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La serie evento targata FX “Alien: Earth” disponibile su Disney+ è la protagonista di Percorsi Seriali
“Alien: Earth” (nota in Italia come “Alien: Pianeta Terra“, un brutto titolo e va detto), è la serie evento targata FX ed ora disponibile su Disney+. Si tratta della prima incursione televisiva dell’amatissimo franchise horror-fantascientifico iniziato da Ridley Scott nel 1979. Affidata alla visione di Noah Hawley, showrunner acclamato per serie come “Fargo” e “Legion“, la serie è riuscita nel non facile compito di rinvigorire la saga, trasferendo per la prima volta l’azione sul nostro pianeta in un prequel ambientato nel 2120, due anni prima degli eventi del film originale di Ridley Scott. Con un debutto che l’ha portata a diventare la serie numero uno su Disney+ e Hulu, “Alien: Earth” si conferma come una delle produzioni più discusse e ambiziose dell’anno. Poteva essere altrimenti? Non crediamo proprio.
PERCORSI SERIALI, “ALIEN: EARTH”: LA TRAMA
La serie si apre con lo schianto della nave spaziale di ricerca USCSS Maginot (nome non casuale ad evocare la linea di confine costruita dalla Francia verso la Germania) nei pressi di Prodigy City, una megalopoli controllata da una delle cinque potenti corporazioni che dominano la Terra. La Maginot, di proprietà della Weyland-Yutani, stava rientrando da una missione di 65 anni nello spazio profondo, con un carico letale a bordo: cinque campioni extraterrestri, tra cui il famigerato Xenomorfo.
A investigare sull’incidente viene inviato un gruppo eterogeneo di ibridi, esseri sintetici dotati di coscienza umana. Il fulcro narrativo è Wendy (Sydney Chandler), un prototipo rivoluzionario in cui è stata riversata la coscienza di una ragazzina di 12 anni malata terminale. Wendy, insieme agli altri “Ragazzi Perduti” (i cui nomi, come Slightly e Tootles, rivelano la forte influenza di “Peter Pan” di Barrie), si ritrova così ad affrontare la minaccia aliena, in uno scontro che vede le corporation giocare una guerra fredda fra corporation, vista la totale decadenza degli stati-nazioni, con armi biologiche.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è la sua capacità di alternare momenti di puro terrore a profonde riflessioni filosofiche. Hawley non fa semplicemente fan service, ma opera un “remix autoriale” che attualizza i temi portanti della saga. Il centro della narrazione non è più solo “cosa ci farà il mostro“, ma “cosa siamo disposti a farci l’un l’altro per un dividendo, un brevetto, l’immortalità.” Domande spesso ignorate ma diventano centrali in un’epoca dominata dal modello del post-capitale. La serie esplora il concetto di umanità attraverso gli ibridi, sollevando interrogativi inquietanti sull’etica della scienza e sul futuro dell’evoluzione. Siamo di fronte ad una sorta di “moral horror” – la mostruosità dell’avidità umana – che si posiziona così su uno strato più profondo del consueto “body horror.”
SYDNEY CHANDLER LA RIVELAZIONE
Sydney Chandler è una rivelazione nel ruolo di Wendy, riuscendo a trasmettere una vulnerabilità infantile unita a una determinazione sovrumana, senza mai scimmiottare il mito di Ellen Ripley. Notevole anche Timothy Olyphant nel ruolo del sintetico Kirsh, che offre un’interessante variazione sul tema degli androidi della saga, con uno stoicismo tagliente e sarcastico. Dal punto di vista visivo, la serie è un gioiello di produzione, con un allure visivo molto fine ‘70 ed inizio anni ‘80.
I set, le astronavi e gli ambienti urbani hanno un’estetica retro-futurista che omaggia il film del ‘79, arricchita da una grammatica visiva audace che include l’effetto bokeh e inquadrature inclinate per restituire l’oscillazione tra sogno e incubo.
La scelta di utilizzare effetti pratici, animatronic e pupazzi per lo Xenomorfo e le nuove creature dona peso e visceralità all’orrore, in netto contrasto con l’eccessivo ricorso al CGI di altre produzioni. Nonostante l’ambizione, “Alien: Earth” non è però esente da difetti. Alcuni contestano l’approccio “slow-burn” che rischia di sospendere eccessivamente la tensione narrativa, però potrebbe anche essere un’azione voluta per rimarca l’appartenenza non solo estetica al periodo del film originario.
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Alcuni hanno trovato la serie troppo incentrata sul dramma aziendale a discapito dell’orrore claustrofobico originale, con personaggi che a volte paiono più “infastiditi” che genuinamente terrorizzati dalla minaccia aliena e questo potrebbe essere sempre l’aver posto il focus su una questione morale piuttosto che sul body horror. “Alien: Earth” a nostro avviso è, però, una serie coraggiosa e per lo più riuscita, quindi una scommessa vinta. Hawley ha compiuto un’operazione rischiosa: espandere la “lore”, cioè l’insieme delle esperienze e delle tradizioni, del franchise, uno dei più amati della sci-fi cinematografica, introducendo nuovi tipi di creature e un bestiario inedito (come “L’Occhio“, un essere tentacolare che parassita le orbite), e al tempo stesso mantenere intatta l’essenza della saga.
In conclusione, “Alien: Earth” non è perfetta, ma la sua ambizione, la profondità dei temi trattati e la cura visiva la rendono la più convincente espansione dell’universo di Alien da molti anni a questa parte, anche rispetto ad alcuni episodi realizzati per il grande schermo. Se il franchise vuole sopravvivere, ha bisogno proprio di questo tipo di scommesse audaci che, pur non piacendo a tutti, dimostrano che lo Xenomorfo può ancora essere uno specchio potentissimo per riflettere le paure del nostro tempo. La serie è già definita da alcuni critici “il miglior capitolo della saga dal 1986”, e sebbene il giudizio del pubblico sia più diviso, il suo valore nel rinnovare un’icona senza tradirla è innegabile.
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