INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Ilaria Palomba, quale evoluzione poetica sente di aver compiuto in “Restituzione”?
- 2 La raccolta si presenta come un viaggio tra “dissoluzione e rinascita”. Quanto c’è di personale in questa discesa e risalita?
- 3 Lei definisce la parola poetica come “atto sacro” e “strumento di conoscenza”. Come si traduce questo concetto nella sua scrittura?
- 4 “Restituzione” è diviso in sette sezioni che seguono un percorso spirituale e psicologico. Come ha deciso l’ordine e la struttura?
- 5 Figure archetipiche come Iside, Inanna e Sophia compaiono nel libro. Ilaria Palomba, cosa rappresentano per lei questi miti, e come dialogano con la sua esperienza personale?
- 6 Il concetto di “catabasi e ascesi” ricorre spesso nella sua poesia. Come vive personalmente questo movimento tra abisso e luce?
- 7 La memoria e la dissolvenza sono due momenti cruciali del percorso poetico. Quanto la scrittura la aiuta a elaborare il trauma e la perdita?
- 8 Ilaria Palomba, in “Restituzione” il sogno e il mito hanno un ruolo centrale. Quanto la dimensione onirica influenza la Sua scrittura poetica?
- 9 Se dovesse scegliere un verso o un’immagine di “Restituzione” che rappresenta al meglio il senso della raccolta, quale sarebbe e perché?
- 10 Guardando al futuro, quali nuove strade o tematiche poetiche sente di voler esplorare?
“Restituzione” è la nuova raccolta poetica di Ilaria Palomba. Nella nostra intervista, l’autrice pugliese racconta il viaggio mistico e radicalmente umano che l’ha condotta alla scrittura di un testo che è insieme discesa e risalita, ferita e guarigione, perdita e rinascita.
Con “Restituzione” (Interno Libri), Ilaria Palomba firma una raccolta poetica che non chiede al lettore di essere semplicemente letta, ma attraversata. Un libro che segna una nuova e decisiva tappa nel percorso di un’autrice che ha fatto della scrittura un corpo a corpo con l’abisso. Dopo “Vuoto”, “Scisma” e “Purgatorio”, Palomba torna con un testo che è insieme discesa e risalita, ferita e guarigione, perdita e rinascita.
Il volume, impreziosito dalla prefazione di Gianpaolo G. Mastropasqua e dalla postfazione di Silvio Raffo, si muove come un rito iniziatico: una catabasi che scende nel cuore del dolore per trasformarsi in ascesi, in atto di restituzione alla vita. La voce poetica si fa oracolare, il verso diventa carne, la parola smette di essere ornamento per farsi necessità. Qui la poesia non consola: espone, scava. E proprio per questo illumina.
Strutturato come un poemetto in sette sezioni — Alluvione, Catabasi, Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica — il libro scandisce le tappe di una rinascita interiore. Dalla devastazione del trauma e della perdita, la voce attraversa l’ombra, accetta la dissoluzione dell’identità, per ritrovare una nuova forma dell’essere. È un viaggio insieme mistico e radicalmente umano, un passaggio tra dolore e consapevolezza che non elude la sofferenza ma la trasforma in conoscenza. Palomba intreccia mito e introspezione, convocando figure archetipiche come Iside, Inanna e Sophia. In “Restituzione”, il mito è struttura portante: è la chiave attraverso cui l’esperienza individuale si apre a una dimensione universale. Un atto di verità che restituisce senso all’esistenza proprio nel punto in cui sembrava smarrito. Per entrare nel cuore di questa raccolta poetica abbiamo intervistato Ilaria Palomba.
Ilaria Palomba, quale evoluzione poetica sente di aver compiuto in “Restituzione”?
«Un costante lavoro di scavo interiore e autoconoscenza, diverso dai precedenti, così come “Disturbi” era diverso da quelli della fase puramente narrativa. “Restituzione” non è autobiografico: è il poema della trilogia del disastro che va fuori dalla frattura interiore e incontra l’alterità».
La raccolta si presenta come un viaggio tra “dissoluzione e rinascita”. Quanto c’è di personale in questa discesa e risalita?
