Francesco D'Alema, nuovo presidente di Confindustria Basilicata
15 minuti per la letturaIntervista a Francesco D’Alema, nuovo presidente degli industriali della Basilicata: «Un utilizzo produttivo delle royalty è la riforma strutturale più importante, l’economia lucana va messa in sicurezza»
PRESIDENTE Francesco D’Alema, in bocca al lupo per il suo nuovo importante mandato: qual è lo stato di salute degli imprenditori in Basilicata oggi?
Viva il lupo. Ne abbiamo proprio bisogno. Viviamo nell’“economia del caos” e avvertiamo forte il senso di responsabilità verso l’industria lucana in una regione che non deve solo superare il guado ma interpretare un nuovo modello di sviluppo. I dati macroeconomici fotografano un’industria in sofferenza. In realtà la lettura è molto complessa. Un pezzo rilevante della nostra economia è rimasto schiacciato dal collasso del settore automotive e dalla flessione dell’industria estrattiva. Manifatture d’eccellenza con il Mobile Imbottito soffrono la pressione del vento contrario che spira a livello internazionale. Ma ci sono anche interessanti dinamiche di crescita per settori quali l’agroindustria e il turismo. Così come va data evidenza ad altri comparti – come chimica e meccanica – che stanno tenendo il passo. Certo, questo non basta a compensare la profonda crisi della produzione automobilistica, ancora lontana da una reale ripresa. I recenti numeri sulla ripartenza di Melfi vanno letti con molta cautela.
Ce li spiega?
Le percentuali elevate di crescita vanno rapportate a un 2025 eccezionalmente negativo. Il rimbalzo dell’export del 18,2 per cento nei primi tre mesi del 2026 dice poco rispetto al 53,7 per cento che abbiamo perso tra il 2022-2025. Ancora meno si riflette sull’indotto che non vede ancora la fine del lungo tunnel. Non si tratta solo di superare la notte. Serve una prospettiva nuova che può arrivare solo con nuovi investimenti. Ma occorrono politiche industriali per farli atterrare sul territorio. Per ora la Basilicata si conferma poco attrattiva, come testimoniano anche gli ultimi numeri della Zes. Bisogna arricchire il piatto, renderlo più allettante. Bene ha fatto il Presidente Bardi a portare finalmente la “vertenza Basilicata” al tavolo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ora però bisogna monitorarne l’evoluzione delle questioni sollevate e non arretrare di un millimetro. E’ giunto il momento di riscuotere il credito che la Basilicata vanta nei confronti del Paese.
D’Alema, due problemi che la classe politica della Basilicata e non solo deve affrontare con urgenza: la questione energia e la competitività delle aziende: a che punto stiamo?
Sono questioni strettamente connesse che penalizzano l’industria europea, oltre che lucana. Mi lasci aprire una parentesi: il primo grande malato è l’Europa, che non sembra intenzionata a invertire la pericolosa parabola discendente imboccata. Dopo le decisioni scellerate sulla transizione accelerata all’elettrico, si sceglie di mortificare nuovamente le ragioni dell’industria con una revisione “blanda” del meccanismo ETS: la cosiddetta tassa sulle emissioni che oggi rischia di abbattere la manifattura più che l’inquinamento. Decarbonizzare sì ma non deindustrializzare. A questo si aggiunge il salasso del costo dell’energia che penalizza soprattutto le imprese italiane: la nostra bolletta è più cara di quasi il 30 per cento in più della media UE. Competere a queste condizioni è impossibile.
Che cosa pensa D’Alema del piano energia presentato di recente dal presidente della giunta regionale della Basilicata, Vito Bardi?
