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di PARIDE LEPORACE A Pomigliano d’Arco operai e impiegati hanno votato un referendum ricattatorio. Segnare un no significava aspirare ad essere un disoccupato, croce sul sì ha assunto il simbolo della spugna che il secondo lancia sul ring quando il mach è impari per il proprio pugile. I lavoratori di questo schieramento hanno dovuto passare una forca caudina concedendo unilateralmente parte dei loro diritti. Il risultato è noto: i sì vincono ma non sfondano con rammarico di Marchionne che vuole escludere la Fiom dagli accordi. La vicenda merita riflessioni più ampie in una regione meridionale che ospita uno degli stabilimenti chiave della Fiat. Dobbiamo osservare che la questione operaia in Basilicata è una discussione sindacale.
Fa riflettere che la segreteria regionale del Pd lucano. nella riunione di ieri non ha inteso inserire nel documento finale neanche un cenno alle vicende della Fiat. Siamo nell’ambito del maggior partito laburista del Mezzogiorno, dove il dibattito spesso si appassiona su bilancini e contumelie di sottogoverno e sottocorrente. Osservo che i locali dirigenti laburisti mostrano meno interesse ai cipputi locali di quella che era per esempio la riflessione culturale di una corrente della vecchia Dc come Forze nuove di Donat-Cattin.
Possibile che sfugga a tutti la modificazione di fase che rischia di far tornare la forza lavoro a condizioni ottocentesche? Per chi ancora studia e cerca di comprendere, alcuni elementi sembrano chiari. Hanno preso lucciole per lanterne gli utopisti rivoluzionari che sostenevano vicina l’ora del lavoro zero con gli operai salvati dai robot. Negli ultimi vent’anni le condizioni dei diritti e dei salari sono peggiorati. Il ciclo dell’auto resta ancora centrale nella produzione delle merci. Nella globalizzazione il sistema americano tardofordista è entrato in crisi e tra i salvatori è arrivato l’ingegner Marchionne a portare innovazione consociativa nel sistema partecipativo di quei sindacati che hanno una rappresentanza pletorica nel Consiglio d’amministrazione. Il tojotismo asiatico è stato travolto dalla crisi con operai ridotti a schiavi come nel film “Metropolis” di Fritz Lang. In Europa il modello imperante segna il trionfo del precariato e della delocalizzazione. I salari diminuiscono e le condizioni di vita peggiorano. Non si tratta solo di veder scomparire i premi di produzione, c’è molto di peggio. Pierre Carniti, storico leader sindacale della Cisl, ieri a Repubblica ha dichiarato che con il referendum di Pomigliano finisce il contratto nazionale dei metalmeccanici.
La questione è complessa. L’Italia è l’unico paese europeo dove più della metà delle auto acquistate sono importate. L’Europa delle banche e della finanza non ha regole per governare la deriva nazionalista dell’automotive dei diversi stati. All’orizzonte non si vede nulla che possa far pensare a finanziamenti e sostegno sociale che curi l’uscita dalla produzione della forza lavoro eccedente. Gli stabilimenti italiani che saranno chiusi verranno rimpiazzati da altre fabbriche dove si lavorerà il doppio con meno salario. Gli utopisti propongono una riconversione ecologica del sistema produttivo automobilistico. Sarebbe sensato ma non mi sembra che ci siano condizioni. Sono un fervente lettore di Latouche ma ho la netta sensazione che ricerca e modelli di sviluppo hanno ben altri riferimenti. E chi evoca il conflitto non mi sembra che abbia tanto consenso tra scocche e computer. Che per Termini Imerese e Pomigliano la chiusura fosse annunciata era già ben osservato dalla rigorosa ricerca “La lotteria dell’auto. L’industria automobilistica dall’egemonia al crollo” pubblicata l’anno scorso da Paolo Caputo ed Elisabetta Della Corte per l’editore Carocci. Concordo con quegli autori e con analisti come Guido Viale sull’inutilità di fornire incentivi a Marchionne. E’ stato scritto che il provvedimento equivale a far delle buche per poi ricoprirle. La rottamazione è inutile e invece dovremmo tutelare piccole e medie aziende del territorio capaci di produrre diversamente e compatibilmente. Ma questo l’ha compreso solo la Lega con buona pace di una sinistra balbettante capace di proporre utopici nuovi modelli sostenibili.
Per la classe operaia di Melfi s’intravede l’inferno. Da reificati a reietti mi viene da riflettere pensando ai testi della tradizione. Eppur dovremmo agire contro chi vuole imporre produzione e disciplina. Per esempio evitando l’assenteismo personalistico. Autoconvocando le forze sane del territorio che sono molte dalle nostre parti. Ragionando sulla conversione. Coinvolgendo le forze intellettuali interessate. Un lavoro politico lungo e che mi sembra sia mancato in Basilicata negli anni recenti. Aggrapparsi alla passata lotta dei 21 giorni temo possa essere residuale. Sul governo locale si può far molto. Con quello nazionale bisogna saper confliggere. Salvare dalla macelleria sociale gli operai di Melfi significa saper pensare la Basilicata del futuro.

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