«Quando ho scritto “Restituzione” ero in Salento; se vi è qualcosa di personale, è solo la terra, la Puglia, il mare, e una ricerca che stavo facendo per la tesi di laurea magistrale su Simone Weil. Tutto il resto in quel libro è assolutamente impersonale. Gli stessi spettri della prima sezione sono costruzioni immaginifiche; forse qualcuno di essi, come zia Esther, richiama alcune figure della mia infanzia, ma vi è stata una traslazione letteraria. Impersonale è una terza persona; in “Restituzione” per me spessissimo una seconda persona: mi rivolgo con il tu ai poeti, ad Alejandra Pizarnik, a Marina Cvetaeva».
Lei definisce la parola poetica come “atto sacro” e “strumento di conoscenza”. Come si traduce questo concetto nella sua scrittura?
«Per me la parola è un sacrificio, o almeno finora lo è stata. “Vuoto” è stato un sacrificio integrale della mia vita per la letteratura. Tutto ciò che ho fatto dopo è un atto di ricostruzione. “Scisma” è testimonianza di uno spossessamento, “Purgatorio” è un romanzo oceanico sulla resistenza nel bordo tra vita e morte. “Restituzione” è quell’istante di estasi, durato un’estate. Qui il sacro e la mistica coincidono con la sottrazione, con la sparizione e con l’accettazione della realtà senza alcuna lotta».
“Restituzione” è diviso in sette sezioni che seguono un percorso spirituale e psicologico. Come ha deciso l’ordine e la struttura?
«Avevo deciso in realtà di iniziare da “Catabasi”. “Alluvione” nasce da un lavoro di molti anni prima. “Alluvione” e “Catabasi” sono nere. “Ascesi” è pregno della lettura de “L’ombra e la grazia”. “Memoria” è un’istantanea. “Restituzione” è la gioia dell’esserci. “Dissolvenza” è la sottrazione necessaria. “Mistica” è restare nel mondo senza alcuna battaglia».
Figure archetipiche come Iside, Inanna e Sophia compaiono nel libro. Ilaria Palomba, cosa rappresentano per lei questi miti, e come dialogano con la sua esperienza personale?
«Il libro è dedicato a Iside per un gioco di specchi. M’interessa il femminino sacro. Ricordo una lettura notturna: qualcuno mi lesse “Il tuono, la mente perfetta” e disse che quello era il mio potenziale».
Il concetto di “catabasi e ascesi” ricorre spesso nella sua poesia. Come vive personalmente questo movimento tra abisso e luce?
«Ho sempre vissuto nel bordo, nel sinthómo. La scrittura nasce dall’accesso all’underworld, ma non per ristagnarvi. All’ascesi non credo più. Mi piacerebbe scrivere un poema di pura gioia, ma non credo di esserne in grado ora».
La memoria e la dissolvenza sono due momenti cruciali del percorso poetico. Quanto la scrittura la aiuta a elaborare il trauma e la perdita?
«La scrittura ordina i vissuti. “Vuoto” è stata una lucidità devastante, “Disturbi di luminosità” un caosmos, “Scisma e Purgatorio” un’opera di dissezione. “Restituzione” è stato l’accesso a un frammento di eternità. L’opera della guarigione devo ancora scriverla».
Ilaria Palomba, in “Restituzione” il sogno e il mito hanno un ruolo centrale. Quanto la dimensione onirica influenza la Sua scrittura poetica?
«La dimensione onirica influenza tutta la mia scrittura. Il sogno è rivelatore e l’inconscio è collettivo».
Se dovesse scegliere un verso o un’immagine di “Restituzione” che rappresenta al meglio il senso della raccolta, quale sarebbe e perché?
«Notte, trovammo il cielo nei crepacci. Perché senza crepacci non vi sarebbe profondità dello sguardo».
Guardando al futuro, quali nuove strade o tematiche poetiche sente di voler esplorare?
«Mi piacerebbe scrivere in prosa non tanto l’estasi quanto la guarigione, ma sono ancora molto lontana da ciò».
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