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APPROFITTANDO del dolce far niente della vacanze e di questo mio momento scrittorio che definirei “diuretico” e di un argomento a me tanto caro come è quello delle città, ancora una volta, vorrei divulgare una mia riflessione anche grazie alla ospitalità che mi offre il direttore Lucia Serino.

In Basilicata non ci sono solo Potenza e Matera ma molti altri centri che avrebbero bisogno di attenzioni e cure da parte di tutti i Lucani.

Venosa è uno di questi, per me la cittadina più bella della regione lucana.

Per evitare inutili polemiche, vorrei precisare subito che Matera è un unicum con i suoi Sassi e la sua Civita, luogo in cui la geologia è diventata ricchezza e proprio perché è un unicum, è giusto che sia candidata a Città della Cultura nel 2019.

Ma mentre Matera è un unicum, Venosa è uno scrigno di saperi e sapori che rappresentano la storia dell’intera regione lucana.

Al contrario dei cittadini di quasi tutti gli altri paesi e città che considerano il luogo natio l’ombelico del mondo, i venosini non sanno di essere davvero l’ombelico della Basilicata.

A Venosa, la storia è tornata ciclicamente con una presenza assordante e raffinatissima: ogni periodo storico è rappresentato da manufatti di altissima qualità artistica oltre il noto scavo di Notarchirico, in agro di Venosa, con la scoperta di resti dell’elefante gigante che ci fa capire che l’uomo ha frequentato da sempre questo territorio.

Se dovessi tentare una elencazione di  emergenze archeologiche e monumentali, inizierei dagli scavi di età romana con le terme e l’anfiteatro, le catacombe ebraiche, unico luogo di sepoltura al mondo dove Cristiani ed Ebrei riposavano in eterno insieme, i primi segni della Cristianizzazione con i resti della prima cattedrale nei pressi delle Terme, il monastero e la chiesa benedettina della SS.ma Trinità con una stratificazione di elementi legati alle varie ricostruzioni  la suggestiva e indimenticabile Incompiuta i cui pilastri e capitelli sembrano reggere le volte e capriate del cielo, la seconda cattedrale sepolta sotto il Castello costruito sopra di essa da Pirro del Balzo che ospita un Museo del territorio di straordinaria bellezza, la terza e ancora attuale cattedrale posta al centro della città, oltre a una serie di palazzi di edilizia gentilizia ed ecclesiastica che hanno grande squisitezza architettonica e artistica.

Venosa è molto studiata anche per il riuso che è stato fatto di molte pietre lavorate di età classica in edifici di età successiva, una spoliazione che è avvenuta un po’ ovunque ma a Venosa è particolarmente evidente e suggestiva-

A Venosa è nato Quinto Orazio Flacco che gli amici di Roma del circolo di Mecenate definivano il più dotto fra i Greci facendoci intendere quanto le nostre contrade fossero inserite in un circuito culturale mediterraneo che, oggi, nemmeno si percepisce, a Venosa è seppellito Roberto il Guiscardo insieme ai suoi fratelli  e la prima moglie Alberada, a Venosa è nato re Manfredi, figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia, a Venosa furono feudatari i Gesualdo e, fra costoro, il principe Carlo con i suoi madrigali e la sua triste storia è famoso in tutto il mondo, e Tansillo i cui versi furono resi in musica da Carlo Gesualdo, poeta studiato e conosciuto ovunque e i cui manoscritti sono conservati in alcune importanti biblioteche europee, a Venosa c’erano le Accademie dei Piacevoli e Soavi e dei Rinascenti, a Venosa nacque Luigi La Vista e Monsignor Briscese … e, di certo, ho dimenticato molti altri aspetti ed eventi.

A Venosa si produce uno fra i vini migliori di Basilicata e olio di grande qualità. Non ci sono industrie siderurgiche e metallurgiche né concerie, c’è aria buona e pulita.

Questa sorta di spot pubblicitario mi pare giusto e dovuto specie in un periodo come questo che vede Venosa pronta a tornare al voto per l’elezione di un nuovo sindaco.

Venosa ha avuto la fortuna di non avere politici regionali di grande spicco e dico fortuna perché non ci sono stati mai grandi investimenti che avrebbero deturpato questo luogo con effetti speciali e privi di ogni importanza di fronte alla qualità di quella cittadina, qualità culturale e paesaggistica.

Venosa è studiata e conosciuta dai più grandi studiosi del mondo per Orazio, per la sua vicenda medioevale e per Carlo Gesualdo e Tansillo.

