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Macerie a Balvano, il centro del Potentino che pagò di più in termini di vittime (77): una foto simbolo del terremoto del 23 novembre 1980 che colpì Irpinia e Basilicata

Tempo di lettura 7 Minuti

A mezzanotte del 23 novembre ero con il presidente della giunta regionale Vincenzo  Verrastro, il capo della Digos Franco Salierno presso la Questura di Potenza, in contatto con il prefetto vicario Francesco Porretti che presidiava il Palazzo di Governo danneggiato. In quella stanza arrivavano le notizie dei danni e delle vittime inferti dal sisma. I primi interventi di aiuto furono a Balvano da parte dell’Esercito che utilizzava un faro della Rai per tentare di entrare nella chiesa madre. Durante tutta la notte e il giorno successivo interminabili file di militari, volontari e di aiuti arrivarono soprattutto dal nord ed in particolare dalle organizzazioni sindacali, i tassisti di Milano che portarono centinaia di roulotte, dalle Regioni con in testa l’Emilia-Romagna, e dagli enti locali.

Simonetti e le sfide perse dall’industria post-80: «Per ricostruire serve sviluppare le attività produttive e lavorare per il ripopolamento»

Un moto di vera solidarietà   si mise in moto prima della presenza strutturata della Protezione civile affidata a Zamberletti. In Basilicata dopo il 1980 sono stati investiti dallo Stato oltre 3500 milioni, di cui 3000 per la ricostruzione e infrastrutture e circa 500 per il finanziamento delle aziende industriali. Nel contempo sono state recuperate con la escussione delle fideiussioni  per  oltre 125 milioni che sono tornate nelle casse dello Stato per inadempienze, e truffe sanzionate, a seguito del recupero del maltolto e degli esiti del lavoro della Commissione di inchiesta Scalfaro.

L’attuale occupazione nelle aziende delle aree terremotate lucane è di oltre 2000 lavoratori diretti, con aumento sul 2019,  e circa 1400 indiretti, contro una previsione complessiva di 6000   posti di lavoro finanziati con contributi pari al 121% delle spese ipotizzate. Delle 107 aziende finanziate ne rimangono una cinquantina in attività. Sono risultati migliori rispetto agli investimenti della legge 488 che ha avuto una resa occupazionale pari al 20% del previsto. Ricordiamo che alcune aziende, tra quelle fallite o che non hanno mai aperto (circa 30) sono state riassegnate, oppure occupate abusivamente o cedute in fitto dai curatori fallimentari, con scarse ricadute nelle attività produttive o occupazionali. Alcune aziende del Melfese sono ora utilizzate dalla Fca per deposito delle automobili prodotte. Al momento circa 100 capannoni, o strutture similari, di cui una ventina finanziati da legge 219/81 e i restanti con le leggi 488/92 e 64/74, sono inutilizzate, preda dei ladri di rame e di impiantistica. Ricordiamo i casi di Abl di Balvano, 17.000 mq, oppure della ex Ets di Tito, che occupava 250 lavoratori, ora qualche decina, la Sinoro mai entrata in produzione con tre fallimenti dietro le spalle, quattro cambi di ragione sociale due condanne per truffa e bancarotta. In questa azienda ci sono ancora i macchinari imballati e mai utilizzati.

Nulla ha fatto il Consorzio Industriale per il loro riutilizzo previsto per le legge e con finanziamenti previsti dalla Cassa Depositi e Prestiti. Molte aziende sono da anni in gestione fallimentare o sono state svuotate degli impianti che sono tornati alle aziende produttrici in Italia o vendute all’estero: Standartela, Ets, Etm, Abl. Gli impianti Parmalat sono ora utilizzati in Veneto dalla Vincenzi dopo la chiusura dello stabilimento di Atella e la successiva truffa di reindustrializzazione che ha determinato la disoccupazione di 120 lavoratori. Si tratta di un enorme patrimonio di immobili e infrastrutture di un valore stimabili attorno ai 200 milioni.Anche la riassegnazione di suoli e strutture è fallita assieme ai bandi di reindustrializzazione. L’ultima legge approvata per il risanamento dei consorzi industriali è completamente disapplicata: nemmeno uno stabilimento è stato recuperato con le nuove norme mentre l’indebitamento dei consorzi viaggia attorno agli 80 milioni. L’Asi di Potenza è al quinto commissariamento in pochi anni ed è prossima alla bancarotta ma nulla si muove per recuperare impianti, occupazione al netto di qualche svendita. L’attuale commissario è sommerso dai debiti. Non solo capannoni vuoti ma anche binari morti e impianti di trattamento bloccati.

