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Tempo di lettura 3 Minuti

Un pendolare sulla linea a bonario unico tra Catanzaro e Crotone racconta all’Ansa disagi e paure quotidiane: «Viviamo quotidianamente una sensazione di abbandono»

CATANZARO – «Non si può stare mai del tutto tranquilli quando si viaggia su un binario unico. Ma, da oggi, lo confesso, la condizione che ci tocca vivere quotidianamente fa ancora più paura».

All’indomani dell’incidente ferroviario in Puglia, Claudio, dipendente pubblico, che lavora a Crotone, tra un’occhiata alle foto dei quotidiani e un clic sul suo tablet, non fa che pensare al dramma che si è consumato in quella porzione di campagna pugliese, tra Corato e Andria. Da dieci anni fa il pendolare tra Catanzaro, dove vive, e Crotone. In treno. Assieme a studenti e insegnanti. Sulla famigerata linea jonica, dove esiste solo la tratta a binario unico, non elettrificata, e a scartamento ordinario. Una doppia lingua di metallo che collega il capoluogo calabrese alla città di Pitagora, fresca di promozione nella serie A di calcio «ma con collegamenti ferroviari – sbotta – da serie “Z”. Quello che si avverte sempre – dice – e che pesa di più, a maggior ragione dopo quanto avvenuto, è la sensazione di abbandono di chi è costretto a viaggiare su monobinario, con il corollario di ritardi biblici e emergenze varie: dalla caduta massi alla presenza di greggi sulla massicciata».

E poi stazioni fantasma, segno di un degrado senza fine, disseminate lungo il tragitto, poco meno di 60 chilometri, della tratta inaugurata nel 1875. Una linea che adesso, con scarsa e rassegnata speranza, si cerca di strappare a un destino da «ramo secco». Da eliminare. Sono lontani i tempi in cui, per attraversare la Calabria, esisteva solo la jonica, Reggio-Taranto. La dorsale tirrenica, adesso principale ed elettrificata, infatti, è venuta solo dopo. Trascorso quasi un secolo e mezzo, di quel passato, però, è rimasto solo il binario unico. «Con tutti i rischi – aggiunge Claudio – che questo comporta. E con una sensazione di pericolo costante che diventa angoscia se si pensa alle condizioni dei treni che tra l’altro sono obsoleti, freddi d’inverno e un forno in estate. O ancora: con un percorso punteggiato da attraversamenti stradali, ulteriore fonte di pericolo e condizione che, sommata all’errore umano, può amplificare malauguratamente gli effetti negativi di un possibile incidente».

E qui la memoria va dritta alla sciagura del 16 novembre 1989 quando due treni locali, pieni zeppi di studenti, lavoratori e pendolari, si scontrarono frontalmente sul binario unico alla periferia di Crotone. Dodici morti, nove donne e tre uomini, e 32 feriti. Il Reggio-Taranto andò a schiantarsi frontalmente contro un convoglio che, pochi minuti prima, era partito da Crotone. L’incidente alle 13.20, ora di punta, alle porte della città. «Un ricordo – dice il nostro interlocutore – che accresce l’angoscia».

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