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Su Prime la trasposizione del romanzo creato da Justin Haythe su Caterina de Medici: The Serpent Queen protagonista dei nostri Percorsi seriali
C’è una serie su cui puntare gli occhi se si può. Si tratta di The Serpent Queen, reperibile sulla piattaforma MGM+ e da Prime Video. Capisco che possa essere complicato, ma ne può valere la pena soprattutto se si amano gli adattamenti storici ed in costume. Trasposizione del romanzo “Catherine de Medici: Renaissance Queen of France”, la serie creata da Justin Haythe racconta la vita di Caterina de’ Medici. Dopo una prima stagione incentrata sulla sua ascesa, la seconda – composta da otto episodi – si focalizza sul mantenimento del potere di Caterina nella Francia travagliata del XVI secolo. The Serpent Queen si apre nel 1572, con Caterina de’ Medici (Samantha Morton) costretta a cedere formalmente il potere al figlio Carlo IX (Bill Milner), ormai maggiorenne.
Tuttavia, la regina madre rifiuta di abbandonare la scena politica: mentre la Francia è lacerata da tensioni religiose tra cattolici e protestanti, Caterina trama per mantenere il controllo attraverso intrighi, veleni e alleanze tossiche. La stagione esplora il conflitto tra la sua sete di potere e il desiderio di proteggere una dinastia sempre più fragile, minacciata dai fanatici religiosi Guise (Ray Panthaki, Raza Jaffrey), dagli opportunisti Borbone (Danny Kirrane) e da una misteriosa profetessa popolare, Edith (Isobel Jesper Jones).
PERCORSI SERIALI, IN THE SERPENT QUEEN L’INTRODUZIONE DI DUE PERSONAGGI CHIAVE
La stagione si distingue per l’introduzione di due personaggi chiave che costruisce un triangolo di donne al potere: Elisabetta I d’Inghilterra (Minnie Driver) – e non è poco – che appare come antagonista politico, decisa a sfruttare le divisioni religiose francesi per consolidare il proprio potere. Driver la interpreta con una “deliziosa malvagità“, trasformando i dialoghi con Caterina in duelli verbali carichi di sarcasmo e tensione creativa. Oltre la queen inglese c’è Edith (Isobel Jesper Jones), una mistica protestante che incarna la minaccia del populismo religioso. La sua presenza permette alla serie di esplorare il tema della fede come arma di ribellione, contrapposta al cinismo calcolatore di Caterina.
Morton continua a dominare la scena con un’interpretazione sfaccettata che rende sempre magnificamente la complessità di una antieroina. L’attrice incarna una figura fatta di molteplici volti: madre ansiosa, regina feroce, stratega spietata, narratrice consapevole di sé. Ampia la gamma emotiva e la profondità psicologica esplorata, che colpisce come un serpente che sussurra dal cuore della corte francese. C’è il lato umano che ci mostra Caterina vulnerabile, tormentata da incubi premonitori (un richiamo alle sue presunte doti psichiche) e dal lutto per quattro figli morti.
Successivamente c’è il lato predatorio, che mostra la sua freddezza strategica emerge in momenti come l’avvelenamento di un nemico o la manipolazione del figlio Carlo, ritratto come un sovrano immaturo e influenzabile. Infine, il conflitto materno e qui la serie approfondisce il rapporto tossico con i figli, evidenziando come le sue scelte politiche li espongano a pericoli mortali, in nome della “ragion di Stato.” L’elemento narrativo distintivo è la rottura della quarta parete: Caterina si rivolge direttamente allo spettatore, con commenti pungenti e auto-ironici.
DALLA PROTAGONISTA IL RACCONTO DI MOLTI PERSONAGGI
Tuttavia, secondo alcuni, questa stagione espande il racconto a una molteplicità di personaggi, perdendo in parte la centralità della protagonista. Il viaggio temporale di un decennio, che conduce alla reggenza di Caterina sotto Carlo IX, allarga la platea drammatica ma rischia di creare dispersione narratologica, soprattutto quando si affrontano questioni religiose complesse. C’è una presenza molte forte di sottotrame rispetto alla prima stagione, che sicuramente alza l’hype ma smorza il focus sul personaggio principale, però è qualcosa che ci può anche stare nell’avanzamento della narrazione.
Il conflitto tra cattolici e ugonotti rimane il cuore pulsante della stagione, ma spesso il contesto storico risulta poco chiaro per chi non è avvezzo al periodo. Sappiamo che questo è un prodotto che non sarà ricordato per l’approfondimento e l’accuratezza storica, però c’è una forza narrativa impressa davvero notevole. Costumi e scenografie mantengono lo standard di qualità del genere “period drama”, con l’ulteriore tocco moderno degli anacronismi linguistici e delle modalità narrative. La ricostruzione barocca della corte si contrappone spesso a immagini dirette e dialoghi dal sapore contemporaneo. Una serie che sta spopolando anche fra critica e pubblico.
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Su Rotten Tomatoes, la seconda stagione conquista il 100% della critica: “firestorm of excellence” la definisce uno dei commentatori. Nonostante il finale aperto – con la carneficina ugonotta e l’anticipazione del futuro regno di Anjou – Starz ha deciso di cancellare la serie dopo due stagioni, affidando però uno spin-off a Minnie Driver nei panni di Elisabetta I. Concludendo la seconda stagione di The Serpent Queen è un’opera coraggiosa e ambiziosa. Le performance magistrali – soprattutto di Samantha Morton – e le battaglie di potere regalano momenti intensi e memorabili.
Tuttavia, la scelta di ampliare troppo la campagna drammatica porta inevitabilmente a qualche sbilanciamento: ritmo altalenante, sottotrama religiosa non sempre illuminante e personaggi secondari a volte monodimensionali. Il finale, tuttavia, azzera ogni dubbio: supera il disappunto per l’andamento lento iniziale e schiaccia con violenza e teatralità, lasciando il cuore in gola.
Per chi ama i drammi storici imbevuti di intrighi, sangue e psicologia, l’accoppiata Morton–Driver vale da sola l’intera stagione. Un’esperienza imperdibile che il formato spin-off su Elisabetta I ci regali ancora un po’ di veleno da corte.
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