La valutazione sugli esiti delle politiche industriali del post-terremoto e del periodo successivo comporta l’analisi di uno scenario che vede l’industria manifatturiera italiana, in particolare quella del Mezzogiorno, in una fase di ristrutturazione di processo e di prodotto anche in relazione all’iper-ammortamento previsto dalle normative sull’industria 4.0. Attualmente,  la Basilicata è la regione del Sud con il maggiore tasso di industrializzazione e potrebbe trovare sbocchi di crescita con un piano industriale sostenuto dalle risorse del Recovery Fund. Invece tutta l’attenzione ruota attorno alle solite infrastrutture e gli investimenti a pioggia nei settori più disparati. Non si comprende che la transizione verso l’industria pulita manifatturiera e agroalimentare comporta innovazione e progettazione in termini di programmazione nazionale e regionale. In Italia circa 1.400.000 persone lavorano nel comparto automobilistico e una parte degli occupati in questo segmento, componentistica compresa, sono allocati in Basilicata e Campania. La ristrutturazione del sito di Melfi ha prevalentemente sostenuto l’aumento del Pil lucano negli ultimi anni, con un calo negli ultimi mesi per il Covid.

Alcune delle aziende finanziate con i fondi del post-terremoto, come la Ferrero, la Barilla e altre mantengono posizioni di rilievo nelle attività manifatturiere lucane.

Attualmente in Basilicata sono occupati circa 34.000 lavoratori nel settore manifatturiero,  energetico e agroalimentare, che rappresenta, come detto, il più alto tasso di industrializzazione nel Sud. La proposta di riutilizzo dei capannoni del dopo sisma e del successivo trentennio, rimane di assoluta attualità anche in relazione alla ristrutturazione degli apparati produttivi e del rientro di talune produzionidall’estero nel nostro Paese.

Ripensare il sistema dei consorzi industriali, non cedere a delega e rassegnazione

Occorre elaborare un progetto che ridia senso alla programmazione industriale ma soprattutto occorre ridefinire il ruolo dei consorzi industriali con un solo Ente guidato da persone competenti di livello internazionale con adeguate strumentazioni e politiche per la cattura   degli investimenti anche esteri. La situazione economica attuale determina, soprattutto nelle aree interne dell’arco appenninico, che corrispondono in parte alle aree terremotate, una gravissima crisi demografica che, se non affrontata, diventerà la determinante prima dell’impossibilità di risolvere la questione della creazione del reddito, dell’occupazione e del mantenimento dei servizi. Mentre nelle altre aree italiane, in particolare del centro-nord, la caduta demografica, la mobilità sono compensate dai flussi migratori in entrata, anche con il contributo di una quota di giovani provenienti dal Mezzogiorno, nelle zone interne i flussi migratori dall’estero sono di passaggio prevalentemente legati per un terzo ai lavori di cura degli assistenti domestici, oltre all’agroalimentare. In Basilicata, su 44.000 lavoratori migranti occupati nel 2019  – nonostante la pandemia – nei diversi comparti, la quota delle assistenti domiciliari corrisponde quasi al 40% del totale di forza lavoro. Tale situazione reclama con forza un piano di ripopolamento, anche per riutilizzare le case sfitte dei centri storici dei piccoli comuni, in particolare quelli ricostruiti bene con i fondi della legge 219,con la istituzione diuna Agenzia di Scopo e il pieno funzionamento dell’Agenzia del Lavoro oggi quasi paralizzata.La centralizzazione degli interventi, attraverso la mano pubblica, le associazioni e le parti sociali diventa essenziale per l’attuazione di un tale progetto che dovrebbe anche provvedere alla formazione professionale e misure per il riutilizzo, la manutenzione delle case sfitte le attività di tutela ambientale.