Venosa sa camminare da sola malgrado il disinteresse della classe politica e la silenziosa rassegnazione dei venosini.

Venosa, la raffinata, necessita di una guida capace almeno di percepire la portata internazionale del suo patrimonio culturale, non ha bisogno di finanziamenti regionali ma solo di risorse umane capaci.

I venosini pensano di non aver necessità di risorse umane esterne, spesso si cimentano in progetti che non varcano manco i confini comunali e invece dovrebbero avere la capacità di servirsi di qualche esperto, esperto non improvvisato, che meglio possa organizzare e valorizzare Venosa, la raffinata, per farla diventare il salotto culturale della Basilicata.

Ma sono certa che i venosini sapranno trovare la soluzione più giusta per venir fuori da questo cono d’ombra nel quale è caduta da molto tempo.

Venosa la considero la mia seconda città dopo il mio luogo natio e ci torno spesso perché mi regala serenità.

Non sono capace di dare consigli ma se fossi di Venosa cercherei di far riaprire almeno la sede diocesana e dotarla di un proprio vescovo poiché trovo ingiusto che fra le 4 diocesi più antiche di Basilicata sia l’unica a non aver conservato la cattedra vescovile (come Potenza e Acerenza, Grumentum si spopolò e la sede diocesana fu spostata). A Venosa ci furono i primi segni della cristianizzazione della Basilicata  e non riesco a trovare razionali spiegazioni al motivo della abolizione di questa sede diocesana.

Non so se si può sperare in un Sindaco poeta come Orazio, madrigalista come Gesualdo, con la qualità intellettuale dei soci delle Accademie dei Piacevoli e Soavi e dei Rinascenti ma se fossi un venosino spererei almeno in una persona di cultura e che abbia quella giusta capacità di cooperare con la Soprintendenza, con le associazioni culturali, che conosca  a memoria qualche passo di Orazio, come i fiorentini conoscono a memoria la Divina Commedia di Dante.

Per una come me che vede nel sottosviluppo, (cosiddetto rispetto a non so cosa, parola forse usata, per la prima volta,  da Cristoforo Colombo quando scoprì l’America) come unica arma di salvezza, e con la stessa attenzione legge I Dialoghi di Platone e quelli di Di Consoli e Viti e, un po’ conosce quelle teorie di Stiglitz Sen e Fitoussi sulla ricerca della felicità, sul bisogno di passare dalla teoria del benessere a quella del “bene stare”, e il rapporto tra il PIL, il benessere e la politica – è incredibile ma ne parlava già Kennedy del PIL come un indicatore che non può essere l’unico -, ecco per una come me, l’unica soluzione è darsi da fare, confrontarsi sui pensieri e le soluzioni ma darsi da fare ognuno come può, perché il raggiungimento della felicità, se davvero esiste e si può raggiungere, avviene solo nella comune felicità e con l’azione di tutti e non solo quella di pensatori e politici. Mi pare finito il tempo della mancata partecipazione e del confronto, oggi tutti hanno la possibilità di raccontare le proprie idee, i propri sogni e in quegli aspetti comuni si può trovare la soluzione più idonea. Nostalgie e innovazione (non parlo di tecnologie che da sole non innovano alcunchè) possono andare sullo stesso binario, possono essere le due anime di uno stesso percorso. Pertanto mi auguro che dai dialoghi (parola che viene dal greco e che significa confronto fra due persone) si possa passare a colloqui molteplici e partecipati perché le città e i territori sono di tutti. In Scandinavia in crowdsourcing fanno le leggi dello Stato, non si può ancora ragionare in termini “privatistici e dialoghi” fra due o pochi. Se globalizzazione deve essere globalizzazione sia! Salvando la nostra lingua, i nostri dialetti perché globalizzazione non significa parlare in inglese.

Non conosco e non ho capacità di previsione ma una cosa so con certezza  e corrisponde a ciò che il poeta venosino diceva di se stesso e che può essere applicato a Venosa, a lui tanto cara “Non omnis moriar multaque pars mei vitabit”, a prescindere dalla presenza o meno del vescovo, a prescindere dalla qualità del futuro Sindaco.

Certo, se solo penso alle strade che uniscono Venosa al resto del mondo … ma si sa i luoghi più belli sono sempre i più irraggiungibili.

Buon voto, cari venosini! Nunc est bibendum, brindando per voi e per un futuro di riscossa

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