Se l’energia è la sfida – economica, industriale e strategica – questa passa dalla Basilicata. Condividiamo della relazione del Presidente Bardi l’impostazione che rivendica per la Basilicata un ruolo da protagonista nelle scelte che definiranno il futuro energetico del Paese. Dobbiamo rivendicare lo status di territorio strategico per la sicurezza energetica nazionale. Confermiamo lo straordinario contributo offerto alla produzione nazionale ma chiediamo anche un giusto riconoscimento in termini di nuove opportunità di sviluppo. E’ il messaggio che abbiamo espresso molto chiaramente nella nostra recente Assemblea. Condivisi i presupposti, ora bisogna allineare gli strumenti. Sul fronte delle rinnovabili, siamo già in ottima posizione, ma abbiamo ancora obiettivi di sostenibilità da raggiungere e, soprattutto, ulteriori margini di crescita che possono generare valore economico e lavoro. I passi in avanti per la velocizzazione degli iter autorizzativi vanno accompagnati con la rapida adozione del provvedimento sulle aree idonee. Per quanto riguarda l’attività estrattiva, vanno superate le criticità amministrative che stanno rallentando gli iter autorizzativi per le nuove concessioni. E’ una partita nazionale che non può vederci spettatori. Dobbiamo alzare la voce e in fretta, prima che la contrazione delle attività diventi irreversibile. Non possiamo permettercelo. E’ chiaro, però, che vanno ripensati anche i benefici.
Lei ha proposto una società mista tra pubblico e privato per la gestione utile e intelligente di una parte delle risorse provenienti da gas e petrolio: noi ogni giorno riceviamo comunicati di assessori regionali che commentano tutto, su questa idea invece è calato il silenzio: che ne pensa, la ricorda ai nostri lettori?
Ritengo che sia la più importante riforma strutturale realmente in grado di investire sul futuro delle generazioni lucane. Si tratta di mettere in sicurezza economica la nostra regione, accantonando risorse da valorizzare attraverso un modello finanziario evoluto, sottraendole a una logica dell’utilizzo per il consenso immediato che brucia il futuro. Ma per farlo ci vuole senso di responsabilità e lungimiranza nella scelte. La logica delle royalty come salvadanaio va interrotta. Bisogna investire di più su investimenti produttivi, tagliare capitoli di spesa che alimentano l’improduttività del sistema, come la forestazione, e ripensare gli enti sub regionali che continuano a non rispondere a principi di sostenibilità economica dei propri bilanci. Sappiamo bene che negli anni c’è stato un utilizzo delle risorse condizionato dalla necessità di garantire la tenuta sociale della regione e non contestiamo la scelta. Oggi però la situazione è completamente diversa. Investire con determinazione sulla attrattività e la competitività della regione non è più un’opzione ma una scelta di sopravvivenza. Se la Basilicata non è riuscita ad agganciare la spinta che sta sostenendo la virtuosa crescita del Mezzogiorno, vuol dire che l’ordinario non basta più. La Zes è importantissima ma non ci mette nelle condizioni di fare la differenza, anzi. Occorre un altro boost e questo può arrivare solo dal patrimonio maggiore di cui la regione dispone: la ricchezza di risorse naturali. La nostra proposta è dedicare il 30 per cento delle royalty a questo fondo con governance pubblico-privata, da destinare in maniera esclusiva a investimenti infrastrutturali e in politiche di attrazione degli investimenti. Questo, evidentemente, comporta qualche rinuncia che non paga in termini di consenso immediato. E, forse, è per questo che non se ne parla molto. Ma deve prevalere la responsabilità.
Guardo con preoccupazione soprattutto alla perdita di tanti giovani. E’ il punto in cima alla lista delle priorità del mio mandato: non uno slogan, ma un dovere morale verso una generazione alla quale mi sento molto vicino. Bisogna ricostruire il rapporto di fiducia dei nostri ragazzi con la Basilicata. L’evoluzione della domanda di qualità della vita può remare dalla nostra parte. Ma la narrazione basata su vivibilità, sicurezza, ambiente, paesaggi e costi della vita più contenuti non basta. Infrastrutture più efficienti, politiche industriali, servizi di qualità, formazione e politiche pubbliche coerenti devono essere i pilastri di una strategia di rilancio della Basilicata che parta dalle persone. Ci sono condizioni di contesto imprescindibili, a partire dalle infrastrutture fisiche, digitali e sociali. Non proponiamo il libro dei sogni, ma chiediamo passi in avanti più decisi per ridurre il gap accumulato. Non abbiamo dubbi sull’impegno politico. Auspichiamo presto i primi risultati. Sono anche convinto, però, che una buona politica industriale sia la migliore politica demografica. Non è una battaglia di bandiera. Imprese che crescono, innovano e offrono occupazione stabile e percorsi di carriera rappresentano un solido presidio demografico e anche un motore di coesione. Anche le imprese devono imparare a proporsi meglio e soprattutto e a essere più aperte. Dobbiamo far conoscere meglio le eccellenze produttive presenti sul territorio come leva di marketing territoriale. Lavoreremo per strutturare sempre più forme di collaborazione con tutti gli attori del territorio e in particolare con il mondo della formazione, come tassello fondamentale della più complessiva strategia per allineare domanda e offerta di competenze, insieme a percorsi di alta formazione, ITS, dottorati industriali, tirocini.
