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Piero Lacorazza ha rinnovato la tessera del Pd dopo le dimissioni di Mario Polese (oggi Italia Viva) da segretario regionale

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SU Wikipedia c’è scritto che Piero Lacorazza è un “imprenditore sociale”. Lacorazza, ha abbandonato la politica e si è fatto un mestiere con tanto di Partita Iva?
«Aggiungiamo che non ho vitalizio. Non è demagogia ma un dato di fatto che credo avvalori ancor di più che il mio impegno politico di questi anni non è stato mai condizionato dalla necessità di un reddito. Anzi la mia storia e le mie battaglie – ho scritto un libro, “Il miglior attacco è la difesa”, le cui tesi non hanno trovato ancora alcuna controdeduzione – testimoniano questo. Forse anche questo mio percorso di impegno e coerenza provando sempre a stare nel merito delle questioni mi porta oggi, senza ruoli ed indennità, a mantenere viva una rete, anzi estenderla. Adesso anche l’argomento che qualcuno utilizzava per colpirmi perché a corto di idee “di non aver un mestiere” è caduto».

Di cosa si tratta?
«Ho messo su una bella realtà del terzo settore, iscritta al registro delle imprese. Una risalita non semplice ma ancora una volta in vetta, pronto per continuare a scalare ancora per raggiungere cime sempre più alte. E’ un’impresa sociale, la Fondazione Appennino di cui sono direttore. Tra le attività della Fondazione c’è la testata giornalistica, registrata in tribunale, “Civiltà Appennino” che nel tempo diventerà un magazine on line e che in questi mesi è diventata una serie di successo, per l’attenzione registrata, di una serie di libri: il primo è già uscito con la casa editrice Donzelli. Grazie a Raffaelle Nigro e Giuseppe Lupo, e al nostro investimento e coraggio, mi azzardo a dire che “Civiltà Appennino” sarà un luogo culturale italiano di riferimento nei prossimi anni».

Appennino uguale risorsa ma anche spopolamento. Viene in mente la celebre metafora di Manlio Rossi-Doria sulle pianure e le aree interne del Sud: la «polpa» e l’«osso». In che condizioni si trova l’osso del Mezzogiorno?
«L’Appennino è un territorio in cui vivono circa 10 milioni di abitanti, vi si produce oltre il 50% della produzione agroalimentare certificata, vi opera oltre un milione di imprese. E poi custodisce un grande patrimonio naturalistico e storico. Ma è quello che vive di più i processi di spopolamento. Ma se guardiamo ad alcune cartine pubblicate su “Riabitare l’Italia” (Donzelli, 2018) ci rendiamo conto della sovrapposizione tra declino demografico e altimetria. Per questo c’è un tema dell’Italia “verticale”, oltre la divisione nord, centro, sud, c’è una dorsale che accomuna tutto il Paese. Anzi l’Appennino è un palinsesto delle aree interne dell’Italia, tre quinti del territorio in cui vive circa un quarto degli italiani».

Cosa sarebbe l’Italia senza questi luoghi? Eppure sono spazi di vita in cui molto spesso sono in discussione i principali diritti di cittadinanza: istruzione, sanità e mobilità. La Basilicata ne sa qualcosa…
«Questa pandemia ha aperto, o reso più evidente, una sfida che deve vivere fuori da spinte emotive del momento oscillando tra l’inevitabile declino dei borghi e la loro esclusiva riserva di futuro. La possibilità sta invece nelle interconnessioni tra città e aree interne, metropoli e contesti rurali. Rigenerazione e resilienza sono le due parole di un futuro sostenibile, scritto dalle Organizzazione delle Nazioni Unite, anche prima di questa pandemia, nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. La Fondazione Appennino è dentro questa grande sfida, essendo tra le pochissime realtà “interne” e meridionali a far parte di ASviS (Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, ndr). Lavoriamo studiando e aprendoci ad indagare il futuro dialogando con studenti medi superiori e al tempo stesso con altre realtà internazionali. Mettiamo la testa nei programmi, prima che accadano, dell’Europa».

