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La visita del vescovo Schillaci al campo rom di Scordovillo (foto Francesco Bevilacqua - Facebook)

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LAMEZIA TERME (CZ) – «Vorrei partecipare la scomparsa della signora Eugenia Bevilacqua, di 67 anni, una persona che diversi di noi hanno conosciuto. Una rom piccolina, sempre gentile e sorridente, mai una parola fuori posto né diretta né indiretta».

È questo l’attacco del commosso ricordo che il dottor Pasquale Pelaggi, cardiologo di Lamezia Terme, dedica a Eugenia Bevilacqua, figura simbolo del campo rom di Scordovillo recentemente scomparsa.

«Non ha avuto granché dalla vita – prosegue il dottor Pelaggi -, un figlio operato di cardiopatia congenita e altri problemi, una figlia non sempre in ottima salute, il marito è morto circa vent’anni fa. Eugenia è rimasta sola, esercitando l’accattonaggio per la città e in ospedale, con il suo garbo speciale riusciva a tirare a campare. Purtroppo una cardiopatia congenita minore si è poi associata a una forma severa di bronchite cronica, a causa del freddo, acqua, casa spesso priva di luce e riscaldamento. E malattie valvolari sopraggiunte, che hanno accelerato il decorso infausto quest’anno».

Lo specialista ricorda poi «ricoveri in pneumologia, medicina, cardiologia e infine rianimazione, alla ricerca disperata di un posto in cardiochirurgia, che non sarebbe mancato se ci fosse stato più tempo. Questa mattina – quando era già morta ma non lo sapevo -, ho compiuto l’ultimo sollecito per la chirurgia di Reggio (dr Luca Bellieni) e la risposta era affermativa. Ma coi se e coi ma la storia non si fa».

Si chiede quindi il medico: «Perché non prima? Separazione, gap culturale, diffidenza, mancanza di controlli regolari. Mancanza di denaro, di tutto, non avevano mezzi di trasporto, l’ambulanza – mi hanno detto e non è difficile crederlo – a Scordovillo non ci entra, non riesce a circolare, manovrare. Ci sono stato due volte, a visitarla a casa sua perché nessuno poteva portarmela in ambulatorio. Ho imparato tante cose da tutto ciò, che i ghetti nascono e si mantengono per la paura reciproca, che le regole non si osservano da ambo le parti, perché è tanto difficile spiegarsi con chi ha difficoltà a capirti, e devi ripetere le stesse cose a venti persone, e poi ricominciare daccapo».

Eugenia, afferma in conclusione il cardiologo, «è morta di ignoranza, la loro ignoranza culturale e la nostra ignoranza sul giusto approccio, la nostra e la loro paura del diverso, di perdere qualcosa delle nostre sicurezze. Non temiamo dunque le barriere linguistiche, architettoniche, culturali, insistiamo contro ogni buon senso, se vorremo tra tanti anni raccogliere qualche frutto».

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