L’Unibas ha fatto un altro passo indietro sul piano della qualità dei servizi e le iscrizioni. Per D’Alema cosa serve per rilanciare un ateneo in passato simbolo del riscatto e della rinascita della Basilicata?
Una premessa: l’Università è un patrimonio della Basilicata e interrogarsi con serietà sui suoi limiti e sulle sfide non vuole essere una critica sterile ma contribuire ad azionare una leva potenzialmente molto efficace per trattenere e richiamare capitale umano e accompagnare la crescita del sistema produttivo, con il contributo che l’ateneo può offrire in termini di ricerca, innovazione e sviluppo. Il tema non riguarda soltanto il numero delle iscrizioni o il posizionamento nelle classifiche. Attiene al ruolo che vogliamo affidare all’Università nello sviluppo della Basilicata. Noi auspichiamo un ateneo sempre più protagonista dello sviluppo della nostra regione, rafforzando il dialogo con il sistema delle imprese e allineando formazione, ricerca e innovazione ai settori strategici che rendono la Basilicata un punto di riferimento. Credo che la missione dell’Università non debba esaurirsi nella formazione dei laureati, ma vada sempre più orientata ad accompagnarli al loro inserimento qualificato nel mondo del lavoro. Per riuscire dobbiamo dare vita a forme di collaborazione sempre più strutturate, condividendo strumenti, obiettivi e un placement office integrato, capace di creare un ponte stabile tra i giovani lucani e le opportunità offerte dal nostro tessuto produttivo.
L’automotive, i numeri stanno migliorando ma resta il nodo del crollo dell’occupazione e del futuro dell’indotto, che cosa sarà di Melfi nei prossimi dieci anni? Come la vedrebbe una Zes solo per l’auto?
Quello che accadrà tra dieci anni lo decidiamo oggi. Serve una pianificazione che però, a mio avviso, non deve ragionare solo in termini di produzione automobilistica, dal momento che anche nella migliore delle ipotesi, difficilmente si potrà tornare ai fasti del passato. Dobbiamo dotarci di una politica industriale destinata a tutto l’ecosistema produttivo di Melfi. Lo straordinario patrimonio di competenze, capacità ingegneristiche, know-how produttivo e la rete di imprese creatisi in questi anni possono diventare la base per lo sviluppo di nuove filiere strategiche: dalla mobilità del futuro all’Aerospazio, fino alla Difesa e Sicurezza e alle tecnologie dual use. L’obiettivo non deve essere solo difendere ciò che abbiamo, ma utilizzare la forza dell’automotive come piattaforma di partenza per attrarre nuovi investimenti, favorire la diversificazione produttiva e rendere la Basilicata un polo di riferimento per le industrie ad alta intensità tecnologica. Da sostenere, a esempio, con misure di vantaggio sul piano della fiscalità locale. Ma occorre anche un preciso impegno nazionale per far atterrare sul territorio un investimento importante, che faccia sbocciare in loco anche la relative filiere, bilanciando così la partita rispetto allo straordinario contributo che la Basilicata offre in termini di produzione energetica.
Nella sua relazione di insediamento, ha detto che la Basilicata deve uscire dalla beffa del carburante alle stelle nella terra che fornisce petrolio e gas all’Italia, che spiragli intravede?