Il Sud sconta, oltre a gap e ritardi sedimentati nei decenni, anche dei luoghi comuni sulla sua arretratezza che andrebbero aggiornati, non crede?
«Beh, anche qui c’è tanto da ragionare sul Mezzogiorno, fuori da ogni retorica. Un territorio dentro la globalizzazione ma più distante dal mondo. Dobbiamo essere sostenuti a stare nel mondo per cogliere le opportunità e stare con le nostre particolarità nella globalizzazione. Il lavoro da cane da guardia contro una retorica di un sud sprecone che sta facendo il suo giornale è molto utile per due ragioni. La prima è la particolare congiuntura di un assetto politico e di governo molto “meridionale”: il Governo Conte 1 era un ossimoro perché sostenuto da due forze politiche con un opposto radicamento territoriale elettorale: la Lega al nord, il M5S al sud. Il governo Conte 2 ha superato questa contraddizione. La seconda ragione è l’attenzione, la disponibilità, la competenza del ministro Provenzano il quale ha già chiarito che nessuno scippo di risorse c’è stato. Anzi mi si consenta di dire che questa condizione emergenziale, soprattutto al nord, avrebbe nell’immediato potuto determinare ben altre scelte in altre condizioni. Ben altre scelte, senza equivoci, non utile al Paese come non utili sono stati gli approcci delle Regioni Lombardia e Veneto sul regionalismo differenziato. Ecco da dove ripartire: l’Italia è differenziata e le politiche devono servire a farne una ricchezza non ad aumentare differenze sociali e territoriali. È da anni che sostengo, per esempio, che a diversa densità di popolazione, mantenendo qualità ed efficienza, è sbagliato applicare gli stessi parametri per scuola, sanità e trasporti».

In che modo la Basilicata sta affrontando questi temi?
«Le pare che questo livello del dibattito ci sia in Basilicata, anello debole dell’Italia verticale? A me no. Siamo ad un governo regionale che gestisce l’ordinario e neanche bene. Ma questa debolezza sta nell’aver violato lo Statuto regionale, atteso da decenni, proprio sulla redazione e l’approvazione del piano strategico, cosa se sarebbe dovuta avvenire da mesi. Questo è il segno evidente di come si navighi a vista e dell’assenza di Bardi a bordo della Basilicata. Se si continua con questi “inchini” si va a sbattere. E poi il tanto promesso cambiamento è nella guerra per nomina dei direttori e le lotte intestine nella maggioranza? Questi “inchini” alla cattiva politica portano la Basilicata a schiantarsi. Anche nelle scelte economiche e finanziarie fatte dalla Regione non c’è futuro, qualche mancia a destra e a manca. Invece io penso che si sarebbe dovuto ragionare ancor di più sul fatto che il “cortisone” aiuta per un po’ ma questa emergenza pandemica ancor di più corre il rischio di far crescere i divari. Per questo, esauriti i bonus, la domanda sarà: “E ora?”. Ecco, dove portare la Basilicata nei prossimi dieci/venti anni è la domanda di fondo. Questo governo regionale non si può “isolare” e l’opposizione non può, con tutte le contraddizioni di questi anni recenti, giocare al tanto peggio tanto meglio. Nel governo Conte ci sono esponenti legati alla Basilicata, si apra una interlocuzione seria su alcuni temi».

Gli ultimi suoi anni di attività in Regione si sono concentrati su sanità e soprattutto petrolio, come commenta gli ultimi sviluppi in materia di estrazioni?
«Ecco, sul petrolio non c’è stata quella interlocuzione, in particolare con Total, e qualcuno ha pensato di vendere ai lucani la Fontana di Trevi. Ed Eni? Siamo ormai a sette mesi di estrazione con concessione scaduta e senza compensazioni ambientali. È imbarazzante leggere le posizioni del governo regionale di questi mesi: poi ci daranno ciò che ci spetta. Lo spero ma quei soldi ci sarebbero stati utili in questa pandemia. O mi sbaglio? Oppure non è di nostra competenza… devo decidere a Roma. Nessuno a livello regionale, mi riferisco alla politica, in particolare, ha approfondito il mutato contesto normativo degli ultimi anni. A questo giornale mesi fa ho rilasciato una lunga e puntuale e articolata intervista. Ricorda se c’è stata riposta? Ancora petrolio e acqua stanno, piaccia o non piaccia, nei contratti e delle leggi dai quali non si può tornare indietro domani mattina. Sono visione e capacità negoziale che possono, anzi devono fare la differenza. Ma questo Governo regionale ha la testa altrove».

