linea di fuoco della mediazione di comando che sono incompatibili con la polveriera sociale esplosa e una situazione di debolezza economica che non ha precedenti.

Questo Progetto Paese non può essere partorito nelle chiuse stanze dei singoli ministeri sotto il peso di una coltre di scartoffie accumulate da uomini che sembrano agire, soprattutto al Tesoro, a tentoni, non hanno una forma mentis sufficientemente ampia per fare tante cose e, quindi, ne mettono una sopra l’altra, fabbricano quasi senza accorgersene il solito castelletto della paralisi italiana. Bisogna tornare Presidente Conte allo spirito del dopoguerra quando intelligenza tecnica, riformismo cattolico e cultura laica riuscirono nel miracolo di trasformare un Paese agricolo di secondo livello prima in un’economia industrializzata poi in una potenza economica mondiale. In quegli anni l’intelligenza tecnica dei Menichella e dei Pescatore, il governatore della Banca d’Italia e il magistrato irpino, che vollero la Cassa delle opere e misero il riequilibrio territoriale al primo posto, regalarono all’Italia l’oscar mondiale delle monete con la lira e la copertina dell’Economist per la lepre italiana che era la sua macchina pubblica di trecento ingegneri sempre prima nell’utilizzo dei fondi comunitari.

A questa scuola appartiene la relazione del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che non è un programma politico, che non si sostituisce alla politica come dice chi fabbrica notizie inventando riunioni e facendo le solite errate elucubrazioni, ma è il programma serio di chi ha la credibilità per dare il suo contributo, conosce e rispetta le regole delle istituzioni italiane e europee, sa che cosa è il mercato. Sono idee per un progetto Paese compiuto che non vende illusioni e può consentire di prendere anche soldi privati in giro per il mondo. L’analisi di Visco è complicata, certo, ma le parole sono sentite, i richiami e gli avvisi non sono scritti nell’acqua. Chiedono alla politica di fare la politica. Quella politica italiana che Lei ha ben rappresentato in Europa e che ha nei 170 miliardi del Recovery Fund tra contributi a fondo perduto e prestiti trentennali tripla A che un Paese indebitato come il nostro può solo sognare, il risultato tangibile – ancorché ancora suscettibile di aggiustamenti – di un qualcosa di profondamente nuovo che riguarda l’Europa e l’Italia insieme. Presidente Conte, non Le daranno tregua perché chi è in politica da una vita non può accettare che tocchi a Lei e non a loro di gestire questa cassa. Loro tornerebbero a fare marchette, Lei si ricordi della coerenza meridionalista di De Gasperi e la persegua con determinazione aprendo e chiudendo in prima persona il capitolo economia, ascoltando chi fa il Pil italiano e confrontandosi lealmente con le forze politiche di maggioranza e di opposizione. Vedrà che la seguiranno perché l’Italia è una cosa troppo seria e vive un momento troppo complicato per consentire alla politica politicante di continuare a vivere di giochetti. Se si accorge che prevale il masochismo diffuso, recuperi la sua libertà. Noi ci auguriamo l’esatto contrario.

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