Mi riferivo proprio a questo. Sappiamo che non abbiamo la capacità di incidere direttamente sulla riduzione del prezzo della benzina o del gasolio, non potendo intervenire sulle accise o sull’IVA. Ma è ora che questo contributo si trasformi in un vantaggio competitivo energetico. La Basilicata non deve solo produrre energia, ma utilizzare una parte del valore generato dalla produzione energetica per accrescere la propria competitività. Potrebbe andare in questa direzione la creazione di una banca dell’energia, non come misura di assistenza ma come leva di politica industriale: utilizzare parte del valore delle nostre risorse energetiche per ridurre l’impatto del costo dell’energia per le imprese energivore, favorire nuovi investimenti, sostenere le famiglie più vulnerabili e accompagnare la transizione energetica del sistema produttivo. Non mera distribuzione dei benefici, dunque, ma moltiplicazione degli investimenti. Ogni euro generato dalle risorse energetiche dovrebbe produrre nuova competitività, nuova innovazione e nuova occupazione. È questa la sfida: trasformare una ricchezza naturale in un vantaggio strutturale per il territorio.
D’Alema, lei sostiene che è l’ora delle scelte lungimiranti e coraggiose, ma non sempre la classe politica della Basilicata nel suo complesso si è dimostrata di essere all’altezza. Ci dobbiamo rassegnare a vivere alla giornata, condannati a un futuro mediocre?
Mi auguro proprio di no. Anzi, sono certo che possiamo giocare una grande partita, se saremo in grado di trasformare questa fase di crisi in occasione per superare i limiti strutturali. È vero che non sempre il sistema politico, nel suo complesso, è riuscito a esprimere una strategia all’altezza delle potenzialità della regione. Ma mi rendo anche conto che a volte la miopia politica spesso asseconda la ricerca di gratificazioni immediate da parte dell’opinione pubblica. Dobbiamo instillare la cultura della fiducia nelle potenzialità di questa regione. Ma soprattutto dobbiamo assecondare l’ambizione di chi ha progetti in grado di generare valore per il territorio. Le difficoltà sono tante ma è necessario guardare avanti e costruire una nuova stagione di responsabilità condivisa. La Basilicata dispone di asset straordinari: competenze industriali, risorse energetiche, eccellenze produttive, un patrimonio ambientale e culturale di grande valore. La sfida è trasformare questi punti di forza in sviluppo concreto.
Come sono oggi in Basilicata i rapporti tra imprenditori e sindacati?
Ecco un punto veramente qualificante della nostra regione, che anche in passato ha concorso alla scelta di localizzazione degli investimenti. Seppure nelle legittime differenze, la qualità delle relazioni industriali consentono di alimentare un confronto costruttivo che è sempre un fattore importante per accompagnare la crescita socio economica della Basilicata.
Natuzzi, Callmat, indotto auto e tante altre vertenze. La base industriale della Basilicata perde pezzi, come vede D’Alema il futuro produttivo della regione?
Si tratta di vertenze molto diverse tra loro, determinate da cause diverse e che pertanto vanno affrontate con strumenti diversi. E’ fondamentale continuare a garantire tutti gli interventi di sostegno necessari. Ma ribadisco ancora una volta la necessità e l’urgenza di una strategia che rigeneri, oltre ad alleviare le sofferenze. Questo significa sostenere le imprese nei delicati processi di innovazione, internazionalizzazione e digitalizzazione, accompagnandole nei processi di riconversione produttiva. Mai come in questo momento, il futuro della Basilicata è legato al destino della sua industria. Chiediamo pertanto che le risorse disponibili sui vari bilanci vengano appostati in misura adeguata sui capitoli degli investimenti e della competitività. Troppo spesso le risorse inizialmente destinate alle imprese sono finite altrove.
Quali potrebbero essere le soluzioni?
Va riequilibrato il rapporto tra la spesa produttiva e quella improduttiva. Le risorse comunitarie vanno concentrarle su pochi strumenti agevolativi, con robusta dotazione finanziaria e semplificazione amministrativa, nei settori strategici e di sviluppo. Bisogna risolvere i problemi delle aree industriali. Questioni aperte come bonifica dei Sin, miglioramento della qualità dei servizi e interventi infrastrutturali devono seguire una serrata tabella di marcia. A questo ultimo proposito, mi consenta una considerazione: la vicenda della revoca dei 50 milioni di euro Zes per la aree di Tito e Jesce è una danno enorme. Ci sono degli investimenti già programmati che rischiano di saltare. Quelle risorse vanno ripristinate. Senza attingere ad altri canali di finanziamento. Al danno non possiamo aggiungere la beffa.
