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C’ERA un tempo, e una televisione, in cui i bambini facevano i bambini e cantavano canzoni da bambini. C’era un tempo, e c’è anche oggi, nonostante passi ormai nella sordina dei palinsesti televisivi. Si chiama sempre allo stesso modo Zecchino d’oro, è sulla soglia dei 60 anni (ne ha 56) ma è riuscito in un’impresa impossibile: restare fedele a se stesso. La nuova edizione riparte martedì ed è immutabile anche nella fascia oraria prescelta, nel pomeriggio, un orario da bambini, appunto. Nonostante i talent come Io canto o Ti lascio una canzone ci propinino l’immagine di bambino prodigio, capaci (?) di interpretare canzoni come “La lontananza” o “Cento giorni di te e di me” senza avere assolutamente contezza di quello che dicono, mentre le loro ugole vengono tirate verso l’immancabile applauso, lo Zecchino d’oro, come una formica, ha messo una briciola dietro all’altra regalandoci piccoli tesori che, generazione dopo generazione, hanno conquistato la loro fetta di pubblico.
Nel mondo dell’infanzia, dall’asilo ai lunghi pomeriggi in casa, non si fanno ascoltare ai bambini le canzoni che vengono propinate dai baby talent, ma si sceglie “44 gatti” o “Le tagliatelle di nonna Pina”, “Il topo Zorro” o “Il pulcino ballerino”. Canzoncine semplici, orecchiabili, allegre e adatte all’immaginario fantastico in cui ha il privilegio di vivere una sola volta nella vita, e per pochi anni.
Lo Zecchino propone quell’atmosfera fatta di cori, voci fresche e qualche sbadiglio, perché non è la perfezione che si cerca. Non è l’atteggiamento da star, ma solo quel briciolo di fantasia perso per strada, trascinandoci da un carrozzone delle meraviglie all’altro.

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