Fabrizio Gifuni nei panni di Enzo Tortora in "Portobello"
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Prima produzione originale italiana di HBO Max, “Portobello” è una miniserie che ripercorre il caso mediatico di uno dei conduttori televisivi più in voga negli anni ’80: Enzo Tortora.
C’È qualcosa di quasi paradossale nel fatto che la storia di un uomo distrutto dal circo mediatico arrivi oggi su una piattaforma streaming. Ma è proprio questa tensione tra il passato e il presente, tra la TV dell’era d’oro degli anni ‘80 e quella degli algoritmi a rendere Portobello uno dei titoli più urgenti e necessari della stagione televisiva. Importante anche perché è la prima produzione originale italiana di HBO Max, Portobello è una miniserie in sei episodi che ripercorre il caso Enzo Tortora: il conduttore più amato d’Italia, arrestato il 17 giugno 1983 con accuse infamanti di associazione camorristica e traffico di droga, basate sulle false testimonianze del pentito Giovanni Pandico, detto “O Pazzo.”
Un calvario durato anni, fatto di carcere, processi, condanna in primo grado e umiliazioni pubbliche, culminato nell’assoluzione definitiva del 1987, pochi mesi prima che un tumore lo portasse via a 59 anni, consumato nel corpo ma non nello spirito. Bisogna ricordare chi era Enzo Tortora nel 1982. Il suo programma, Portobello, il mercatino del venerdì sera, dove la gente comune portava oggetti, animali, talenti e storie, raggiunse fino a 28 milioni di spettatori. Numeri impensabili oggi, nell’era della frammentazione streaming, ma che allora facevano di Tortora qualcosa di più di un conduttore: un rito collettivo, un punto di riferimento affettivo per un’Italia che si ritrovava davanti al televisore come davanti a un falò.
IL MECCANISMO CULTURALE CHE MISE IN MOTO IL CASO
Quando arrivarono le manette, quella mattina del giugno 1983, l’Italia rimase senza fiato. E poi, invece di interrogarsi, si divise: una parte si schierò con la magistratura, un’altra gridò allo scandalo. La stampa, nella sua maggioranza, scelse il linciaggio. Titoli feroci, foto umilianti, processi paralleli sui giornali. L’uomo che aveva fatto sognare milioni di italiani diventò in pochi giorni il simbolo del doppio volto della celebrità: adorata e poi divorata. Pandico, il suo accusatore, era un personaggio disturbato, ossessionato dal programma, dal suo conduttore e da una fama che non aveva mai avuto nel crimine.
Le sue testimonianze erano un intreccio di menzogna e delirio, ma bastarono a mandare in carcere un innocente. Questo è il nucleo oscuro che la serie esplora senza sconti: non solo il caso giudiziario, ma il meccanismo culturale e morale che lo rese possibile. Marco Bellocchio arriva alla serialità televisiva a oltre ottant’anni portando con sé tutto il peso e tutta la libertà della sua carriera. Il suo è un cinema di potere e coscienza, di corpi istituzionali che schiacciano quelli individuali. Qui c’è la summa di queste ossessioni.
Non si tratta di una trasposizione cronachistica, né di un biopic celebrativo, ma di un atto d’accusa contro la “brava gente”, contro la buona moralità, contro una giustizia che si fa spettacolo, contro una televisione ed i media che ipnotizzano e poi condannano. La scelta stilistica più coraggiosa ed efficace è quella di mescolare il dramma processuale con elementi carnevaleschi.
Maschere, pappagalli, tarantelle, Pulcinella non sono folklore ma commento. Il circo non è metafora: è la realtà di quegli anni, dove il confine tra intrattenimento e gogna pubblica era già sottilissimo. Bellocchio lo mostra senza pietà, ma anche senza odio, con quella distanza glaciale che è sempre stata il suo stile.
“PORTOBELLO”, GIFUNI NEI PANNI DI ENZO TORTORA
Regia, montaggio e musiche sono un concentrato di bravura mai fine a se stessa. Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora con un’intensità che evita ogni forma di mimetismo. Lui abita l’uomo e il personaggio. La somiglianza fisica è ipnotica, ma è l’interiorità che stupisce. Tortora rivive, così, attraverso i silenzi, i gesti minimi, le pause, come il tabacco da fiuto annusato – e non la cocaina come qualcuno insinuava ed insinua – con gesto quasi rituale, lo sguardo perso nel buio di Poggioreale, la dignità ferita di un uomo che non si piega ma si consuma lentamente. È un’interpretazione che scava nell’uomo senza trasformarlo in santino, che ne mostra la fragilità senza tradirne la statura morale.
Lino Musella nei panni di Giovanni Pandico è l’opposto perfetto. Il suo personaggio è un vulcano di follia repressa, un uomo che ha trovato nella televisione e nell’ossessione per Tortora un senso che la vita non gli aveva dato. Una interpretazione senza semplificazioni che restituisce tutta l’inquietante umanità di un bugiardo che forse, in qualche strato profondo della sua psiche, credeva davvero alle proprie menzogne. È il tipo di performance che ruba le scene anche quando è ai margini dell’inquadratura. Tutto il cast, comunque, è di livello eccellente, compreso il cameo di Valeria Marini come Moira Orfei. La sceneggiatura intreccia i piani con intelligenza, senza mai perdere il filo principale.
UNA MINISERIE CHE PARLA AL PRESENTE
Ci sono la camorra post-terremoto dell’Irpinia, la stampa famelica di quegli anni, la televisione onnipotente che costruisce e distrugge miti. Tutto converge verso un ritratto dell’Italia degli anni ‘80 che è insieme specifico e universale. Bellocchio non semplifica, non assolve nessuno tranne Tortora, non offre facili consolazioni. Mostra i meccanismi, li lascia girare davanti agli occhi dello spettatore, e si fida della sua intelligenza.
Tra i dettagli più riusciti ci sono i centrini ricamati da Pandico in carcere, oggetti incongrui, quasi surreali, che depistano e al tempo stesso illuminano l’assurdità dell’intera vicenda. Un oggetto visivo che solo Bellocchio sa trasformare in emblema. Portobello non è nostalgia.
Non è nemmeno solo storia. È un monito che parla direttamente al presente. In un’epoca in cui un post sui social può demolire una reputazione nel giro di pochi istanti, in cui i processi si celebrano e si consumano sugli smartphone prima ancora che nelle aule di tribunale, dove l’ossessione circola e si autoalimenta sempre di più, la serie ricorda che la fretta giudiziaria e il linciaggio mediatico non sono patologie degli anni ‘80, ma meccanismi antropologici profondi, che si riproducono con strumenti diversi e una velocità sempre maggiore.
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