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Can Yaman nei panni di Sandokan in "Sandokan"

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Un’operazione ambiziosa il nuovo “Sandokan”, che porta con sé il peso di una reinvenzione culturale e letteraria trasmessa su Raiuno.


Nell’era delle grandi produzioni internazionali, Raiuno tenta l’impresa di riportare in vita uno dei personaggi più significativi della letteratura d’avventura italiana: Sandokan, la Tigre della Malesia creata dalla penna visionaria di Emilio Salgari. Un’operazione ambiziosa, che porta con sé il peso di un’eredità culturale importante e il confronto inevitabile con la celebre versione del 1976 con Kabir Bedi, impressa nella memoria collettiva di intere generazioni. Però non è mio interesse indagare sul lavoro precedente che fa parte dell’immaginario degli italiani, piuttosto sul rapporto con l’originale salgariana ed evidenziare come è stato fatto l’adattamento.

Proprio qui, infatti, sta la sfida più delicata. Gli sceneggiatori hanno dovuto confrontarsi con un dilemma creativo non da poco: restare fedeli al romanzo ottocentesco o attualizzare la storia per un pubblico contemporaneo? La soluzione adottata è un compromesso che non sempre convince pienamente. Da un lato, la serie mantiene gli elementi cardine della saga – l’epica lotta di Sandokan contro i colonizzatori britannici, la vendetta personale dopo la distruzione del suo regno, la storia d’amore impossibile con Lady Marianna, i compagni fedeli come Yanez de Gomera – dall’altro, introduce modifiche sostanziali che in alcuni momenti sembrano tradire e non poco sia lo spirito originale dell’opera, ma anche le sue potenzialità.

UNA LETTURA MENO MANICHEA DEL CONFLITTO SUL COLONIALISMO

La caratterizzazione dei personaggi risulta il punto più controverso. Il Sandokan televisivo appare meno eroico e più tormentato rispetto all’originale letterario, con un’enfasi sul dramma interiore che a tratti rallenta l’azione. È una scelta comprensibile nell’ottica di costruire un personaggio più sfaccettato e umano, ma rischia di diluire quella forza primordiale, quella rabbia vulcanica che rendeva la Tigre della Malesia così magnetica nelle pagine di Salgari. Particolare attenzione è stata dedicata alla relazione con Marianna, espansa e approfondita rispetto al testo originale.

Se da una parte questo permette di dare maggiore spessore al personaggio femminile, dall’altra la narrazione finisce per soffrire di un certo squilibrio. Le scene d’amore si moltiplicano, a volte a discapito del ritmo avventuroso che dovrebbe essere il cuore pulsante della storia. Salgari costruiva i suoi romanzi su un’alternanza serrata tra combattimenti, inseguimenti e momenti di tregua; qui invece l’introspezione romantica occupa spazi considerevoli, modificando sostanzialmente il tono complessivo.

Inoltre, questa scelta fa soffrire anche uno dei personaggi migliori dell’opera, cioè Yanez interpretato da Alessandro Preziosi. Il fedele amico portoghese, se ben caratterizzato è sottoutilizzato. Il suo rapporto fraterno con Sandokan, uno degli aspetti più riusciti della letteratura salgariana, viene accennato ma non sviluppato con la dovuta attenzione. Mancano quei dialoghi densi di complicità e ironia che rendevano il duo così memorabile. Un aspetto interessante dell’adattamento riguarda il tentativo di contestualizzare la vicenda rispetto alla sensibilità contemporanea sul colonialismo. La serie cerca di offrire una lettura meno manichea del conflitto tra colonizzatori e colonizzati, introducendo sfumature che in Salgari erano assenti o appena accennate.

“SANDOKAN”, UNA REINVENZIONE DEL MARE DELLA MALESIA SU RAIUNO

È un’operazione delicata: da un lato permette di evitare semplificazioni eccessive, dall’altro rischia di attenuare la forza dell’accusa anticolonialista che era uno dei motori narrativi dell’opera originale. Se la sceneggiatura presenta luci e ombre, è impossibile non rimanere conquistati dalla scelta delle location calabresi. Qui la produzione ha compiuto una scommessa vinta: trasformare il mare della Malesia nelle acque cristalline del Mediterraneo, le giungle tropicali nei paesaggi aspri e lussureggianti della Calabria.

La fotografia esalta questi scenari naturali, catturando le tonalità cangianti del mare calabrese, dall’azzurro intenso del mattino al blu profondo del tramonto.
La scelta degli attori riflette la volontà di internazionalizzare la produzione. Il nuovo Sandokan, porta con sé la fisicità di Can Yaman, statuaria ma meno capace di momenti di autentica intensità drammatica. Nei combattimenti dimostra credibilità atletica, anche se coreografie e regia non sempre riescono a restituire la ferocia che dovrebbe caratterizzare la Tigre in battaglia.
Il cast di supporto è variegato, con risultati alterni.

UNA REGIA CHE NON OSA

Alcuni personaggi secondari risultano ben costruiti e interpretati con efficacia, mentre altri appaiono più bidimensionali, sacrificati probabilmente dalle necessità di condensare una narrazione complessa in poche puntate. Sul piano tecnico, la serie dimostra un impegno produttivo considerevole. I costumi sono curati, le scenografie convincenti, gli effetti speciali discreti anche se a volte tradiscono il budget limitato rispetto agli standard delle produzioni internazionali.

La regia alterna momenti riusciti ad altri più convenzionali, senza mai osare davvero né sul piano stilistico né su quello narrativo. In definitiva, questo nuovo Sandokan rappresenta un tentativo rispettabile ma non pienamente riuscito di riportare Salgari sul piccolo schermo. L’adattamento si muove su un territorio incerto, diviso tra il rispetto per il materiale originale e il desiderio di modernizzazione, senza trovare sempre una sintesi convincente.

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