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Strage di braccianti ad Amendolara, in Calabria, attività investigativa concentrata su Scanzano Jonico. Resta da chiarire il movente
Strage di Amendolara, i fermati restano muti dal gip. Si indaga anche in Basilicata. Sotto esame i rapporti di lavoro dei quattro immigrati uccisi in Calabria con un’azienda agricola di Scanzano. Se le immagini della videosorveglianza indicano i presunti autori materiali, restano da chiarire movente e contesto lavorativo. La svolta nelle indagini grazie al video che mostra l’orrore del rogo e alla testimonianza di un carabiniere forestale che aveva controllato il minivan sulla 106.
STRAGE DI AMENDOLARA, INCHIESTA SI ALLARGA ALLA BASILICATA
«L’episodio ricostruito in maniera compiuta in pochissime ore, quasi un arresto in flagranza. Indagini ci hanno consentito di raccogliere, con tutte le cautele del caso, gli indizi di reato. Ho apprezzato, e tutti dobbiamo farlo, l’ennesima pronta risposta dello Stato. Lo dobbiamo soprattutto alla gente del Sud» ha sottolineato il procuratore della Repubblica di Castrovillari Alessandro D’Alessio. «Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica», ha poi aggiunto.
Ieri il giudice per le indagini preliminari ha convalidato il fermo di Safeer Ahmed e Ali Raza, i 31enni afghani accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato per la strage dei 4 braccianti di Amendolara uccisi bruciati vivi all’interno di un minivan. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e il più grande Waseem Khan, 29, sono morti insieme. Con loro anche Amin Fazal Khogjani, 28 anni, e Safi Iayjad, 27.
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L’ESISTENZA DI UNA TERZA PERSONA COINVOLTA
Il gip, contestualmente, ha disposto la custodia cautelare nel carcere di Castrovillari dove i due si trovano da subito dopo il fermo disposto lunedì mattina dalla Procura di Castrovillari al termine di un lungo interrogatorio notturno. Potrebbero essere stati aiutati da un terzo soggetto gli indagati per l’omicidio dei quattro braccianti agricoli bruciati vivi lunedì scorso ad Amendolara. Dell’esistenza del terzo soggetto, secondo quanto si è appreso, ha parlato il superstite della strage, il 35enne afghano Mohammad Taj Alamyar, indicandolo come un amico dei due pakistani fermati dalla Polizia. L’uomo forse già rintracciato e sentito dagli investigatori.
LE INDAGINI
Già nella serata di lunedì, primo giugno 2026, dopo che nel tardo pomeriggio erano stati fermati Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni, infatti, gli agenti della Squadra mobile hanno sentito tutti gli amici e conoscenti dei due gruppi di afghani e pakistani di cui facevano parte le vittime e gli indagati. Tutto i componenti dei gruppi, compreso il superstite e un suo amico che non si trovava sul minivan il giorno della strage perché ammalato, sono stati poi trasferiti da Villapiana e Trebisacce e portati in un’altra località. Dietro quelle fiamme c’era un piano preciso, maturato all’interno di un sistema di sfruttamento che da anni accompagna il lavoro agricolo stagionale tra Calabria e Basilicata.
STRAGE DI AMENDOLARA, IL RACCONTO DEL SUPERSTITE
L’unico superstite, Mohammed Taj Alamyar, trentacinque anni, afghano, lo ha raccontato davanti alle telecamere: «Ci hanno attirati con una scusa per ucciderci». Gli investigatori non ritengono al momento che il superstite abbia avuto un ruolo nella dinamica dell’omicidio e continuano a cercare eventuali complici o figure di raccordo che possano aver favorito o coordinato l’azione. I quattro braccianti morti vivevano in una modesta abitazione nel centro di Villapiana, poco più a sud di Amendolara, su una collina dell’alta costa jonica calabrese, e ogni mattina andavano a lavorare in un’azienda agricola di Scanzano Jonico, in Basilicata, a una settantina di chilometri di distanza.
I BRACCIANTI LAVORAVANO A SCANZANO JONICO
Il viaggio durava almeno un’ora perché bisognava scendere a valle dal paese, imboccare la statale 106 per alcune decine di chilometri e poi prendere altre strade poderali per arrivare ai campi. Parallelamente, la Procura sta verificando i rapporti di lavoro dei braccianti e degli indagati nelle aziende agricole tra Scanzano Jonico e altre aree del Sud Italia, per chiarire se il gruppo fosse inserito in circuiti di intermediazione illecita o sfruttamento lavorativo. L’ipotesi degli inquirenti è che i due fermati possano essere stati caporali o intermediari, oppure braccianti a loro volta inseriti in un sistema più ampio di gestione della manodopera migrante nei campi.
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