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La manifestazione nazionale a Rosarno di Cgil (nella foto il segretario generale Guglielmo Epifani), Cisl e Uil per celebrare il Primo Maggio all’insegna non soltanto del lavoro, ma anche della legalità e della solidarietà è cominciata presto, prima delle nove, ed ha assunto subito i contorni di una festa. Nel corteo che si è mosso dalla Rognetta, l’ex fabbrica in cui fino a gennaio erano ospitati in condizioni disumane centinaia di immigrati africani e che oggi è stata smantellata, hanno fatto subito la loro comparsa due bande musicali e gli attivisti di un’associazione, I Giganti, che hanno sfilato su trampoli ed indossando grandi sagome di cartapesta.
La musica, l’animazione ed il folclore, così, si sono mescolati alle rivendicazioni ed alla protesta per il lavoro che non c’è e contro ogni forma di sfruttamento degli immigrati e contro i condizionamenti che nella Piana di Gioia Tauro ed in tutta la Calabria esercita la ‘ndrangheta.
La festa, comunque, è stata «a» Rosarno e non «di» Rosarno. La gran parte della popolazione, infatti, ha vissuto con un certo distacco l’avvenimento. Tra le circa diecimila persone, secondo la stima della Questura di Reggio Calabria (15 mila per gli organizzatori) che si sono ritrovate in piazza Giuseppe Valarioti, il dirigente del Pci ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1980, per i comizi finali, gli abitanti di Rosarno erano ben pochi. Nei confronti della manifestazione, più che altro, c’è stata curiosità e simpatia, con la gente affacciata ai balconi per salutare i partecipanti, ma non è riuscito il tentativo di coinvolgere pienamente la popolazione.
Una presenza «rumorosa» nel corteo è stata quella degli studenti. Erano alcune decine ed hanno scandito slogan soprattutto contro la ‘ndrangheta. «Siamo qui – ha detto Maria, 16 anni – perchè la legalità rappresenta il nostro futuro. Mafiosi, vi odiamo. Andate via da Rosarno e dalla Calabria». Lo sfruttamento degli immigrati è stato uno dei temi portanti della manifestazione al quale s’è anche richiamato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sostenendo, proprio in riferimento ai fatti di gennaio a Rosarno, che «i fenomeni di sfruttamento schiavistico del lavoro degli immigrati, sono intollerabili in un Paese civile, nell’Italia democratica, e vanno stroncati con ogni energia». All’iniziativa dei sindacati confederali c’erano anche alcune decine di immigrati, portati dall’Anolf, l’Associazione nazionale oltre le frontiere. Tra loro, però, c’è ancora tanta paura dopo la «caccia al nero» scatenatasi a gennaio a Rosarno in seguito alla rivolta degli extracomunitari. Tra gli altri c’era Amhed, marocchino, che ha voluto esserci malgrado avesse il timore di essere riconosciuto da chi a gennaio lo aveva pestato. «Il razzismo c’è ancora – ha detto – anche se a volte non si vede, Ma io sono voluto rimanere in Calabria perchè qui riesco a guadagnare qualcosa, mentre in Marocco morirei di fame». Tra gli immigrati c’è stato anche chi ha detto apertamente che in autunno tornerà a Rosarno per la raccolta degli agrumi e che non ha paura di farlo. «I problemi cha abbiamo vissuto a Rosarno – ha affermato Jimmeh, 23 anni, del Gambia – possono essere superati se ci sarà da parte della popolazione un atteggiamento diverso. Noi vogliamo avere buoni rapporti con tutti e vivere qui e lavorare in un clima di pace e di fratellanza».

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