Il nucleare è un pericolo o un’opportunità?
Il nucleare di nuova generazione, sostenibile e sicuro, rappresenta un’opportunità strategica per il Paese e per la Basilicata e deve concorrere a pieno titolo alla composizione del mix energetico nazionale per ridurre la dipendenza degli approvvigionamenti esteri e raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione. E può diventare volano di sviluppo economico e di innovazione industriale. Finalmente il Governo ha delineato una strategia nazionale. La Basilicata – con le competenze industriali, tecniche e professionali maturate nel settore delle energie – può essere uno dei territori protagonisti di questa evoluzione, sviluppando filiere tecnologiche, ricerca, formazione e occupazione qualificata. Su questo tema, abbiamo apprezzato la chiarezza del Presidente Bardi in Consiglio regionale.
La sanità lucana è sempre al centro delle polemiche, che idea ha di questo comparto che ogni anno costringe 60mila persone a curarsi fuori?
La sanità è un diritto fondamentale, ma è anche un fattore decisivo di competitività di un territorio. Quando migliaia di cittadini sono costretti a curarsi fuori regione, non è solo un problema sanitario: è un costo umano, sociale ed economico. Servirebbero scelte decisive su accorpamenti, rideterminazione dei servizi essenziali e una grande operazione di ristrutturazione nella gestione operativa. Va detto anche, però, che le specifiche caratteristiche territoriali e infrastrutturali della Basilicata rendono molto più complessa l’organizzazione di una rete sanitaria efficiente, aumentano i costi e pongono sfide organizzative particolarmente impegnative che spesso incontrano le forti resistenze dei territori. Noi crediamo anche in una maggiore collaborazione tra pubblico e privata.
La Basilicata è al primo posto per la dispersione idrica con costi stratosferici. Una società mista per rifare la rete e risparmiare potrebbe funzionare secondo D’Alema?
Ha toccato un punto che ci sta molto a cuore. Più che la natura del modello – pubblico, privato o misto – ciò che ci interessa è una gestione efficiente e risolutiva del problema, anzi dei problemi. Perché quella dei costi, seppure importante, è solo una parte della questione. Per le imprese lucane il vero dramma è dover ridurre, e in alcuni casi sospendere del tutto, le produzioni perché manca l’acqua. Ci sono importanti investimenti in Valbasento che sono bloccati senza certezza della risorsa idrica. Vanno efficientate le reti ma vanno anche realizzate le opere necessarie per dotare le aree industriali di forniture adeguate. A partire dalla realizzazione del fondamentale e indifferibile collegamento dell’area industriale della Valbasento allo schema idrico del Sinni. Nel frattempo, auspichiamo che il Governo risponda all’appello della Regione per il recupero dei milioni di euro di crediti che vantiamo da soggetti extraregionali, come l’ex Ilva di Taranto.
Tra i fattori della competitività c’è anche il credito per le aziende, da imprenditore ci dice che problemi ci sono e se avete proposte?
Le banche devono continuare a essere partner dello sviluppo dei territori, valutando non solo le garanzie patrimoniali, ma anche la qualità dei progetti industriali e le prospettive di crescita delle imprese. Allo stesso tempo, è fondamentale rafforzare strumenti come i consorzi di garanzia, il Fondo Centrale di Garanzia e tutti i meccanismi che riducono il rischio per chi finanzia gli investimenti. Altro tema è la desertificazione bancaria che rischia di limitare l’accesso al credito per le imprese. Proponiamo di rafforzare il ruolo di Sviluppo Basilicata, dotandola della qualifica di “intermediario finanziario” ai sensi del Testo Unico Bancario. Una scelta strategica che consentirebbe di sostenere con maggiore efficacia gli investimenti delle imprese e di cogliere le opportunità offerte dalla nuova programmazione europea, sempre più orientata all’utilizzo di strumenti finanziari accanto ai tradizionali contributi a fondo perduto.
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