Faccia un esempio di “mancanza di visione” della Giunta Bardi, altrimenti si resta nel vago.
« Sono concreto e faccio un esempio. Ne potrei fare tantissimi. Di recente, anche grazie alla presenza di lucani nel governo, in particolare per il settore di interesse del sottosegretario Margiotta, si è fatto un primo passo sull’alta capacità/velocità Salerno Potenza Taranto. Ma quanti anni ci vorranno per realizzarla? Nel frattempo? Ecco con una prospettiva di questo tipo abbiamo bisogno di fermare, o diminuire, l’emorragia. Ci vuole un primo laccio emostatico: cambiare i parametri per scuola, sanità e mobilità superando la trappola “demografica”. E poi sostenere l’impresa che c’è accompagnandola verso l’innovazione puntato su settori strategici quali agricoltura, turismo non nella logica di un’assistenza friggi e mangia o del “bandifcio”. Dove si muove il mondo e come noi possiamo starci? In quali nicchia collocarci? Non da soli. Ad esempio ci vorrebbe una grande alleanza “appenninica”, trasversale. Dentro una dimensione di alleanze la Basilicata può giocare un ruolo per esempio su un azzeramento del digital divide che significhi anche servizi innovativi alle persone e alle imprese, rivoluzione della macchina amministrativa, uno smart working strutturale che presupponga una riorganizzazione del welfare. Oppure marcare una impronta ecologica che sia un investimento sull’abitare, sull’ospitalità, sull’efficienza energetica, sull’abbattimento di emissioni e al tempo stesso evitare che si perda terreno con una industria importante presente nella nostra Regione».

Che impressione ha del suo partito e come il Pd e in generale il centrosinistra stanno preparando il voto di Matera?
«A me pare che anche il Pd e il centrosinistra debbano collocarsi su questa traiettoria chiamando a partecipare e a decidere le forze sociali, gli amministratori, le competenze che sono espresse da tanti giovani di questa regione. Ma non ci siamo ancora per due ragioni. La prima che considero normale è nelle rovine lasciate dalla precedente gestione politica. Siamo di fronte ad un primato nella storia di questa regione: batoste elettorali senza precedenti. Non è facile riprendersi. E vorrei essere chiaro a coloro che dicono che siamo arrivati a questo punto con eguali responsabilità. Al di là di ogni considerazione etica, ciò è vero quando si rispetta il pluralismo politico. Quando invece si mortificano idee non si può dire poi a coloro che le hanno rappresentate di essere sullo stesso piano delle responsabilità avute. La seconda ragione sta nel fatto che le idee maggioritarie in questi anni ci hanno provato; non giudico ma registro il punto a cui siamo arrivati. Ora tocca di verificare se le altre idee, quelle marginalizzate ma ancora vive e radicate, possono dare un contributo di alternativa a questa regione. Penso, quindi, che nel solco avviato dal segretario Nicola Zingaretti si dovrà procedere al congresso del Pd, senza rivincite e rancori, ma con lo sforzo che ognuno per propria parte contribuisca a dare un progetto alla Basilicata. E poi aprirsi, aprirsi e dialogare sulla base di questi presupposti con chi nel campo largo del centrosinistra vuole crederci ancora. Questo serve a tutti. Innanzitutto al Pd ma anche a quelle spinte che, senza sbocco politico, corrono il rischio di fermarsi ad un bivio. Questo è il caso di Basilicata Possibile o di Articolo Uno, forze con le quali è necessario aprire un cantiere. Così come in questa regione è profonda la radice di una matrice cattolica, molto presente per esempio nell’associazionismo, che può contribuire alla ricostruzione. Perché tra sconfitte elettorali, pandemie, una Regione senza guida siamo di fronte esattamente a un’opera di ripensamento e di ricostruzione. Gli effetti del sisma devono essere ancora contabilizzati ma la botta è stata forte. Ricostruzione, quindi. Matera, prossima al voto, può essere il primo banco di prova».

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