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LA mensa scolastica, nel Mezzogiorno questa sconosciuta, un “lusso” neanche fosse un ristorante stellato. Ci volevano Bruxelles e le risorse del Pnrr per offrire ai bimbi e alle famiglie del Sud un servizio che nel regioni del Nord e in parte del Centro Italia c’è sempre stato o esiste da anni. Ma se tutto andrà come deve andare e non si disperderà al vento questa grande occasione, finalmente ci saranno 138mila posti da apparecchiare.

Oricon (Osservatorio ristorazione collettiva e nutrizione) ha analizzato gli investimenti previsti dal Pnrr sulla scuola per provare a stimare quali impatti avrebbero su fenomeni come disuguaglianze, dispersione scolastica, povertà educativa e alimentare e per colmare il gap di servizi esistente tra Nord e Sud, oltre agli impatti diretti e indiretti sull’occupazione.

Si parte da una situazione disastrosa e da un Paese spaccato a metà: si pensi che su circa 40mila edifici scolastici solo 10mila hanno una mensa e il 44% dei bambini della scuola primaria non usufruisce di questo servizio.

MILLE EDIFICI DA RISTRUTTURARE

Secondo le proiezioni dell’Osservatorio, le misure per la scuola messe in campo dal Pnrr consentirebbero a 164mila bambini di passare dal tempo normale a quello pieno, con l’opportunità di fruire del servizio mensa. Di questi, come si diceva, 138mila sono scolaretti che vivono nelle regioni del Sud, piccoli alunni che alla fine delle lezioni tornano a casa. Un’occasione in meno per socializzare, una forma assurda di discriminazione che il Sud continua a subire.

Quattrocento milioni di euro serviranno per la costruzione e riqualificazione degli spazi dedicati alla mensa di 1.000 edifici scolastici, investimenti che saranno distribuiti per i tre quarti nelle Regioni del Mezzogiorno e per il restante nelle Regioni del Nord-Ovest.

Con un impatto occupazionale diretto che si traduce in 10mila nuovi dipendenti nella ristorazione collettiva e 34mila nuovi educatori, e indiretto, ovvero circa 14mila genitori che potrebbero tornare alla ricerca attiva di lavoro. In un settore dove il 90% di occupati è costituito da donne, avrebbe effetti balsamici. È il caso di ricordare, a questo proposito, che nel Mezzogiorno il tasso di donne-mamme occupate e con un regolare contratto di lavoro è inferiore di 16 punti percentuali rispetto alle donne che non hanno figli. Per l’esattezza 36,7% contro 52,4%. L’Ispettorato del lavoro ci ricorda, a questo riguardo, che su 52mila dimissioni nel 50% dei casi (26mila genitori), la motivazione sta proprio nella difficoltà di conciliare impegni di lavoro e cura dei figli.

Se qualcuno pensa, insomma, che la mensa scolastica sia soltanto un elemento accessorio, un benefit, si sbaglia. Sia per le ripercussioni educative, sia per i riflessi occupazionali: nel solo Mezzogiorno per cucine e refettori servirebbero 3.800 addetti. E scusate se è poco.

MENSE DIRITTO NEGATO

I soldi da investire ci sono ma potrebbero comunque essere insufficienti. Dalle elaborazioni di Oricon, infatti, emerge che «a regime la quota di alunni con orario a tempo pieno si manterrebbe ancora abbondantemente sotto il 50%».

Carlo Scarsciotti è il presidente dell’Osservatorio Oricon: «Il Pnrr – dice – rappresenta un’occasione importante non solo per rilanciare la crescita del Paese, ma anche per ridurre le disuguaglianze che riguardano le nuove generazioni. Investire sulla formazione scolastica e umana sin dalla prima infanzia è importante, ma è il momento di fare di più per colmare le disuguaglianze attualmente esistenti tra diverse aree geografiche del Paese. Scuola e mensa rappresentano un diritto e un’opportunità ai quali devono poter accedere tutti i bambini, senza discriminazioni».

Tecnicamente si definisce «accessibilità ai servizi educativi per l’infanzia». Fotografa in modo plastico il quadro di disparità: «L’Italia – continua Oricon – con 27 posti ogni 100 bambini, si pone al di sotto dell’obiettivo fissato in sede europea di 33 posti ogni 100 bambini tra zero e due anni. Media che si abbassa ulteriormente in alcune aree del Paese: in Campania appena il 10% dei bambini ha accesso al nido e agli altri servizi, mentre in Toscana ed Emilia-Romagna si supera abbondantemente il 35% arrivando a sfiorare il 40% in Umbria (in Lombardia il range è compreso tra il 21% di Sondrio e il 36% di Milano). Se poi ci focalizziamo sul tempo pieno nella scuola primaria, vediamo che solo poco più di un terzo degli alunni (37%) in Italia vi accede».

TEMPO PIENO NELLE PRIMARIE

«Anche in questo caso – prosegue Oricon – le differenze tra Centro-Nord e Sud sono sensibili: se un bambino milanese può contare nel 90% dei casi su 40 ore di scuola settimanali, in Sicilia la stessa percentuale di alunni deve accontentarsi di sole 27 ore. A conti fatti, nell’arco dell’intero ciclo di scuola primaria, queste disparità si traducono in un anno di scuola in meno tra studenti del Nord e quelli Sud. Oricon ha simulato quale potrebbe essere l’assegnazione dei posti a livello regionale. Secondo l’elaborazione, delle nuove assegnazioni beneficerebbero in maniera massiccia le Regioni del Sud e quelle insulari a cui andrebbe il 60% dei posti totali, i 138mila appunto cui si accennava all’inizio. Uno squilibrio necessario a compensare il divario territoriale di partenza nella presenza dei servizi».

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza pone l’attenzione sul tema della dispersione scolastica che riguarda in misura rilevante le aree periferiche delle grandi città, talvolta caratterizzate dal degrado e dalla mancanza di servizi adeguati, con un’incidenza maggiore nei ragazzi piuttosto che nelle ragazze.

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