In Basilicata ci sono lavoratori espulsi del sistema produttivo, attualmente in cassa integrazione oppure percettori del reddito di inserimento. Si tratta di risorse importanti male utilizzate e scarsamente coordinate. Circa 6.000 lavoratori utilizzano i fondi regionali e quelli del petrolio per le attività di forestazione e manutenzione ambientale, oltre i lavoratori del reddito di cittadinanza non ancora utilizzati.Solo in questi segmenti abbiamo quindi oltre 8000 lavoratori che – a fronte di una proposta di riuso dei siti manifatturieri inutilizzati, una diversa ed efficace manutenzione e la salvaguardia ambientale, le attività di ricerca e di sviluppo, la qualificazione del sistema formativo e scolastico – possono, insieme ai disoccupati, ai neolaureati e ai diplomati, ai migranti, diventare il motore per sostenere una piattaforma programmatica per un modello di sviluppo diverso. Il quadro di riferimento finanziario è il programma operativo regionale 2013-20, il bilancio regionale e gli stanziamenti statali, oltre il Recovery Fund sono l’architrave di un simile progetto, che ha bisogno del piano di ripopolamento, e si fonda sui cicli agro-alimentari e turistici, su quello manifatturiero, dell’energia e della tutela del territorio.

L’industria pulita dei polimeri solidi e liquidi, che sostiene l’industria estera che quella italiana nella componentistica auto, nel ciclo della plastica, nella sanità e nella farmaceutica, è una prospettiva importante. Strategica può essere la ricerca e l’utilizzo dell’idrogeno. Un vero e proprio distretto per la lavorazione polimeri e delle nuove energie. L’utilizzo dei polimeri nelle nostre aree potrebbe cambiare il paesaggio produttivo e occupazionale trattandosi di attività non inquinanti per rifornire i distretti industriali che utilizzano i prodotti realizzati in Basilicata che diventerebbe un polo molto importante per verticalizzazione della produzione. In stretta connessione a tale ipotesi, avanza con forza l’uso della risorsa idrica, delle energie alternative in un quadro programmato e non selvaggio come è accaduto e accade. Un ruolo particolare potrebbe svolgere la riconversione del sistema formativo e scolastico, non solo sul piano occupazionale, ma anche la riforma della pubblica amministrazione, della gestione delle aree di disagio e delle povertà, l’innovazione nell’organizzazione del lavoro.

Bisogna tornare uniti. Con lo spirito di Scanzano

La rivendicazione di opere pubbliche faraoniche, di assi stradali frequentati da pochi, di aree artigianali senza artigiani, di aeroporti senza aerei e così via, deve lasciare il passo all’aggregazione dei servizi comunali e alla loro gestione, al rafforzamento del trasporto pubblico con il nuovo piano in gestazione.

E’ necessario nel quarantesimo del sisma riutilizzare anche le risorse del passato, valutare i risultati positivi e negativi della grande mole di prodotti finanziati dalla legge 219 conquistate con dure lotte e la manifestazione di Roma del 1981 con cinquemila lucani anche con la conquista storica della Università.

Per fare questo occorre superare l’assenza di iniziativa nell’ambito dei gruppi dirigenti a tutti i livelli, la sindrome del “tutto va male” e della rassegnazione che delega a pochi la soluzione dei problemi non solo occupazionali. Riprendere lo spirito della lotta di popolo di Scanzano che si concluse nel novembre del 2003 quando uniti si bloccò la realizzazione del centro dei rifiuti nucleari. Uniti e non divisi altrimenti si perde.

Pietro Simonetti

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